Land Grabbing – Capitolo 1 5/5 (2)

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CAPITOLO 1 

Lugano 

No, no, no! 

Giulia Ferri chiuse la porta d’ingresso dietro di sé e mosse qualche passo lungo il corridoio. In quel silenzio ovattato, le suole degli stivali rimbombavano come zoccoli. O forse era solo la tensione a esasperare le sue percezioni. 

Non puoi… 

Cauta, si avvicinò all’uomo e gli appoggiò due dita sul collo barbuto. 

… essere morto. 

Il cuore non pulsava, il torace era immobile. In quel corpo non c’era più vita. A giudicare dalla chiazza di sangue secco sotto la testa, il poveretto era stecchito da parecchie ore. Ferri sospirò. 

Maledetto. 

Spinta dallo sconforto e da un pizzico di frustrazione repressa colpì il cadavere con la punta del piede. 

Imbecille, non ti avevo ancora concesso il permesso di morire. Adesso a chi cavolo chiedo? 

Si era appena resa conto di aver sprecato oltre due mesi dietro una persona che ora non respirava più. Si sedette a gambe incrociate accanto al corpo e appoggiò la schiena contro la parete ruvida. Dalla tasca del gilet imbottito estrasse il cellulare e ne scorse la rubrica. Indecisa su come procedere, fissò a lungo il nome evidenziato. Il pollice tentennava a pochi millimetri dallo schermo tattile. 

Cosa m’invento ora? 

Una nuvola oscurò per un istante il sole al tramonto. Quando la luce tornò, Ferri sgranò gli occhi, colpita da una rivelazione piuttosto ovvia. Nonostante fosse stata la prima stranezza ad aver catturato il suo sguardo, era come se il cervello ingolfato avesse impiegato parecchi minuti a elaborare l’informazione. Strisciò con il sedere sul parquet scheggiato in più punti, fino a raggiungere l’uomo. Osservò l’oggetto allungato, incredula. Piegò la testa di lato e la treccia castana le scivolò oltre la spalla. 

Ma che diamine… 

«Marco?» 

Tuonò una voce maschile piuttosto roca. Giulia sussultò, trattenendo a stento un gridolino. 

Il nuovo arrivato picchiò con decisione contro il legno della porta. 

«Marco, ci sei?» 

L’uscio tremò. 

«Oh, coglione, cosa combini? Avevamo appuntamento mezz’ora fa!» 

Avanzando carponi, Giulia raggiunse il bagno, dove si nascose. Respirò a fondo, come le avevano insegnato al corso di meditazione, e il cuore rallentò la propria corsa. Recuperato un briciolo di lucidità, analizzò la situazione. 

Non si metteva bene. 

Era intrappolata in un appartamento al quarto piano in compagnia dell’inquilino morto, mentre qualcuno bussava con insistenza alla porta. E se solo l’uomo avesse abbassato la maniglia, si sarebbe trovato davanti al cadavere lungo e disteso. Come se non bastasse, Giulia aveva disseminato l’intero corridoio con le proprie impronte digitali. 

Bella mossa, brava! 

Non si metteva per nulla bene. 

In un’altra camera un cellulare cominciò a squillare, riproducendo il fastidioso trillo di un telefono in bachelite degli anni cinquanta. 

No dai, non puoi… merda! 

Messa alle strette, Ferri decise di agire. Si sfilò gli stivali e le calze e uscì dal bagno; raggiunse l’uscio e vi appoggiò contro una spalla. Siccome il corridoio era immerso nella penombra e la luce filtrava dal pianerottolo, confidava che nessuno potesse vedere l’ombra dei suoi piedi muoversi nello spiraglio sotto la vecchia porta. Un leggero spiffero le solleticò le dita nude. Giulia iniziò a fissare la maniglia, pregando che non si abbassasse. 

L’uomo starnutì e l’eco rimbalzò per la tromba delle scale. 

Bussò ancora, con forza, e lei comprese che non sarebbe mai riuscita a tener chiusa la porta, se l’altro avesse deciso di spingere con decisione. Lo sentì imprecare sottovoce. 

«Il solito segaiolo! Fai come credi, tanto sei tu che perdi un’ottima occasione…» Commentò poi. Poco dopo il rumore di passi si affievolì, fino a sparire inghiottito dal silenzio. 

Giulia sospirò. 

Dopo alcuni minuti trascorsi con l’orecchio teso, recuperò gli stivali e si mise a perlustrare le tre stanze. In cucina scovò un portatile, uno smartphone e un tablet nuovo di zecca. Ficcò tutti e tre in una borsa della spesa e decise che era giunto il momento di andarsene. 

Prima di abbandonare l’appartamento, gettò un’ultima occhiata allo sfortunato inquilino. 

Che brutta morte. Spero tu abbia almeno avuto la decenza di trascinare i tuoi dannati segreti nella tomba. 

Tornata in strada, saltò sul primo bus in partenza per il centro città, verso il suo albergo, con un’unica, pressante domanda in mente: come diamine glielo spiego? Stavolta mi uccide.

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Votalo!

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