Il tempo dell’attesa -

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16.30, solito bar. Il caffè amaro è una riscoperta, i tavoli beige una costante. Punti fissi per gli occhi, da qualche anno persi nell’andirivieni di una città che non ha riposo, che è in continuo movimento. E’ molto che aspetti?Avevo dimenticato l’appuntamento. E’ che mi perdo dentro me stessa, e mi ritrovo, poco dopo, nell’incontrare uno sguardo che tacendo si racconta. In città, un caffè e le emozioni che cercano, confuse, il loro posto. In mezzo alla gente, in mezzo a tante parole che non dicono niente, un caffè. In un caffè sguardi rallentati e pensieri. Pensieri sospesi in equilibrio instabile, annebbiati e confusi, svelati e celati nella guerra, pur assopita, d’un gioco di ricordi.
Alle 16.30, a Novembre, il cielo ha ancora bei colori, tiepidi. C’’è un momento, quando la notte si veste e si fa bella prima di uscire, in cui i colori non sono distinguibili, la luna velocemente si impone e il vento cambia lentamente la sua direzione. L’accennarsi del freddo della sera, il vapore della tazzina ad offuscare corrispondenze di sguardi. Nulla di definito, niente che avesse un nome, o una definizione, così come spesso accade, eccetto il mio caffè amaro.
Un caffè alle 16.30 è una riscoperta; i tavoli beige una costante, quell’escamotage buono nell’imbarazzo di dire. Ci sediamo?Allora? E’ molto che mi aspetti?Si finge sempre, m’hai detto una volta. Non c’è confine tra la verità e la menzogna. No, sono appena arrivata. Ho visto solo l’imbrunire dentro uno sguardo ed un futuro da costruire, alle 16.30 di un qualunque venerdì pomeriggio.
E’ che è molto che mi aspetto. E’ che mi sto ancora, dannatamente, aspettando.

Votalo!

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