Vacanza in spagna 2° capitolo 5/5 (2)

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STRADA SBAGLIATA

Da quando avevamo lasciato l’autogrill, sentivo un rumore fastidioso provenire da dietro la macchina, come se un pezzo di carrozzeria si fosse staccato e sfregasse sull’asfalto. Temetti che un pezzo del motore fosse partito. In casi come questo avevo adottato una tecnica che aveva dato sempre buoni frutti: fare finta di nulla. Stavo per alzare il volume della musica, quando sentì una voce:

“Ragassi, mi fate entrare?”

Ci voltammo terrorizzati. Guccini, con le mani arpionate al paraurti scivolava sull’asfalto, con la chitarra a tracolla che sbatteva da tutte le parti.

“Ragassi! Ragassi! Ragassi!” continuava a urlare.

Gino si sfilò la scarpa e sporgendosi dalla macchina iniziò a colpire le dita di Guccini.

“Molla! Molla! Molla! Diceva Gino

“Ragassi! Ragassi! Ragassi!”

“Molla! Molla! Molla!”

Alla fine Guccini mollò la presa. Lo vedemmo rimbalzare sull’asfalto come una pallina, poi rialzarsi e correndoci dietro urlare:

“Ragassi…ragassi…ragasiiiiii…”

Ma ormai era lontano, non poteva raggiungerci. Tirammo un sospiro di solllievo. Emilio infilava gettoni così velocemente che il suo braccio prese ad arroventarsi, Gino gli dovette versare sopra due litri di acqua, che si trasfromarono all’istante in vapore.

“Vuoi fare cambio?” mi chiese Mimmo. Io scossi la testa. Avevo bevuto un termos di sei litri di caffè, mi sentivo pronto a guidare per mesi. Con l’adrenalina a mille stavo benissimo.

“No! Non! Ci! Sono! Problemi” Urlai. Non feci in tempo a finire la frase che un pipistrello dal peso approssimativo di tre chili si schiantò sulla mia fronte. Persi i sensi. Nessuno se ne accorse. La macchina sfondò il guard-rail, e si inoltrò nella fitta vegetazione al lato dell’autostrada. Mi risvegliai dopo un paio d’ore, con un fortissimo mal di testa, le mani arpionate al volante e il piede schiacciato sull’acceleratore. Miracolosamente non ci eravamo schiantati contro un albero.

“Chi mi ha sparato?” Chiesi ai miei amici.

Allacciati ai seggiolini dietro, Gino e Mimmo dormivano a bocca aperta, ingurgitando quantità enormi di moscerini.  Mi voltai verso Emilio, che seduto al mio fianco, continuava ad infilare i gettoni a ritmi elevatissimi. Ansimava per lo sforzo, gli occhi sgranati per la concentrazione. Gli si era formata una pozzanghera di sudore sotto i piedi.

“Cosa dici?”  Mi rispose, con gli occhi fuori dalle orbite.

“Emilio, ti senti bene?” Chiesi.

Lui mi lanciò un’ occhiata disperata:“Mi sento un po’ stanchino…” sussurrò con un filo di voce.

“Vuoi che ci fermiamo un attimo?”

“Si. Voglio. Fermarmi. Un attimo” Rispose lui, quindi smise di infilare i gettoni e si accasciò su se stesso, emettendo un sibilo simile a quello di un gommone bucato.

Fermai la macchina. Malgrado la notte incombesse, decisi di fare quattro passi, tanto per sgranchirmi le gambe. Secondo i miei calcoli dovevamo essere a pochi chilometri dalla dogana francese, eravamo in anticipo sui tempi previsti, potevamo prendercela con calma. Preso dalla bellezza del luogo decisi di urinare su un albero. Stavo dedicandomi a disegnare cerchi sulla corteccia quando sentì un rumore alle mie spalle. Uno scalpiccio di zoccoli, seguito da un nitrito. Mi voltai. dalla nebbia vidi comparire un cavallo bianco che trainava un calesse. Sul calesse, un uomo alto e secco, con una lunga barba ispida e un cappello bianco a falde larghe, vestito completamente di nero.

La morte è venuta a prendermi, pensai, e i capelli mi si rizzarono in testa, mentre cercai di tirarmi su la patta dei pantaloni, senza riuscirci.

L’uomo fermò il cavallo, poi stette immobile ad osservarmi.

“Straniero.” Disse, con una voce altisonante: “Perchè urini sulla mia quercia?”

“No, non stavo urinando…”

“Si, straniero, tu lo stavi facendo…”

“No, io non…”

L’uomo si rizzò in piedi sul calesse, alzando un braccio verso il cielo. La mano impugnava un grosso crocefisso in legno. Un fulmine alle sue spalle ne illuminò i contorni.

“SI! TU STAVI URINANDO SULLA MIA QUERCIA!” urlò, lanciandomi uno sguardo fiammeggiante. Da dietro il calesse spuntarono altri uomini, tutti vestiti di nero. Imbracciavano grossi forconi  appuntiti.  Ero pronto  a voltarmi e fuggire tra i rovi, quando pensai ai miei amici. non potevo abbandonarli. Mi feci coraggio.

“Si, è vero. L’ho fatto.” mormorai:  “Io e  i miei amici stiamo andando in Spagna, eravamo stanchi e ci siamo fermati a riposare. E io ho urinato su quell’albero. Mi dispiace. Se ci lasciate andare non ci vedrete mai più, non sentirete mai più parlare di noi. non uccideteci, vi prego, pochi chilometri e saremo già in Francia!”

Caddi in ginocchio e mi misi a piangere.

“Francia?” disse l’uomo sul calesse, quindi scoppiò a ridere, seguito da tutto il gruppo. Alla fine l’uomo scese dal carretto,  si avvicinò e dopo avermi aiutato ad alzarmi mi invitò a leggere un cartello piantato sull’albero che avevo inopinatamente innaffiato. Il cartello diceva:

“Benvenuti nella comunità Amish di Innsbruk. Austria”

“Ma che cazzo…” Mormorai.

Se volete leggere il primo episodio cliccate qui!

Votalo!

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rosco115 è uno splendido uomo di 95 anni, portati benissimo. Ama scrivere racconti, bere, mangiare, ballare il tip tap , fumare sostanze stupefacenti, tirare sberle a sconosciuti e, occasionalmente, emettere rumori molesti durante cerimonie religiose.

2 COMMENTI

  1. Imperdibile il terzo! In Austria….o dei!!! (A vedi che cliccando per leggere il secondo capitolo, si ritorna sempre sul primo…. )Sei grande Rosco!

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  2. Stupendo!!! Ora un bel giretto tra gli Amish?

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