Sofia Coppola, l’arte di raccontare i silenzi 5/5 (2)

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In questo mese dedicato alle donne, vorrei soffermarmi su tutto ciò che la Settima Arte, ha saputo esprimere nel tempo e continua instancabilmente a donarci, in un crescendo di meraviglie e stupori, grazie al contributo delle sue stupende rappresentanze femminili.
Ovviamente è solo un pretesto per fissare l’inizio di un nuovo percorso tinteggiato di rosa, oltre che per dichiarare la grande fascinazione che da sempre ha esercitato in me la regia al femminile.
Tra le stelle che brillano nel mio cuore, Sofia Coppola è sicuramente la stella che ho sentito da subito più affine, la più vicina alla mia sensibilità artistica, alla mia percezione poetica. Pur non avendo origini familiari in comune o peculiarità attitudinali che ci leghino, pur non avendo (io) come padre un grande regista come Francis Ford, una zia attrice (Talia Shire), un fratello collega di regia come Roman Coppola, un cugino attore tipo Nicolas Cage (alias Nicolas Kim Coppola) e altri, un fidanzato fuoriclasse come Quentin Tarantino, etc etc…e ahimè nemmeno lo stesso conto in banca 🙁 insomma non appartenendo allo stesso ambiente (dorato), tranne che per un pizzico di italianità, beh si, quel tanto (o quel poco) che basta, insomma, malgrado tutto ciò, l’ho sempre sentita molto vicina a me, avvalorando il concetto di universalità (democraticità) del linguaggio artistico, che sposo all’istante.
L’arte può trascendere qualsiasi barriera, visibile e invisibile, silenziosa o rumorosa e Sofia Coppola sa magnificamente rappresentarla.
Il suo essere così discreta nell’esplorare la parte più intima dei suoi personaggi, nell’oltrepassare l’oggettività dei suoi soggetti per distillarne all’essenza più pura, mostrandoci il non visto e il non detto, è decisamente il tratto caratteriale che contraddistingue il suo stile.
E dunque penso alla luminosa trasparenza che ha saputo offrire ai suoi personaggi femminili, dal suo primo film “Il giardino delle vergini suicide” a “Somewhare”, quest’ultimo le è valso il Leone d’oro per il miglior film al Festival di Venezia 2010. Penso al candore e all’innocenza che ha saputo restituire all’icona femminile più maltrattata dalla storia, la regina Marie Antoniette, stupendamente interpretata da una giovanissima Kirsten Dunst, sbocciata sotto i nostri occhi increduli. Alla generosità dei suoi lavori, fatti di minuziosa cura, di sapiente dedizione ai dettagli scenografici, che nel caso di “Marie Antoniette” le è valso un premio Oscar per i migliori costumi affidati al talento della nostra Milena Canonero (punta di diamante italiana).
Senza dimenticare i suoi ritratti maschili, fatti di spiragli poetici, di irresistibile ironia…e qui il mio pensiero corre a Bill Murray, nei panni di Bob Harris in “Lost in Traslation”, al fianco di Charlotte, incarnata da un’incantevole quanto sorprendente Scarlett Johansson, fino a diventare un tutt’uno con la precarietà dei suoi due protagonisti, teneramente sospesi tra un amore improbabile e un futuro probabile, due cuori sonnambuli (e funamboli) in un’allucinante Tokyo notturna.
La prima volta che ho visto “Lost in Traslation – L’amore tradotto” sono rimasta letteralmente stregata dal suo stile, così denso e così leggero allo stesso tempo. Una vellutata armonia musicale. Ho perso il conto delle volte che ho visto questo film, ormai innumerevoli, ma so che in una di queste volte, qualche settimane fa, su esplicita richiesta di uno dei miei figli, è successo che ci siamo guardati l’un l’altro, istintivamente sincronici, sapendo di provare lo stesso trasporto assoluto. Correva improvvisamente l’anno 2003, ci trovavamo proiettati d’incanto in una Tokyo notturna, smarriti e sospesi al fianco di Bob e Charlotte.
Potrei descrivere all’infinito le sensazioni che suscita in me la sua arte, potrei addirittura perdermi nel suo campo ipnotico, dove gli spazi si colmano di poesia silenziosa, dove le distanze si nutrono di profonda intimità…nell’attesa del suo prossimo film.

Votalo!

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