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LA CASA DEI TIGLI

L’ultima volta che aveva preso una tazza di caffè era stato … l’aveva ormai dimenticato! Però l’aroma e il sapore di quei sorsi gli tornavano in mente procurandogli sempre un intimo piacere. Ne prendeva almeno quattro ogni giorno, una al mattino ancora con gli occhi chiusi per iniziare bene la giornata, poi più tardi una tazzina al bar con gli amici, una digestiva dopo pranzo e quella delle cinque della sera a cui era devotamente affezionato , seduto nella sua poltrona , mentre leggeva le pagine di un libro o di una rivista illustrata. Ormai lui era un vecchio, malfermo sulle gambe, che soffriva di mille cose, incapace di stare solo, di badare a se stesso, cui il medico di famiglia aveva vietato , il caffè per il cuore, la sigaretta per il polmoni, lo zucchero per il diabete, il sale per la pressione alta. Quella casa di riposo immersa nel verde alle porte del paese era stata una buona soluzione. Una stanza tutta per se, arredata con mobili Ikea, gli dava quella privacy cui lui non avrebbe mai saputo rinunciare, c’era anche una finestra da cui si poteva osservare per tutto il lungo giorno il viale d’ingresso di quella villa liberty che il proprietario aveva trasformato in un dignitoso ospizio a tre stelle. Lui era arrivato a primavera quando il profumo dei fiori di due enormi tigli impregnava tutta l’aria che si respirava lì intorno. L’unico figlio, ingegnere edile, aveva accolto con favore quella scelta anche perché era sempre in giro per lavoro e affidare il suo vecchio a una struttura organizzata con tutto il servizio medico sanitario, lo liberava da molte preoccupazioni e da qualche peso sulla coscienza. All’inizio lo veniva a trovare ogni fine settimana, poi forse per i troppi impegni le sue visite presero una cadenza quasi mensile. Lui non aveva molta voglia di fraternizzare con gli altri ospiti della casa, si limitava a qualche parola di cortesia durante le ore della colazione e della mensa, evitava di frequentare la sala lettura perché si stancava subito a leggere gli articoli dei giornali e quella della televisione perché ci sentiva poco e male e non capiva quasi nulla degli spettacoli che andavano in onda. Si chiudeva nella sua stanza e dalla finestra guardava le vicende di quel giardino e dei suoi piccoli abitanti. Seguiva la potatura del roseto, il taglio del prato verde, la raccolta delle pigne che venivano giù dal pino marittimo. Ammirava i colombacci nei loro giochi d’amore, i merli dal becco giallo che spiluccavano le bacche dei rovi, le gazze bianche nere che danzavano sui rami del melo. L’infermiera, gli portava le medicine, la tisana di erbe per l’intestino pigro, lo accompagnava nei piccoli spostamenti ed era comunque sempre a portata di pulsante. Non aveva mai fatto caso al suo sguardo. Era robusta, tracagnotta con capelli rasati. Prima di andare a letto per la notte gli aveva portato la pillola del colesterolo. Lui era distratto, pensava in quel momento al perché si era deciso a entrare di sua volontà in quell’ospizio, a volte quella stanzetta somigliava molto a una cella d’isolamento di un carcere, forse non doveva lasciare la sua casa, il suo studio, il suo divano, forse era lì che doveva morire e non su quel letto di legno svedese. L’infermiera era al suo fianco e certamente spazientita da quella sua immobilità gli diede uno scappellotto in testa come per scuoterlo. Gli servì per tornare in sé, ma era stato un po’ troppo forte. Fu allora che incrociò per la prima volta i suoi occhi come per mostrarle tutta la sua irritazione e la sua contrarietà per quel gesto poco educato e per farle anche capire che era andata oltre ai suoi compiti e alle sue intenzioni però trovò a sorpresa uno sguardo che lo trafisse, lo inquietò e di sicuro anche lo impaurì. Lei non contenta e per non lasciare alcun dubbio sul suo comportamento gli afferrò l’orecchio e glielo strinse con una forza tale da fargli molto male “Quando vengo io a portarti le pillole , le devi ingoiare immediatamente senza farmi perdere neanche un minuto di tempo. Ora ficcati in bocca questa maledetta medicina e mettiti subito a letto. Guai se fiati con qualcuno perché ti faccio pentire di essere nato”. Lui si mise a tremare e fu lesto a nascondersi sotto le coperte. La udì bestemmiare e quando tutto fu buio, si mise a piangere come un bambino. Fu solo l’inizio perché quello che accadde nei giorni successivi fu molto peggio. Quella era una donna violenta che pare godesse a procurare dolore e sofferenze agli altri, lui ormai viveva nel terrore e ogni volta che la vedeva entrare nella stanza iniziava a tremare per la disperazione. Decise di aspettare la prossima visita di suo figlio per scappare da quella prigione, doveva cercare di resistere per non dargliela vinta, per non provocarla ancora di più. Ancora una settimana e poi gliela avrebbe fatto pagare per tutti gli abusi che stava subendo. Forse non era il solo, forse tutti erano oggetti di quelle angherie, di quelle sopraffazioni. Lo venne a prendere prima della cena perché c’era una telefonata per lui, lo afferrò per un braccio e gli tirò il dito mignolo come per staccarglielo dalla mano “Stai attento a quello che dici altrimenti questa notte, ti vengo a dare il resto con gli interessi”. Era suo figlio che quella domenica non poteva venire a trovarlo perché aveva un convegno di lavoro a Roma. Lui gli gridò con tutta la forza che aveva in corpo “Vieni subito, mi stanno uccidendo. Mi riempiono di botte. Ti prego vieni a salvarmi”. L’infermiera lo spinse con violenza contro il muro, afferrò il telefono e con una voce ferma e gentile “ Ingegnere glielo avevo detto che suo padre purtroppo da qualche giorno ha iniziato a sparlare. Noi non lo lasciamo nemmeno un minuto da solo perché è particolarmente violento, si procura lesioni, lancia oggetti agli altri ospiti e un paio di volte mi ha anche aggredito. Il medico ha prescritto dei sedativi che comunque quando glieli somministriamo fanno subito effetto. Questa telefonata con lei, forse perché ha sentito la sua voce, l’ha nuovamente agitato. Non si preoccupi perché è tutto sotto controllo, ora gli facciamo una puntura e tornerà calmo nel giro di pochi minuti. Ho il suo numero di cellulare e se ci sono imprevisti la chiamerò subito , non abbia alcuna preoccupazione”. “ Va bene cara signora, io ho molta fiducia in lei , la prego di seguirlo in modo particolare , perché per i prossimi tre mesi non posso venire perché sono impegnato in un importante lavoro fuori dall’Italia. Lo tratti come se fosse anche suo padre, gliene sarò particolarmente grato al mio ritorno. Gli dia un bacio per conto mio!”.

Votalo!

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Sono nato a Modica. Ex bancario, ex viaggiatore, ex fumatore, ex giocatore di carte, ex sommelier, ex appassionato di cravatte, ex allevatore di pesci tropicali, ex di tante altre cose oramai quasi del tutto dimenticate. Oggi sono solo un pensionato che ama leggere libri e scrivere piccoli racconti, ricordi ed emozioni della propria vita. Riesco in questo modo a tenere viva la mente, a viaggiare nel tempo e nello spazio, senza limiti, senza frontiere e senza prendere alcun mezzo di trasporto. Ho solo con me il mio vecchio computer di prima generazione che mi tiene compagnia e che è diventato il severo custode delle mie storie e delle mie fantasie. Siamo diventati amici inseparabili e forse anche qualcosa... di più!

2 COMMENTI

  1. Francooooo! Ben tornato! Adoro i tuoi scritti e questo fa riflettere su due fronti: l’ipocrisia di certe strutture per anziani in cui accade di tutto di più e la fiducia mal riposta di un figlio (ahimè assente) in qualcuno che non conosce affatto. Tutte le stelline e tutti gli abbracci!

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  2. Angela io adoro i tuoi commenti . Mi fanno stare tanto bene. La violenza sugli anziani è un problema che affligge questa società sempre più vecchia e cinica. Leggendo le cronache sui giornali ho raccontato a modo mio questa storia amara e crudele. Grazie Angela della tua attenzione . Io ti stimo e ti seguo sempre.

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