ON THE NATURE OF DAYLIGHT 4.13/5 (4)

1
95

La luce triste
La Terra si avvicina al Sole. Di nuovo. È possibile percepire questo avvicinamento? Io credo di sentirlo. Sento la traiettoria del mondo piegarsi, prendere una direzione diversa. Già da un’ora gli uccelli hanno cominciato a chiamarsi l’un l’altro, appena al di la della finestra, in un mondo che a me sembra irraggiungibile.

Sul comodino il graduale intensificarsi della luce dell’alba si riflette in mille screziature dorate sulla superficie del bicchiere, colmo d’acqua trasparente. Accanto al bicchiere, ad attendermi c’è la dose mattutina di medicine.
Mi guardo la mano, immagino di tenderla verso le pastiglie, immagino di ingoiarle, lasciare che agiscano, che mi permettano di apprezzare l’inizio di un nuovo giorno. Ma la mano è pesante. Il corpo e di piombo. La luce acceca e schiaccia. 

È stato graduale. All’inizio si è trattato di ridurre la mia interazione col mondo: la mia attenzione si è spostata da “io e l’universo” a “io e le persone della mia vita”, passando per “io e pochi familiari” e giungendo infine a “io e le mie palpebre che non vogliono più saperne di aprirsi”. Per un po’ ho lottato. Qualcosa non andava, lo sapevo. Volevo che tutto tornasse a posto, volevo tornare a essere felice. Poi quello scopo si è fatto inutile. Perché essere felici? Guardavo le cose che amavo, i sorrisi di chi amava me, guardavo i colori e sapevo, sapevo che avrebbero dovuto rallegrarmi, invece non provavo niente. 
Col tempo ho deciso che era meglio così: i sentimenti erano troppo faticosi, troppo impegnativi per me che ogni giorno mi sentivo più debole. Ho cominciato a evitarli:i colori, la musica, le persone, il cibo. Ho tagliato i ponti con tutto ciò che minacciava di scalfire la linea piatta del mio sentire. E alla fine ho chiuso fuori anche la luce. La luce, ultimo baluardo di energia, era diventata un nemico. Quando i raggi sfioravano i miei occhi mi ritraevo, sorda al loro richiamo, terrorizzata all’idea che il mondo stesse per svegliarsi e muoversi. Là fuori tutti funzionavano, funzionavano senza sforzo apparente. Io invece non funzionavo più. Il mio meccanismo si era rotto.

Tutto ciò che esisteva prima di ora scorre nella mia mente in un loop sfocato. Istantanee di giorni sani, che ritraggono una me stessa attiva, dinamica, muscolosa, desiderosa di imparare, viaggiare, correre. Una persona che amava stupirsi. Che amava esplorare. Che confidava nel futuro. Una donna che era facile ammirare. Una di cui era molto probabile innamorarsi.

Nell’altra stanza c’è mia nonna. Anche lei è già sveglia, lo so perché la sento trafficare nel tentativo di andare in bagno da sola. E meglio che non lo faccia, è fragile, un uccellino di quasi novant’anni. Quando passo dal sonno alla veglia, vedo lei: è il mio primo pensiero, il mio ponte verso la vita. Il suo è il viso che accompagna i miei ricordi di felicità, il viso che vedevo illuminarsi quando succedeva qualcosa di bello. Pensando a lei riesco a prenderla, questa pillola che non sa di niente e che non vuole andar giù. Lei mi chiederà se l’ho presa e voglio poterle rispondere con un si. Mi chiedo come sia, per lei, la luce. È polverosa e triste come la mia? Le ricorda che il tempo sta passando, così lento eppure così inesorabile? Non può non farci caso, perché lei di questo tragico miracolo porta il nome: nonna Luce, la mia nemesi. Luce che dice sempre di stare bene anche quando sta male. Luce che ama con testardaggine, che vive con coraggio. No, lei non può non amare il sole, l’alba. Tutte le anime intere amano l’alba. E le anime spezzate come noi le invidiano in silenzio. 

Alzarmi è una tortura. Come se ogni azione si sminuzzasse all’infinito, come un numero decimale che continua a oltranza, quelli che si concludono con tanti puntini di sospensione… I miei sono gesti sospesi, frazionati allo sfinimento. Gesti sfiniti che sfiniscono me. Sono consapevole del movimento di ogni tendine, ogni legamento, ogni ossicino, consapevole di ogni minimo stimolo e tutto il mio essere vorrebbe solo scappare. Vorrei solo seppellirmi sotto alla coperta, immobile nel buio dolce, aspettare e aspettare e sperare di addormentarmi e non svegliarmi più.
Ma Luce non se lo merita. Quante volte ho pensato che l’unico ostacolo fosse lei. Per lei provo ancora amore. Un amore tanto profondo quanto doloroso. Vorrei che neanche questo esistesse più, così sarei libera. Nei rari momenti in cui sto meglio ringrazio ogni dio possibile e impossibile per avermi dato quest’amore che mi salva da me stessa, mi salva ogni giorno combattendo la mia oscurità con tenacia, forte di una speranza che non vedo, ma che deve esserci, sepolta sotto la nebbia opaca che pervade ogni minuto, ogni respiro.

Cammino lungo il corridoio, le mani strette attorno ad una tazza di the caldo del tipo che Luce ama di più. The alla rosa, profumato come i suoi abiti. Penso alla sua eleganza e alla mia sciatteria. Non mi interessa il mio aspetto. Non più, almeno. Sì, torno a pensare, per un po’ ho anche lottato. Mi rendevo conto che qualcosa stesse per rompersi ed ero dilaniata tra la paura che accadesse e la tentazione di cedere alla rottura. Il mio sentiero era di ghiaccio, un ghiaccio che si faceva sempre più sottile e sotto di esso c’era un lago nero e le sue acque cantavano con voci di sirena, attirandomi verso un mondo cupo e senza confini. Mi sentivo calamitata verso il basso e quando sentivo che le crepe nel ghiaccio si facevano più profonde, segretamente ne ero sollevata. VOLEVO crollare. La battaglia contro quell’ombra dentro di me mi faceva a pezzi. Non riuscivo più a portare la maschera sorridente che mi permetteva di mescolarmi agli altri, quelli che mai avevano udito il richiamo del buio. Loro vivevano nella luce del giorno e la luce li nutriva, li spingeva verso la gioia. Il mio sole, al contrario, non mi scaldava più. Mi soffocava. 

La stanza di nonna Luce è piena di meraviglie. Quadri dipinti da lei, soprammobili antichi scampati agli anni, fiori disposti ad arte. Luce vive nella bellezza e io vorrei poterla vedere davvero. Mi accoglie sorridente, col viso già rinfrescato, i capelli in ordine. Mi accomodo accanto a lei, sedendomi sul letto. La sua voce è diversa da tutte le altre, non ferisce i timpani, come se lei mi parlasse direttamente nella testa, come una telepatia. Buongiorno… Buongiorno nonna, come stai? Benissimo, stamattina ho visto un pettirosso, era proprio lì, vedi, tra i rami di quell’albero… Mi sforzo di guardare fuori per farla contenta. Vedo le foglie, i rami, le venature, come se i miei occhi avessero una lente di ingrandimento incorporata: nessun particolare riesce a sfuggirmi, ogni piccola cosa è importante, fondamentale e ognuna di esse è un rischio. La mera esistenza di un oggetto è capace di tormentarmi, il fatto che qualcosa sia presente nel mondo è difficile da digerire. Forse perché sparirà, forse perché corro il pericolo di innamorarmene, forse solo perché ci sono troppe cose, troppe. Sogno spesso di vivere in un ambiente post-apocalittico, plumbeo, semi deserto, un mondo senza alcuna aspettativa, dove potrei dedicarmi con calma a sopravvivere. Come faccio ora. Invece sopravvivere non basta. Per me è così difficile, eppure per gli altri sembra qualcosa di basilare, automatico, semplice come respirare. 
La nonna sta sfogliando un album di fotografie. Il solito, quello che abbiamo riempito insieme. Il cuore prende a battere velocemente mentre, di sottecchi, anche io ne guardo qualcuna. Il nostro cane, i suoi occhi profondi, una mattina di Natale di tanti anni fa, quando felice scartavo i regali come caramelle, i fiori che ho scelto per il quarantesimo compleanno di mia madre, la nonna che tiene in mano un gattino bianco. Tempi confusi tra loro, in un puzzle di gioia. Sento che una lacrima vorrebbe scendere sulla guancia, ma resta dov’è. Abbraccio la nonna e vorrei che questo abbraccio durasse per sempre.

L’aroma di caffè mi porta in cucina, dove i miei genitori stanno parlando a bassa voce tra loro. Mi siedo senza fare rumore al mio solito posto, la mamma mi accarezza i capelli, papà mi da solo il buongiorno, poi distoglie lo sguardo e si concentra sulla colazione. Mormora ti farebbe bene cambiarti, restare in pigiama peggiora l’umore, metti qualcosa di colorato, provaci, almeno per un giorno. Non rispondo. La mamma dice fai come vuoi, se sei stanca resta pure così. Io sono sempre stanca. Anche ascoltare queste parole mi stanca, anche pensare mi stanca. Bevo un sorso di caffè e vedo la mamma seguire papà in corridoio. Mi sento così ingombrante eppure anche piccola, minuscola, loro adulti e io tornata bambina. È incredibile pensare che fino a un paio d’anni fa avevo un lavoro, un appartamento mio, persino un fidanzato. Mi prendevo delle responsabilità, non avevo paura. Penso a queste cose fissando il caffè. Tutto si è sgretolato, il futuro si è sfilacciato e cosa è rimasto? Forse potrei almeno pettinarmi i capelli, so che a papà farebbe piacere. Forse con un’altra pastiglia mi verrebbe voglia di provarci. Nausea. L’idea mi dà la nausea. Loro due stanno confabulando, le teste chine una vicino all’altra e pensano che io non riesca a udirli.

– Hai visto che era di nuovo nella stanza della nonna…
– Dalle tempo, sta elaborando il lutto, era la sua roccia, lo sai..
-Sono passati mesi, mesi. E te lo giuro, ti giuro che l’ho sentita parlare, come se stesse parlando con Luce….e si porta dietro quell’album di fotografie vuoto….
-Non so cosa fare, non possiamo dirglielo… ho paura di quello che potrebbe fare….
-Non è più solo depressione, dobbiamo avvertire il medico…
-Aspettiamo ancora un po’, almeno adesso la mattina si alza. È un passo avanti.
-Non è un passo avanti parlare coi defunti.
-Shhh, piano, potrebbe sentirci!
-Non ci ascolta, non le interessa sentire quel che diciamo. Non le interessa niente.
-Non dire così…
-Ci vediamo stasera. Io vado. Fammi sapere se si è cambiata quel pigiama.
-Va bene. A stasera…

La luce si è spostata e adesso lambisce i contorni delle mie dita. Non sposto la mano. Aspetto di percepire il calore sulla pelle. La porta d’ingresso si chiude, mio padre se ne va. Provo un grande sollievo. Ho voglia di tornare dalla nonna, di dirle che lui non capisce, che solo lei capisce, eppure qualcosa mi blocca. All’idea di tornare nella sua stanza sento freddo, il freddo essenziale di tutto ciò che è storto. Qualcosa non va. Questa certezza è tutto quel che mi è rimasto. Ho ritratto la mano. Ora la tengo in grembo, protetta dall’ombra del tavolo. 
La natura della luce non è la stessa per tutti. Mia madre comincia a darsi da fare, i rumori dei lavori di casa giungono alle mie orecchie da lontano, come se vivessi sul fondale di quel lago scuro. Ogni tanto qualcosa si agita in queste acque, un riverbero luminoso che mi ricorda come fosse la vita in superficie. Ma sono solo brevi miracoli e a un miracolo non si chiede mai di attardarsi troppo.

Votalo!

1 COMMENTO

  1. Ben descritta è in questo racconto la caduta verso la depressione, a cominciare da quel restringersi del mondo (io e…); una malattia difficile da capire, che mostra di noi un lato pigro e sciatto senza che sia possibile fuggire da quel buio che ci spaventa e ci ingoia.
    La descrizione dei pensieri della protagonista è delicata e sofferta, nei dettagli quotidiani, nei bei ricordi, nei momenti di buio.
    La piccola luce del finale apre alla speranza

LASCIA UN COMMENTO