“L’altro volto della speranza” (2017) di Aki Kaurismaki, una sinfonia di anime 5/5 (1)

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Se nel 2011 a Le Havre si era intravista la possibilità di un miracolo, nel 2017 ad Helsinki lo sguardo di Aki Kaurismaki ci mostra il volto di un mondo possibile. Un mondo parallelo abitato da atti di gentilezza, da scenari aperti, da rimesse in gioco (dove un’infinita partita a poker diventerà il tavolo del rilancio) dove l’accoglienza elargita dal suo “sottobosco” sociale non ha molto (anzi niente) da spartire con l’autismo imperante dell’autorità politica.
Se esiste ancora una politica, Kaurismaki la mette a disposizione dei suoi disillusi consumatori tabagisti.
In questo film si fuma tantissimo, anche più del solito, fuma il “cuoco” sulle pentole, sulle uova sbattute, fuma l’imprenditore sul tavolo da gioco, fuma l’esule Ali (il protagonista siriano) nell’attesa di un giudizio legittimo (e coerente), fuma la moglie di Wikstrom (il protagonista finlandese) nell’istante in cui viene lasciata e spegne la sigaretta nel posacenere insieme alla fede nuziale…la cenere abbonda e trabocca dalle sigarette dei nostri protagonisti senza cadere mai.
Una sigaretta per ogni tuo desiderio, sembra raccontarci Aki nella gestualità dei suoi magnifici attori. Sembra di respirarlo fino all’ultimo alveolo polmonare quel fumo di pensieri, unica consolazione per noi “poveri” mortali (ma anche no) in un mondo collocato fuori dal tempo.
Ma arriviamo alle cose belle, alle tinte forti, all’intelligente comicità, al surrealismo metaforico (e metafisico), che questo ennesimo capolavoro kaurismakiano sa generosamente offrire. Parliamo di questa umanità in fuga dagli assedi, dal dolore, dal neonazismo, razzismo, violenza, povertà, vecchiaia, consumismo, stanchezza, dalla disumanità ad eccezione del cibo, della musica e del tabacco (sesso, droga and rock n’roll) insieme a tutto ciò che contraddistingue la suprema bellezza, che non è comunque vinta. Tutto può ancora accadere. I luoghi di incontro dei nostri protagonisti si sfiorano inconsapevoli già nello scorrere della prima sequenza, entrambi protetti dal nero notturno di una città dormiente, dal nero fuliggine che riveste il volto di Ali (l’esule siriano) alla ricerca di una plausibile libertà, dallo smalto consumato della vettura stanca di Wikstrom (l’imprenditore agè) mentre imbocca la strada di una nuova possibilità, percorrendo uno spazio sotterraneo di comune frontiera.
Non servono piogge di parole per ripulire questa coltre identitaria, ma piccoli gesti di generosità, di scambio, come offrire una moneta a un musicista di strada che indicherà al suo benefattore dove rinfrescarsi in una doccia pubblica, o di fiducia nel prossimo comicamente rappresentato nella conversione all’Islam di un intelligentissimo cane trovatello buddhista (un buon cane non può certo mancare nei quadri scenici di Aki).
I confini dei loro mondi, si scontrano per rompersi e reinventarsi in una nuova simbiotica identità. Già ne “L’uomo senza passato” la visione di Kaurismaki ci aveva indicato la strada di un nuovo modo di offrire allo specchio la propria identità, spingendola fino ad oggi, grazie a questo lavoro, verso un coro d’insieme, una sinfonia di anime.
Sono rarissimi i film che hanno qualcosa di grande da offrire, o semplicemente una piccola storia celata dentro altre grandi storie in cui sperare…questo capolavoro è uno di quei film.
Scritto e diretto da Aki Kaurismaki, prodotto in Finlandia nel 2017, premiato con l’Orso d’argento per il miglior regista al Festival di Berlino 2017.

Votalo!

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