Sai spiegarmi cos’e’ un’emozione? -

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Sai spiegarmi in modo impeccabile cos’e’ un’emozione?
Chissà perché quando si pensa all’asilo o meglio alla scuola materna si pensa sempre ad un luogo bello dove ci sono le maestre che danno le caramelle, anche se con tutti i brutti casi di cronaca forse non è più cosi’, e poi essenzialmente al luogo dei giochi, il tempio dei giochi dei bambini. Dentro all’asilo si gioca e basta, beh certo si mangia anche la pappa, a volte si fa anche un po’ di nanna, pero’ si gioca soprattutto.
Una mattina tanti anni fa, sono entrata in un asilo e ho visto due bimbi che si azzuffavano, erano piccoli avranno avuto 6 anni in tutto, cercavano di portarsi via un gioco e la maestra tentava di dividerli; strillavano e piangevano nel contempo.
Stavo togliendo le scarpe a Diego, mio figlio, che frequentava quell’asilo, per mettergli le “babuccine” quando d’un tratto uno dei bimbi strappò con forza il telefono, il gioco conteso, e scappo verso la sua classe. Nell’irruenza di questa azione non si accorse che c’era un mobile tra la porta della sua classe e il corridoio e si schiantò contro di esso.
Tesoro!Quanto pianse, era irrefrenabile perché era arrabbiato e triste.
Sentivo che la maestra lo chiamava Mattia, cercava di calmarlo, dopo un po’ aveva smesso di piangere e stringeva tra le manine il telefono, proprio come chi ha conquistato un trofeo.
L’asilo non è affatto solo un luogo di meraviglie e dolcezze, ma è anche il luogo dei pianti senza la mamma, dei pugni, dei morsi, dei sassi tirati in giardino, del cibo che piace e di quello che non piace, della carne che arriva fredda e dell’acqua nell’insalata.
All’asilo si cade dallo scivolo, ci si morde sulla schiena, e si sta in un angolo quando non si trova un amico.
Però si può fare la pipì fuori dal water e lasciare aperto il rubinetto dell’acqua e magari allagare il bagno.
Intanto gli anni passano e i bimbi crescono, e così anche Diego iniziò la scuola elementare.
Soffriva per doverci stare tutto il giorno e quindi quando usciva aveva sempre una voglia matta di giocare a pallone, il calcio intendo, lo sport dei maschi.
Non potendo abbandonarlo ore al parco, io e Gaia, la mia seconda figlia parlavamo e giocavamo intorno al campetto spesso anche per due ore, intanto i maschietti tiravano calci alla loro adorata palla.
In un pomeriggio di primavera, ricordo che stavo chiacchierando con la mamma di un amico di Diego, quando fermai il mio sguardo su di un bambino in carrozzella, aveva l’età di Diego circa 10 anni.
La carrozzella era a motore e quindi lui la guidava proprio come se fosse un motorino, girava e poi si lanciava in lunghe corse. Ad un tratto, cercando di non farmi scorgere per la troppa attenzione che gli dedicavo, temendo che non la gradisse, osservai che seguiva le foglie che il vento leggero muoveva e sollevava da terra, e che ruotavano intorno a lui.
Era felice, aveva trovato un gioco per non annoiarsi in quel pomeriggio così bello, con il sole tiepido, il primo sole per poter giocare liberi nei prati. Ma nei prati lui non poteva giocare come tutti gli altri suoi amici, non poteva rincorrere quella bellissima palla.
Era Mattia si era lui, l’avevo visto qualche volta all’asilo ma non mi ero accorta del suo cambiamento. Il suo faccino era sempre lo stesso, aveva sempre gli occhi vispi sotto quel ciuffo castano e ribelle.
A casa la sera, nel casino delle nostre cene familiari, non riuscivo a staccare quella spina, Mattia e ancora Mattia.Ma cosa era successo? Avevo riconosciuto la mamma, mi era sembrata serena.
Forse, pensavo, non è così grave come sembra, potrà migliorare…Volevo sapere, e alla fine ho saputo, Mattia aveva la schlerosi multipla, una malattia con un processo degenerativo inarrestabile.
Presto mi dicono che Mattia inizia ad avere enormi difficoltà nel muovere le mani.
Durante la scuola media, spesso viene ricoverato in ospedale per aiutarlo a superare le difficoltà che la malattia gli regala ogni giorno, sempre più aggressiva e invalidante.
All’ospedale riceve, come tutti i bambini tante visite, anche di clown, ragazzi volontari, che vogliono far ridere i bambini, aiutarli a dimenticare la sfortuna. Mi raccontano che Mattia si appassiona e un giorno chiede alla mamma di frequentare un corso per diventare clown.
“No – le dice la mamma.- Non puoi Mattia perché devi usare le palline e tanti giochi e tutto questo, unito alla clowneria si chiama giocoleria. Adesso avresti delle difficoltà ma quando migliorerai e se le cure ti guariranno un pò , ti prometto che lo farai.”
“Allora voglio imparare a raccontare le barzellette”!
“Va bene Mattia, cerchiamo insieme qualcuno che possa aiutarti, chiediamo ai tuoi professori, a Don Luigi..”
“Io voglio far ridere mamma, perché quando le persone mi guardano hanno sempre un’espressione triste, e anche i miei amici a volte quando giochiamo insieme mi sembrano diversi da quando giocano tra di loro, non dicono le stesse cose, è come se un po’ si trattenessero. Io invece voglio poter ridere di tutto e anche di me, perché io sono nato e vivo come loro e ho la stessa voglia di fare cose stupide come loro e di dire cavolate. Forse sono stati troppo educati …non lo so mamma.Pensano tutti che io sono debole ma io non sono debole, però non ho mai fatto ridere nessuno”.
Mattia è morto a 13 anni.
Gli ultimi giorni in ospedale sono stati crudeli per lui , ma per un giorno forse no.
In ospedale c’era la saletta della televisione, dove il pomeriggio tutti i bambini e i ragazzini si ritrovavano per vedere un film, un cartone e poi anche per stare un pò tutti insieme.
Facevano anche un po’ di merenda, così le giornate sembravano quasi le stesse dei bambini che stanno a casa con i fratelli, con la nonna.
Un giorno Mattia aveva bevuto un po’ di latte e cacao e ad un tratto si sentì sporco, aveva fatto un po’ di cacca nei pantaloni del pigiama.
Allora temendo che qualcuno potesse sentire la puzza o accorgersi comunque di qualcosa, cominciò a chiamare l’infermiera Laura, quella che lui preferiva.
“Lauraaaaaaaa, Lauraaaaa puoi venire per favore?” Non era più sulla carrozzella a motore Mattia, perché non poteva più guidarla, le sue mani erano belle e grandi ma ferme, non obbedivano più.
Era sdraiato su un lettino.
Tutti i ragazzini gli dicevano “dai Mattia stai zitto, non sentiamo niente che cavolo”
Ad un certo punto Mattia esplode e grida “Laura vieni qui per favore mi sono cagato addosso” “Lauraaaaaaaaaaaaaaaaaa”.
Tutti in quella sala, bambini ragazzini e persino qualche genitore che si era aggregato, scoppiarono tutti a ridere, era stato così improvviso l’urlo di Mattia e nessuno aveva pensato a nulla, nessuno si era trattenuto, tutti gridarono “Allora venite o no?? Mattia si è cagato addosso” e ridevano, ridevano e soprattutto i più piccoli si sganasciavano dalle risate.
Mattia quando si accorse che tutti ridevano per lui, si sentì tutto rosso in faccia, era eccitato, provava una sensazione mai sentita, nella pancia, nella testa…era contento perché tutti ridevano per lui perché lui li aveva fatti ridere……finalmente! La sera raccontò alla sua mamma quello che era successo.
“Che emozione mamma”!

Votalo!

3 COMMENTI

  1. Una storia così emozionante che è difficile commentarla..ma sei riuscita a trasmettere un’emozione meravigliosa, il brivido dell’eccitazione nella pancia e nella testa, anche nel raccontare una vicenda così triste, come la morte. Brava Manu: ci ricordi che talvolta la vita è piena di sofferenze, ma anche in mezzo a queste sofferenze, si può vivere un’emozione. Che sia di un istante, di un’ora, di un giorno.. basta saperla cogliere. Mattia l’ha fatto e nel ricordarlo con un sorriso in volto, auguro a tutte le persone che soffrono, e a tutti noi, lo stesso. BRAVISSIMA MANU!!!!!! <3
    Fra !

  2. Mattia…la voglia di essere come gli altri e di fare stare bene gli altri per stare bene lui un desiderio un sogno più grande di quegli ostacoli pesanti che alla sua minuscola età lo hanno già condannato. Un esempio.
    fra

  3. Una storia commovente.
    Potresti curare meglio la forma,
    eliminare piccole imperfezioni e renderla più fluida,
    ma l’importante, in questo caso, sono i contenuti
    e il messaggio che viene dato.
    Quindi, un racconto da apprezzare.

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