Verso Antigua -

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Freddo…maledetti inglesi. Hanno scelto l’unico posto di tutto il mediterraneo dove piove sempre e l’acqua è a 15 gradi anche a Settembre, per impiantare una colonia. L’anno scorso l’arrivo a Gibilterra fu molto più caraibico. C’era un bel sole caldo, pressione fin troppo alta e la gente sorrideva.
Ieri sera sono arrivato sotto una pioggia stanca, con un mare tranquillo ma freddo e una leggera nebbiolina che spero voglia dire qualcosa di buono. Mi sono alzato presto, mi sono preparato un caffè e sono andato a caccia del motorista che l’anno scorso risolse in mezza giornata tutti i problemi che il motore aveva dato nella prima settimana. Questa volta ci vorrà un po’ di attenzione in più perché c’è qualche piccolo problema di iniezione, che però non si riesce a scovare.
Siamo arrivati fin qui, io e questo tappo di sughero. Non è stato semplicissimo, ma se non altro il grosso è quasi fatto. Davanti a noi ora c’è lo stretto con le sue correnti e i suoi stratocumuli neri sempre appollaiati sullo sfondo dell’orizzonte. In capitaneria stamattina davano una burrasca da sud ovest su tutto lo stretto.
Le alternative sono due ora: il motorista dà un’occhiata, sorride, mi dà una pacca sulla spalla e mi fa partire sereno oggi pomeriggio, e allora, con una corsa durante tutta la notte, riusciamo a portarci abbastanza fuori e a prendere la burrasca in alto mare. Oppure il motorista arriva con l l’espressione sconsolata, passerà le prossime ore a controllare gli iniettori, accenderà il motore, mi dirà di andare a farmi un giro perché tanto il lavoro è lungo e domattina la burrasca si farà vedere in porto, tenendomi qui fino a mercoledì. Sotto sotto so già che la prima ipotesi è utopia pura. In barca queste cose non vanno mai come sulla terra ferma. E poi c’è il gran libro delle partenze da firmare, la birra inglese da buttare giù stasera, un po’ di riposo da accumulare e la stanchezza di questi giorni da scrollarsi di dosso.
E’ stato più difficile del previsto arrivare qui. L’anno scorso eravamo in 4 e il meccanismo dei turni funzionava a meraviglia. Dormo io, stai sveglio tu, dormi tu, sta sveglio lui. Oggi invece è tutto più complicato: dormo io non sta sveglio nessuno. E poi due giorni per ricontrollare tutta l’attrezzatura non fanno male. Davanti a Marsiglia io e Flo, la barca, abbiamo preso una bella sventolata che ci ha fatto correre verso costa al centro del Golfo del Leone. Avrei voluto farlo dritto, per entrarne e uscirne nel più breve tempo possibile, ma qualcuno ce l’ha impedito. Del resto è talmente trafficato che è stato meglio così. Un giorno in più non costa nulla e salva scafo e ossa.
Ho preso un gran freddo stavolta. In italia vedo che le temperature sono ancora alte, ma da Sanremo a Barcellona io ho preso solo un gran freddo. Passata Barcellona è stato come se fosse arrivata la primavera all’improvviso. La temperatura si è alzata, il sole faticava a nascondersi e la temperatura dell’acqua è salita come fosse fine aprile in Toscana.
Negli ultimi tre giorni mi sono goduto il caldo del teak sulla schiena, il caldo del sole sulla faccia, mentre davo fondo a tutte le birre a disposizione. Il pomeriggio di nuovo fuori la cerata, di nuovo gli oblò tutti chiusi, di nuovo i maglioni pesanti e di nuovo l’inverno che mi ricorda come io mi sia attardato oltre ogni limite per questo viaggio.
La gente parte da Gibilterra fra Ottobre e Novembre. Non aspetta il ponte di Sant’Ambrogio per bagnare il becco in Atlantico. E la burrasca disegnata sulle carte della capitaneria stamattina è lì a ricordarmelo.
Prima o poi partirò in pieno Giugno per la Dalmazia, scenderò fino in Grecia, a Settembre tornerò in Sicilia, mi godrò le Baleari ad Ottobre, e ai primi di Novembre sarò qui a Gibilterra dal solito motorista, ma con molta meno fretta e con anni di vagabondaggio marino davanti a me.
Sento una certa indolenza impadronirsi di me e della barca. Ciondolare con quattro cime appese al cemento e al ferro di questa banchina dà una certa sicurezza di fronte ai quasi seimila chilometri di Atlantico che ancora ci attendono. Credo proprio che lascerò passare questa burrasca sopra la mia testa e aspetterò altre quarantotto ore per partire. Quattro pasti a barca ferma, tre notti con il materasso perfettamente orizzontale e soprattutto tre notti di sonno ininterrotto.
Il radar e i vari allarmi di bordo sono ottimi compagni, ma io sono diffidente di natura e da quando sono partito non ho fatto altro che incrociare rotte commerciali. Una porta container da 180 metri non sta a guardare troppo per il sottile se un guscio di vetroresina è sulla sua rotta. Svegliarsi ogni mezz’ora per fare un giro di orizzonte, valutare le distanze e le rotte, puntare la sveglia per la mezz’ora successiva. Riposo. Mi ci vuole un po’ di riposo.
Quando usciremo di qui avremo ancora tre giorni e tre notti di attenzione, poi finalmente avremo le Canarie al nostro traverso e un po’ di acqua in più per dormire. Ora la temperatura in barca comincia ad essere gradevole. Ho acceso una piccola stufetta elettrica, ho messo su del caffè e ho riordinato un po’ il caos che ho creato in dinette in questa prima settimana.
Oggi pomeriggio mi metterò a tracciare rotte alternative perché di questi tempi una burrasca non arriva mai da sola. C’è da aspettarsi qualcosa per giovedì, quindi meglio avere il Marocco non troppo lontano al traverso. Già, ma nemmeno troppo vicino. Se questo motore comincia a dare problemi seri una burrasca da sud-ovest non è il massimo del piacere.
Accendo una sigaretta, aspiro il profumo del tabacco misto a caffè, è ancora uno dei pochi piaceri puri del fumare. La saudade lontana del caffè e il sapore forte di un tabacco trattato con ammoniaca, quanto di peggio i miei polmoni possano ricevere, ma quanto di meglio per un cervello ora un po’ stanco.
E’ tardo pomeriggio . Ho fatto due passi fuori, infilato nella cerata, con le mani in tasca e il passo leggero. C’è ancora qualcuno che, come me, ha intenzione di partire nei prossimi giorni. Sono tutti della stessa idea: nessuno che abbia voglia di scoprire stanotte quanto sia arrabbiata la burrasca in arrivo, meglio aspettare qui in porto che venga a salutarci. Nel frattempo è arrivato anche il meccanico, la faccia sconsolata l’avevo immaginata, i due giorni di riposo anche. E’ dalle undici di stamattina che lavora. Non ho ancora capito se davvero qualcosa non andava oppure se era solo la mia immaginazione e io sono solo il suo regalo di natale, visto che presenterà una fattura piuttosto rotonda.
Nel frattempo ho ricontrollato tutta l’elettronica, soprattutto il pilota automatico che a nord di Bastia aveva smesso di funzionare. Ho dato un’occhiata ai timoni, ho svuotato quel poco d’acqua che aveva bagnato la sentina…acqua dolce. Meglio così. Una passeggiata in testa d’albero perché se cede una drizza in pieno atlantico c’è da vomitare ad andare lassù. Volevo smontare l’ancora, ma, più per scaramanzia che per vera precauzione, l’ho lasciata dov’era. La toglierò quando ormai le Canarie saranno di poppa, perché fino a quel momento – anche se spero di no – potrebbe sempre servire. Dopo pranzo si è aperto uno spiraglio di sole, roba di cinque minuti, forse dieci. Poi di nuovo la pioggia e un sud ovest sempre più invadente.
Ho parlato con qualche pescatore che arriva da ovest, là fuori è bruttina la situazione. Loro hanno avuto qualche problema a rientrare, nonostante due motori e un peschereccio di 36 metri. Adoro le banchine in queste situazioni.
Il cellulare è quasi sempre fuori uso, il sistema che usavo l’anno scorso quest’anno non funziona e non voglio nemmeno sapere perché. Mi basta sapere che le comunicazioni satellitari ci sono, che posso mandare mail, anche se con parsimonia, e posso ricevere meteofax per casi d’emergenza.
Ora ho una gran voglia di dormire, stasera lascerò scorrere le ore in qualche bar di Gibilterra e dormirò di un sonno profondo fino a domattina. Sarà una giornata pesante, di nuovo al lavoro per controllare che tutto sia a posto, non voglio sorprese per la prossima settimana.
Spero poi, una volta partito e assaggiato il primo vero caldo, di riuscire a rilassarmi, a smettere di pensare, a ricominciare a scrivere davvero, a raccontare un po’ di emozioni e di sensazioni. Per ora è tutto un po’ freddo come il cielo sopra a questa testa stanca.
Siamo partiti da poche ore. E’ arrivata lunedì sera. In anticipo su tutte le previsioni. Raffiche sui quaranta nodi che qui fuori hanno fatto montare un mare abbastanza preoccupante.
Sono rimasto affascinato dalla potenza del caos che si è scatenato, ma tutti mi dicevano comunque che ad ovest del canale la situazione era molto più affrontabile.
Il meccanico ha lavorato fino al tardissimo pomeriggio di lunedì, dopodiché si è fatto offrire una piccola cena e non ha chiesto altro. Potere del mare o dei racconti del mio viaggio da solo? Sulla gente di mare fa ancora molta presa l’immagine di un velista che affronta l’atlantico con le sue sole forze. In realtà io non sono nessuno, l’impresa non è affatto storica, l’hanno fatto, lo fanno e lo faranno a decine ogni anno.
Solo che molti, forse quasi tutti, si chiedono come diavolo faccia un uomo a restare sano di mente passando un mese e mezzo a parlare con se stesso. Io non desideravo altro.
Avevo voglia di mettermi alla prova. Avevo bisogno di tempo per capirmi un’altra volta. Avevo bisogno di solitudine per farmi mancare gli altri uomini. Avevo bisogno di osservare una bottiglia di rhum e non riuscire ad aprirla se non in compagnia. Sento di aver bisogno di tutto questo e ora che davanti a me ho un mese totalmente da solo, non riesco a togliermi dal volto questo sorriso enorme.
Sono scappato. Probabilmente questa è la verità. Quando stamattina finalmente ho colto di nuovo le cime, ho alzato il braccio e ho salutato un paio di persone sul molo, ho percepito davvero come io stessi fuggendo da tutti. Lo faccio in situazioni critiche. Fuggire. Senza un perché. Solo tagliare i ponti, chiudersi nel silenzio del mare, sfogliare un buon libro, tentare di scrivere e scriversi e provare un po’ a capirmi.
La barca beccheggia vistosamente, ma passa morbida sull’onda, ormai il vento è sceso e il mare che ho davanti è vecchio di un giorno, ha smesso di ruggire.
La mia previsione di una nuova burrasca per domani si è rivelata del tutto errata. Navighiamo in una piccola bolla di alta pressione che teoricamente dovrebbe seguirci fino alle Canarie. Altri quattro o cinque giorni di sonno smozzicato e poi finalmente comincerò a riposare sul serio. Non fa nemmeno freddo. Sono seduto sottocoperta, ho della buona musica che mi sta accompagnando ed un leggero senso di nausea perché sono quattro ore che me ne sto qui sotto. La costa del Marocco si intravvede in lontananza, ma è bene che stia un po’ lontana da noi. Dopo l’uscita dallo stretto non ho più voglia di vedere la terra così vicina.
Qui è ancora tutto bloccato, nella mia mente, intendo. Cerco le parole, le immagini, i dettagli da mettere nero su bianco e invece tutto quello che esce è un’accozzaglia di rapide sensazioni a cui ancora non ho dato un ordine preciso.
Escono preoccupazioni per mia madre e mio padre, la stessa sensazione che provai l’anno scorso, quando oltre le Canarie, qualunque cosa fosse successa, sarebbe stato più lungo girare la prua e tornare indietro piuttosto che arrivare a destinazione e prendere il primo aereo. Mi ritrovo quasi a pregare che non accada nulla. Non in mia assenza. Poi questo pensiero nero si allontana per farsi vivo fra qualche notte e spunta un sorriso al pensiero dei delfini che magari fra qualche giorno cominceranno a seguirmi o del primo tonno che tenterò di pescare. Ma non è questo che davvero mi preoccupa.
Stavolta il ritorno sarà duro e difficile. Stavolta mettere piede in casa sarà quasi traumatico. Sapere di aver assaporato la libertà della solitudine, dello stare con te stesso, del programmare quel che vuoi e cambiare il programma quando vuoi. Una volta a casa ci saranno le solite liti con le banche, con i miei, con la noia, con il denaro, con chi non scatta al verde, con chi tenta di fregarti, con chi consegna in ritardo, con chi non ti paga, con chi non ti capisce, con chi adora le veline, con chi ti racconta tutta una partita di calcio, con chi spreca il suo tempo e non lo sa con chi si veste per apparire, con chi sceglie un colore badando alla moda e non alle emozioni, con chi non si ferma più davanti ad un tramonto qualunque, con chi crede che tutto sia dovuto, Con tutto questo. Forse fuggo da tutto questo.
E’ sceso il buio. Alla nostra dritta si vedono parecchie navi commerciali, per ora siamo fuori dalle rotte. Ne approfitterò per dormire un paio d’ore di fila. Il vento è ballerino, ci costringe a continue regolazioni delle vele, piccoli cambi di rotta che rendono la nostra prossima meta sempre più inavvicinabile.
Ci vorrebbe un bel vento da nord ovest, teso e steso per i prossimi cinque giorni. Al largo delle Canarie dovremmo trovare la solita autostrada, pagare il casello del cambio di correnti e poi finalmente lasciarci spingere fino ai Caraibi.
Giovedì mattina
L’alba di un fantastico giorno, il cielo che sta scegliendo il pantone con cui truccarsi la mattina e il mare che già frantuma i riflessi del sole in un mosaico che non ha contorni. E’ ora di una sigaretta. Esco dal sacco a pelo in maglietta, salgo sopra coperta, mi metto sul pulpito di prua e aspetto di svegliarmi del tutto. Ci vorrebbe una birra ora, ma riesco a godermi ugualmente il pasaggio.
Il vento è girato un po’ verso nord, segno che qualcuno sta pensando a noi e vuole farci uscire da qui il prima possibile regalandoci un’andatura veloce e tranquilla. Il mare è quasi del tutto steso. C’è solo un’onda stanca e lunga di un mare che per oggi regalerà solo buoni momenti. Scendo a versarmi una tazza calda di caffè e mi rendo conto di sentirmi riposato. Volevo dormire due ore e ne ho dormite cinque di fila. C’è gente che ha saggiato la durezza degli scogli delle Mauritius per leggerezze di questo tipo. Ma quelle erano altre persone, dalle vite molteplici e con un jolly sempre in tasca. Il vento non molla, la prua corre senza sosta e la scia dietro di noi si allunga. Potremmo andare avanti così all’infinito e poi ricominciare. All’infinito e ricominciare, questo vorrei. L’infinito.

Votalo!

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