CAMMINARE -

1
607
Ormai sono tre anni che cammino.
La verità è che mi sono rotto i coglioni di farlo. Ho i piedi tagliati e le scarpe ammuffite.
Non le tolgo mai, le scarpe, neanche per lavarmi visto che di solito lo faccio per strada, o nei cortili, sotto la piaggia, o buttandomi in qualche fiumiciattolo.
Ora me ne sono reso conto, lo faccio solo perché è quello che la gente si aspetta da me.
Iniziai il mio cammino il ventisette aprile di tre anni fa. Una data che non posso dimenticare.
Eranno appena passate le cinque e trenta del mattino e il sole non era ancora sorto.
Stavo tornando a casa dal lavoro con la mia macchina quando un auto uscì dallo stop di via Matteotti di Novara senza guardare. Mi centrò ini pieno.
Auto da buttare.
Ogni singolo soldo speso, ogni sacrificio, sparito nell’attimo di un incidente.
Il tizio alla guida mi disse ” Pensavo non ci fosse nessuno” e ” ho il foglio della constatazione” ma io ero troppo nervoso.
Lo caricai e buttai a terra. Lo presi a calci finché non smise di gridare.
A parte me e lui non c’era nessuno.
Nessuno che mi fermasse.
Nessuno che fermasse le sue gocce di sangue che mi cadevano sulle scarpe.
Feci allora la cosa più ovvia. Comininciai a correre.
Scappai fino a tarda serata e col buio rallentai il passo.
Per settimane girai a vuoto, andando un po’ a sinistra, un po’ a destra e ancora a sinistra.
Se avevo fame rubavo qualche mela al mercato e ripartivo.
Un giorno, dopo circa un anno, indeciso su che strada prendere mi misi a girare intorno ad una fontana.
Prima un piede avanti, poi l’altro e poi ancora il primo, con la testa bassa a guardarmi la punta delle scarpe.
Fu allora che mi accorsi che il sangue del malcapitato stesse ammuffendo e con lui le scarpe.
Mi fermai solo un attimo.
” Dove stavo andando?”
Presi una moneta e la lancia, chiusi gli occhi ”Testa vado a sinistra, croce destra”.
Testa, sinistra.
Guardando la moneta sul palmo della mano mi convinsi che in fondo quella era la libertà.
Essere nessuno e andare dove si vuole. La mia unica limitazione una moneta, che mi dicesse se andare a sinistra o destra.
Non ci volle troppo che mi resi che quella era solo un illusione.
Mi bastò vedere qualche clochard, dal viso rotto e senza scarpe, per capire che quel cammino mi stava allontanando dal mondo. Ero solo.
E per combattere la solitudine infilavo la moneta in tasca e seguivo una coppia, guardavo le loro scarpe e memorizzavo il ritmo dei loro passi, poi stando a qulche metro di distanza lo emulavo; oppure rubavo una bandiera e mi aggregavo ai cortei; facevo una finta fila in posta o in banca.
Ma non mi bastava.
Comunque andasse io camminavo solo.
Passai mesi e anni a capire come fare a non provare più quella orrenda sensazione, come ritrovare un senso di appartenenza, la mia oasi di pace.
Eppure non trovavo nessuna soluzione.
E allora camminavo e camminavo, camminavo lungo le strade, per i vicoli, i boschi e lungo i fiumi. Oramai odiavo la mia moneta che mi diceva se andare a sinistra o a destra. Ma anche se mi ero rotto i coglioni, dovevo camminare, era quello che la gente si aspettava da uno come me.
Non so come ci arrivai e non so che spiaggia fosse.
Mi ritrovai a capestarla. La sabbia mi entrava nelle scarpe da ogni buco.
Mi ripetei fino alla nausea che mi ero rotto i coglioni.
Mi tolsi le scarpe, la muffa era arrivata fino ai miei piedi, e la sabbia me li stava ustionando.
Mi sdraiai sulla sabbia e decisi di aspettarmi qualcosa: un’idea, che mi arrestassero o la morte.
D’altronde, mi ero rotto i coglioni di camminare.

Votalo!

1 COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO