COSTANZA SERRANO’ 5/5 (1)

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Il Barone Serranò era il proprietario di tutto. Della valle, del fiume, della costa e della collina. Aveva una corte di “massari”, “mezzadri” e “campieri”sparsi per ogni dove ma su tutti regnava Don Jano Scuderi. Questa sorta di sotto padrone veniva da Catania, prima con l’incarico di stalliere e poi per occuparsi di tutto il resto. Si era guadagnato la fiducia del barone con qualche “comparsata” di lame e coltelli all’uscita di un bordello. Alcuni vaccari dell’Aspromonte avevano mancato di rispetto alla proprietaria Donna Mariannina che aveva chiesto subito aiuto al suo amico più nobile. Jano venne comandato di provvedere e in questo non era secondo a nessuno. Si fece trovare nella notte in fondo alla strada e fece sputare a tutti lacrime e sangue. Il Barone era un debole, vizioso di donne, gioco e di oppio. Aveva confinato moglie e figlia nel palazzo più grande e più bello del paese, lui tornava sempre più di rado, sempre più disinteressato, più estraneo alle vicende della casata e della famiglia. Dopo gli eccessi di una vita smodata, senza regole, senza amore e senza Dio, vennero i debiti, una valanga di debiti che spazzò via con una velocità impressionante tutto il “regno” di casa Serranò. Per la verità il patrimonio non si disperse del tutto, per motivi che nessuno mai venne a sapere, travasò … nelle solide e rapaci mani di Jano Scuderi che nel giro di un paio di lustri divenne l’uomo più ricco del paese. Ma non si accontentò di questo, voleva anche il palazzo, il lignaggio voleva il sangue blu del Barone Serranò e allora si rivolse al canonico Monelli arcidiacono della Chiesa Madre. Questi era un discreto reggitore di tutte le vicende dello spirito e della carne dei propri parrocchiani, conosceva le loro debolezze, i loro averi e i loro segreti. Dettava testamenti, li modificava, combinava matrimoni, toglieva figli appena nati a donne povere e disperate e li dava a quelle benestanti e tristi perché non ne potevano concepire. Don Jano, come ormai tutti lo chiamavano, gli chiese quello che nessuno mai poteva immaginare fino a qualche anno addietro. Gli chiese di preparare il terreno, le carte e una grandiosa cerimonia per portare all’altare la figlia appena maggiorenne del Barone Serranò. In cambio si sarebbe fatto carico delle spese per il rivestimento dell’altare maggiore con marmi pregiati e della statua del Santo Patrono da collocare nella nicchia centrale della facciata barocca della Chiesa. Il Canonico iniziò subito a tessere la tela. Andò a parlare subito con la Signora Baronessa, le disse che il vaso era colmo, che molto presto avrebbe dovuto abbandonare ogni cosa della sua casa, i suoi mobili e i suoi stessi vestiti perché i debitori stavano arrivando da ogni dove. I suoi gioielli erano stati quasi tutti impegnati al Monte di Pietà da suo marito ad eccezione di qualche collana e di un paio di preziosi anelli che sfoggiava in modo sfacciato quella baldracca di Donna Mariannina. C’era solo una strada. Dare la mano della propria figlia Costanza a quel gentiluomo di Don Jano Scuderi che si sarebbe preso cura di quella nobile famiglia e ne avrebbe evitato l’imminente sfacelo. I Serranò uscivano dal portone e rientravano dalla finestra. Sarebbe stata riservata loro un’ala del palazzo e una rendita annua per una esistenza degna di questo nome e al riparo da una indecorosa e ormai prossima miseria. I figli della Baronessina avrebbero richiesto e ottenuto dal Vicerè il doppio cognome e il diritto di mantenere il titolo nobiliare. Bisognava superare solo una difficoltà , che poi tale non era, anche perché non richiesta né necessaria, il consenso di Costanza alle nozze! La ragazza era bellissima, un incarnato delicato, una naturale eleganza di modi e di portamento. Amava la musica, la letteratura e la pittura. Chi mai avrebbe avuto il coraggio di informala del suo prossimo futuro? Jano Scuderi era un villano rozzo, ignorante, somigliava ad un lupo vestito a festa. Una principessa vergine e immacolata sacrificata alla bestia feroce e sanguinaria per la salvezza del regno! Una tragedia inevitabile. Toccò al Canonico, dopo la confessione della domenica mattina. Quel matrimonio s’aveva da fare per il bene di tutti, in primis per i Serranò che avrebbero mantenuto , in un certo modo, i feudi terrieri e i castelli, per lo Scuderi che avrebbe legittimato il suo potere e perché no per la Chiesa Madre che si sarebbe abbellita e rinforzata nei confronti delle altre canoniche del vescovato. Costanza non appena capì che quella non era una proposta per la sua vita bensì in una condanna definitiva che era stata pronunciata dal mondo che le stava intorno, si chiuse in un profondo dolore. Non aveva scelta, anche la madre superiore delle Carmelitane che le aveva insegnato a suonare l’organo e il clavicembalo, le fece capire che c’è sempre una volontà superiore che traccia la vita di ognuno. Le era stato assegnato un compito che doveva assolvere e non poteva sottrarsi al suo destino di figlia e di donna. Un matrimonio combinato era la norma per quei tempi, lei stessa ci aveva pensato che prima o poi sarebbe accaduto, sapeva bene che l’amore sarebbe venuto dopo, col tempo, con l’aiuto di Dio e delle preghiere, con i figli che ci sarebbero stati. Ma con Jano Scuderi no, era un uomo molto più grande di lei, era un selvaggio che puzzava di cavalli , che aveva sentito bestemmiare in diverse occasioni con gli altri servitori del palazzo. Era un tipo violento, portava sempre due coltellacci alla cintura. Jano Scuderi non poteva essere il padre dei suoi figli! Chiese di parlare al Vescovo, ma le fu detto che il monsignore non aveva tempo, si voleva chiudere in Convento ma senza la chiamata di Dio non era possibile aprire quella porta, supplicò suo padre per impedire che quell’ignominia potesse mai succedere ma lo trovò avvinazzato e mezzo intontito dall’oppio. S’inginocchiò davanti alla Baronessa Madre per scongiurarla di salvarla da quell’immonda fine, ma la trovò solo preoccupata che le finestre del suo nuovo appartamento non erano esposte al sole di mezzogiorno. Resto sola e pianse per tutta la notte. L’indomani era scomparsa, la cercarono nelle chiese, nel paese, nelle campagne. Jano sguinzaglio i cani di caccia, chiamò i gendarmi, allertò i giornalieri delle vigne. Dopo due giorni le due lavandaie la videro galleggiare giù in fondo nel pozzo scavato nella roccia al centro del palazzo. Tutti trovarono il tempo per pensare e per pagare dei loro peccati. Il Barone non ebbe molto tempo perché un colpo al cuore lo stroncò qualche mese dopo, la Baronessa uscì fuori di senno e fu rinchiusa nell’Ospedale dei Pazzi di Siracusa dove passava le giornate a strapparsi i capelli, Jano Scuderi fu accoltellato in una imboscata nelle campagne di Falabia ad opera di alcuni briganti della montagna che lo volevano rapire per chiedere un riscatto. Al Canonico Monelli gli fu tolta la parrocchia perché scoprirono che si era impossessato dei soldi di una vecchia vedova per costruire una casa di una giovane donna con la quale se la intendeva sin da quando questa era ancora minorenne. Oggi nel Palazzo c’è il Municipio, ci sono gli uffici dello stato civile , lo studio del Sindaco e la Sala del Consiglio Comunale. Al centro del cortile c’è ancora il collo di pietra di un grande pozzo scavato nella roccia. Nella sacrestia della chiesa Madre c’è il ritratto di un uomo vestito a festa che aveva assegnato alla parrocchia una rendita annua per celebrare ogni venerdì del mese una messa a suffragio dell’anima della Baronessina Costanza Serranò morta in circostanze tragiche perché aveva chiesto di vivere una vita diversa da quella che le era stata destinata.

Votalo!

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Sono nato a Modica. Ex bancario, ex viaggiatore, ex fumatore, ex giocatore di carte, ex sommelier, ex appassionato di cravatte, ex allevatore di pesci tropicali, ex di tante altre cose oramai quasi del tutto dimenticate. Oggi sono solo un pensionato che ama leggere libri e scrivere piccoli racconti, ricordi ed emozioni della propria vita. Riesco in questo modo a tenere viva la mente, a viaggiare nel tempo e nello spazio, senza limiti, senza frontiere e senza prendere alcun mezzo di trasporto. Ho solo con me il mio vecchio computer di prima generazione che mi tiene compagnia e che è diventato il severo custode delle mie storie e delle mie fantasie. Siamo diventati amici inseparabili e forse anche qualcosa... di più!

2 COMMENTI

  1. Però! Una storia nella storia che solo tu Franco avresti potuto raccontare in modo accattivante. Meglio di una soap opera, bravo.

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