Appunti del secolo scorso 4.88/5 (4)

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Strana casa. Piena di gradini. Non si passa da una stanza all’altra senza imbattersi in un dislivello. L’ingresso è un locale piccolo e disadorno, con tre passi lo si attraversa raggiungendo una scala di sette gradini. Di fianco ad essa un piccolo divano non deve contender l’egemonia con nessun altro mobile. In cima alla scala, la sala da pranzo è quasi interamente occupata da un grande tavolo. Per accedere alla cucina è necessario superare un unico gradino, tanto alto da valerne due.
Beatrice si trova qui forse per la seconda volta. Ci è venuta con questi amici che frequenta da un paio d’anni, da quando – per evitare lui – ha “dismesso” la vecchia compagnia.
Intorno al tavolo sono una dozzina. A cena finita, si passano bottiglie e canne.
Le gira la testa. Forse deve vomitare. Forse no. Forse ha bisogno di un po’ d’aria. Forse no. Le scappa la pipì, sì di questo è certa. Si alza scoprendo con piacere d’essere seduta proprio davanti alla porta del bagno. Un passo, un gradino a scendere, et voilà!
Qualche tempo più tardi si sorprende seduta per terra abbracciata al water. Sa che è passato del tempo solo perché per esperienza può affermare che il tempo tende a scorrere in avanti. Sorride. Non ha perso l’ironia, può provare ad alzarsi e riacquistare anche la dignità.
Davanti al lavabo si sciacqua il viso e beve grandi sorsate. Quando si sente pronta, apre la porta per tornare dagli altri. La stanza è piena di fumo. Distingue a stento i volti. Parole e risate le rimbombano in testa.
Anziché tornare al suo posto, si dirige alla scala, scende i gradini, attraversa l’ingresso e, aperta la porta, si siede sulla soglia ad annusar la notte.
Si trovano in un piccolo paese immerso nelle campagne piemontesi. È settembre e l’aria notturna comincia a farsi pungente. Beatrice rabbrividisce e rientra richiudendosi la porta alle spalle.
Dal divano avvolto nella penombra le si rivolge una voce.
– Bea tutto bene?
– Oh Sergio… cosa fai lì?
– Ti cercavo. Ti ho vista scendere la scala e ti ho seguita. Vieni.
– Torno dagli altri. Vieni anche tu. Ci cercheranno. Carla ti cercherà.
– Figurati. Son tutti fuori. Chi fumato, chi ubriaco, chi fumato ed ubriaco.
– E tu niente, come sempre: Sergio il salutista!
– Sfotti sfotti! Ho i miei vizi anch’io, ma rispetto il mio fisico perché vorrei continuasse a funzionare a puntino per molti decenni. Quanti anni hai Bea?
– Lo sai. Ventitré. Dieci meno della maggior parte di voi, undici meno di te!
Beatrice ha raggiunto il terzo gradino e si sporge dalla ringhiera che le arriva alla vita, Sergio le prende le mani e la tira verso di sé. Poi gliene lascia una e con la mano libera prende ad accarezzarle una gamba abbandonando presto la caviglia per salire verso l’inguine.
– Dai Sergio, ti sembra il luogo? Ci sono un sacco di persone, siamo a casa della tua donna, in uno dei locali più di passaggio dell’intera casa…
– Tra tutte le ragioni che hai elencato finora non ho sentito nulla che suonasse come “lascia perdere ché non mi va”.
– Non lo hai sentito perché non l’ho detto e non l’ho detto perché in realtà mi va e mi va tantissimo! Carla la conosco appena, che tu la tradisca è cosa nota, con te ci son già stata e mi è piaciuto…
– Quindi?
– Quindi la situazione è dannatamente intrigante ed eccitante…
– Scendi da quella scala e vieni qui, dai! È la prima volta che ti vedo con una gonna, stai benissimo.
– In effetti, odio le gonne, ma stasera son ben contenta d’averne indossata una. Secondo te, Carla e gli altri non verranno a cercarci?
– Secondo me sanno che siamo qui. Quando tra poco la confusione comincerà a scemare, potranno sentire le nostre voci. Se parliamo del più e del meno, penseranno che stiamo solo chiacchierando. Nessuno si prenderà la briga di alzarsi e scendere quelle scale.
– Quindi proponi di chiacchierare mentre scopiamo? di chiacchierare del più e del meno fingendo d’essere assorti in una conversazione qualunque?
– Esattamente.
Beatrice è in piedi accanto al divano. Si sfila gli slip. Non indossa calze perché la giornata è stata soleggiata e calda. Si risistema la minigonna in jeans e slaccia alcuni bottoni della camicia senza toccare il nodo con cui è legata in vita. Senza spogliarsi e con pochi gesti si libera del reggiseno.
Sergio – Sergio il salutista, Sergio che vive con Carla ma ha una casa dove scopare con altre donne, Sergio che ama se stesso e i piaceri del sesso quasi del medesimo ardore – allunga le mani verso i bottoni rimasti slacciati della camicia di Bea, verso il suo ampio seno, ma lei lo ferma e si allontana.
– No! Alt! Tu adesso cominci a parlare con voce chiara e precisa. Vediamo… potresti dirmi cosa ne pensi di “Cronaca di una morte annunciata”, è un film che abbiam visto insieme, mi pare normale che se ne parli.
– Ma… non so… ecco… credo che…
– Sergio! così non va, cerca di mettere insieme una frase, dai!
Bea ride e si inginocchia ai suoi piedi. Alza la testa, lo guarda dritto negli occhi scuotendo i capelli:
– Io tra breve non avrò modo di dire granché… quindi impegnati tu!
Sergio perde la testa per quella ragazza sfrontata e sicura di sé che ama il sesso quanto lui e non ha problemi ad ammetterlo.
– Be’, non dirò nulla di nuovo o sorprendente, ma il film non è riuscito se non in minima parte a rendere l’atmosfera del libro…
Bea gli ha slacciato ed abbassato i pantaloni, il suo membro è tra le sue mani e a tratti sparisce nella sua bocca. Sergio appoggia la testa all’indietro e chiude gli occhi continuando a snocciolare nozioni sul film che ha visto la primavera precedente e di cui ha dimenticato quasi tutto.
Vorrebbe toccare quel corpo di donna che lo eccita, ma Bea ha detto no. È lei a condurre il gioco.

Votalo!


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Faccio fatica a stare in equilibrio a sfumare i colori a tracciare una mediana. Sono un'estremista! O mi esalto o mi abbatto. Non mi arrabbio, mi incazzo di bestia e spacco tutto! Non provo affetto, amo con passione! Non faccio conoscenza, stringo rapporti! Per me le cose o sono bianche o sono nere. Non conosco mezze verità mezze misure mezze tinte. Eppure credo nel compromesso, nei punti d'incontro e in quelli di vista. Cerco di cogliere ciò che non mi appartiene. Adoro la diversità e l'omologazione mi uccide. Sono polemica e accomodante in egual misura, dipende da argomento persone momenti... Soprattutto sono sempre me stessa, ma non sono mai la stessa. Per me non è incoerenza, è vita!

6 COMMENTI

  1. ciao,
    il racconto fila via liscio come l’olio, nessun intoppo alla lettura, ottimi dialoghi – secondo me il vero punto di forza dello scritto… il “gioco” arriva alla fine, chiude il racconto, ma ti confesserò che non avevo bene inteso quanto quel “No!, Alt!” di Bea, fosse la regola imperativa di un gioco 😉

  2. Grazie Maso! In effetti il “gioco” di Beatrice non è solo in quelle parole, in quella sera, in quel momento… l’idea era che Beatrice giocasse con Sergio nell’ambito di un rapporto più ampio, che scegliesse lei quando e come, ma non ho saputo spiegarlo perché mi son persa nelle descrizioni e non è la prima volta! Mi prende la frenesia di portare il lettore nei luoghi della storia e mi perdo la storia! 😱

    • secondo me riesci egregiamente a portare il lettore dentro la storia. Il limite di 5000 battute ci obbliga a fare delle scelte, sacrificare qualcosa: il mio parere personale è che sarebbero bastate 1000 battute in più nel regolamento per poter ridurre i tagli (spesso fatti, e anche qui parlo esclusivamente per me, a discapito della caratterizzazione dei personaggi)… ma è anche innegabile quanto squisito come questo limite stimoli la fantasia a percorrere strade poco battute 🙂 ad maiora!

  3. Brava Giovanna, racconto intrigante e coinvolgente che porta sia nel luogo del racconto, sapientemente dipinto, sia nella storia e nel gioco dei personaggi.

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