UN PRURITO LANCINANTE -

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Ho fame. Una fame incredibile. Un buco allo stomaco.
Mi alzo.
Brontola; la pancia dico, brontola proprio.
Nella penombra della stanza cerco l’interruttore.
Niente, la luce è andata.
Sbuffo.
Inciampo sul comodino, qualcosa cade.
Fuori, in salotto. Le serrande sono abbassate.
Tiro la cinghia.
Sudo, come se stessi alzando un macigno.
Mi sento debole, ho bisogno di mangiare.
La luce del crepuscolo filtra timida dalla finestra.
Di nuovo, la fitta allo stomaco.
Cerco una candela, ne trovo una mezza andata, quasi finita; raccolgo l’accendino e l’accendo. La cera sbrodola sulle dita.
Ombre.
Ombre sulle pareti, sul soffitto, sui mobili. Figure deformate, oscure.
In cucina.
La mensola, mi serve cibo. I biscotti e il pane e la marmellata e le merendine. Nulla.
Il mobiletto.
Un piatto di pasta.
Vuoto.
Arranco.
Sudo freddo.
Suoni improvvisi.
Provengono da su, come se qualcuno, qualcosa, ticchettasse sul soffitto.
È ovunque.
Devo mangiare.
Il frigorifero. Il mio vecchio frigorifero giallo.
No.
Non è possibile.
È grigio.
Era il frigo dei miei genitori. Di quando ero bambino. Ci congelavo i pupazzi lì dentro.
Lo apro.
File di scarpe eleganti. Solo scarpe. Scarpe col tacco, scarpe di pelle, scarpe di pelle di coccodrillo, mocassini. Tutte da uomo.
Sudo.
Il cuore martella.
Ancora, il suono mi circonda, sembra… sembra che qualcuno sbatta i pugni sulle pareti.
Le gambe si muovono da sole.
In salotto scruto la libreria.
È vuota. I libri sono scomparsi.
I miei libri, collezionati da anni, da quando ho cominciato a leggere. La meticolosa divisione per genere e per autore. L’odore delle pagine e le copertine impolverate. Non c’è più niente.
Corro.
Anche il comodino accanto al letto è vuoto, la pila di romanzi e fumetti è svanita, c’è solo la lampadina fulminata e i tappi per le orecchie.
«Simone!», urlo. «Simone!»
Non risponde. Vado in camera sua.
Tock tock, busso.
Un suono, come se qualcuno raschiasse.
Spalanco la porta, la stanza è vuota, deserta. Non c’è niente, non ci sono i poster, il tavolo, i disegni, le scritte, il letto, i mobili, le cartacce, i libri.
Non c’è il mio coinquilino. «Simone!», provo a dire, ma quel che esce è solo un rantolo disperato, un suono fioco, terrorizzato.
Lacrimo.
Un colpo alla pancia, una stilettata ben assestata. Sto morendo di fame. Mi piego in due.
Sì, il telefono. I numeri. Dove sono i numeri? Papà, mamma, i miei amici; guardo il display. Solo immagini; eccole, le foto dei miei genitori. Premo. Non c’è linea.
Devo mangiare.
Ansimo.
Mi vesto ed esco. Sul pianerottolo mi fermo, qualcuno mi osserva. Mille ombre mi scrutano minacciose.
Il braccio sinistro formicola.
Il cuore scoppia.
Fuori, nel buio del tramonto.
Mi volto ad osservare il palazzo. Non c’è luce e sembra disabitato.
Un momento.
All’ultimo piano, dalla finestra col panno nero, una luce si accende ad intermittenza. C’è un uomo. È vecchio e la barba cade copiosa, potrebbe farci una corda tant’è lunga. Scorgo le dita ossute che mi indicano. Il vecchio sorride senza denti e si spoglia. Poi prende un fiammifero.
Mi volto.
E corro.
Lungo i vicoli, nelle strade incatramate, sulle vie consumate, tumefatte, grigie, mentre il buio avvolge ogni cosa, un manto nero senza stelle.
Non me ne rendo subito conto.
Solo quando riprendo aria.
Non c’è nessuno. Solo cartacce e assorbenti e siringhe.
La fame mi divora, come se non mangiassi da giorni.
Mi sento osservato.
Il nero è ovunque, sembra vivo tant’è denso.
Di nuovo il suono, simile allo stridio delle unghie che graffiano la lavagna.
Una fitta al petto.
Una luce in fondo alla strada.
È un’edicola.
«Scusi», domando.
Ma non c’è nessuno e soprattutto non ci sono giornali e riviste e fumetti. Giusto le buste gransorpresa e i film scontati.
Osservo i muri che mi circondano, muri alti e vertiginosi. Non lo noto subito, solo dopo un po’, quando il mio sguardo si abitua al buio. Sulle pareti non ci sono scritte, non c’è niente. Sono grigie e pulite, non c’è una tag, un graffito, un “Forza Roma”. Nulla.
Frugo nella tasca della giacca e afferro il taccuino che porto sempre con me, ché mi serve ad appuntarmi le idee che mi frullano nella testa, quelle per i raccontini e per i romanzi mai scritti. Il taccuino da cui non mi separo mai, il mio confidente, il mio amico. Sfoglio le sue pagine, è vuoto e bianco.
Osservo le insegne dei negozi, al posto delle scritte grandi disegni. Alcuni rappresentano pantaloni, altri cellulari, altri ancora computer.
Mi fanno male i muscoli.
Prurito.
Mi gratto.
Le gambe traballano.
Un suono in lontananza.
La telecamera si muove e mi fissa.
Devo pisciare.
Mi sbottono la cerniera.
La pipì è nera e densa.
Grido.
Non riesco… a parlare.
C’è una penna a terra, la raccolgo e provo a scrivere sul taccuino. Traccio una linea, poi un’altra. Osservo. Cerco di ricordare l’alfabeto.
“Cos’è l’alfabeto?”, mi domando.
Scarabocchio segni senza senso.
Non so scrivere.
Non so niente.
Serro i denti.
Un’ondata di calore improvvisa mi colpisce, come se un sole cuocente nascesse all’interno del mio corpo. Mi gratto.
Zoppico reggendomi al muro.
Poi sono su una grande via.
Dove sono le automobili? Solo tram, decine e decine di tram.
Un… un momento!
Sono pieni di gente!
Comincio a ridere. Non sono solo, non sono solo!
Piango.
Aspetto alla fermata.
Uno, due, tre, quattro, cinque.
Ecco il tram. Allungo il pollice, si ferma. Salgo.
È colmo di gente e sono tutti seduti. Guardano fisso un punto vuoto e nessuno parla. Anche il tram sembra silenzioso.
Non capisco niente.
La testa gira, ho bisogno di sedermi. Lo stomaco riprende a brontolare. Devo parlare con qualcuno, scambiare due parole.
Mi accosto ad una donna di mezza età. «Mi scusi», faccio.
Non si volta. Allora la tocco. Lei si gira e mi osserva scocciata, poi torna a guardare il nulla.
«Mi scusi», ripeto, ma la signora non presta attenzione.
Provo a deglutire.
Raccolgo l’aria e urlo. Tutti si voltano a guardarmi, scrutandomi come se fossi pazzo, uno apre la bocca, fa per dire qualcosa ma poi ci ripensa.
La vista si appanna. Sto per svenire, devo mangiare.
Scendo.
La strada è piena di persone, i lampioni illuminano il tutto.
Uomini e donne camminano facendo attenzione a non incrociare gli sguardi.
Ne spingo uno.
Poi un altro.
Nulla. Mi scrutano minacciosi, come se li avessi interrotti, anzi no. Come se la cosa apparisse inopportuna.
Mi sento solo.
Annaspo.
C’è un locale aperto, dentro ci sono solo maschi, sono seduti composti sulle sedie di legno, tutti in fila; un tavolino davanti ad ogni postazione è posizionato con cura, sul tavolino c’è una piccola ciotola di metallo, dentro la ciotola zampillano pasticche di tutti i colori, gli uomini le ingoiano come fossero caramelle, ogni volta il loro sguardo si fa un po’ più vacuo, fumoso. Osservano, nessuno escluso, il grande televisore appeso al muro; lo schermo trasmette pubblicità ad intermittenza, solo pubblicità. Prodotti di bellezza, detersivi convenienti, donne nude e vecchi in perizoma. Nessuno fa caso a me, tranne un cameriere che mi indica un posto vuoto. Faccio no no con la testa ed esco.
Il prurito riprende ancora più insistente. Se avessi un coltello mi squarcerei il braccio per farlo smettere.
Mi sfrego premendo le unghie, entrando fin sotto la carne.
Ho bisogno di aria.
Ho bisogno di cibo.
Un uomo si ferma. Allunga il braccio verso di me, visibilmente imbarazzato. Apre la bocca e prova a parlare ma emette solo versi sconosciuti, striduli, lancinanti, come quelli di un bambino triste.
«Ho fame», gemo.
L’uomo annuisce.
Non sa parlare.
Non. Sa. Parlare.
Mi indica un punto imprecisato in fondo alla via.
«Grazie», sussurro.
Ora cammino di fretta, il prurito sempre più forte, la strada illuminata a giorno, i negozi aperti, spalancati, vuoti.
Non ci sono librerie in giro.
Non so leggere.
Non so scrivere.
Mi gratto.
Mi gratto forte.
Fino a che non tocco il metallo.
Allora abbasso lo sguardo e osservo lo squarcio nella carne.
No.
Non c’è sangue.
No.
Alzo la testa, le lacrime mi tagliano il volto.
Balbetto.
C’è una lunga fila davanti al benzinaio.
Decine di persone aspettano composte una dietro l’altra. Nessuna si tocca.
Attendo il mio turno, lo sguardo basso.
Il tempo non ha più senso.
Il braccio penzola nel vuoto.
Filamenti.
Ecco, ora vedo, quando la fila si dirada e solo due persone si frappongono tra me e il distributore.
Il benzinaio afferra la pompa, il cliente paga e apre le labbra. Il benzinaio, come un novello cameriere, infila il tubo nella bocca del tizio che beve e beve e beve.
Ho fame.

«Aho».
Spalanco gli occhi.
«Aho!», mi fa Ganesh, il mio amico immaginario, strattonandomi. «Ti stavi tutto ad agitare, manco fosse la fine del mondo… guarda, sei sudato da far schifo, hai inzuppato le lenzuola. Davvero, senza ritegno».
«Cazzo Ganesh, era un sogno…»
«Mi sa di sì, stolto umano…»
«Pensavo d’essere un cyborg.»
«È che guardi troppi film di fantascienza. Lo sai che poi fai gli incubi la notte. Te lo dice pure tua mamma».
Mi alzo di corsa. I libri ci sono, afferro il quaderno e scrivo. Daje, l’alfabeto lo so.
Poi corro da Simone e lo sveglio.
«Ci sei!», sorrido, «Facciamo una canna per festeggiare!»
«Ma che ore sono?», sbadiglia il coinquilino.
«Le quattro del mattino, lo dice l’orologio. Ha i numeri!»
«Elia, torna a dormire, è tardi…»
«No, è presto… dove hai messo il fumo?»
«In salotto, adesso lasciami in pace…»
Corro in salotto. Incubo del cazzo, i libri ci sono tutti, mica no. Che qui la cultura è ‘na cosa seria.
Mi siedo sul divano, davvero sono tutto sudato. Totalmente bagnato. Domani mi prendo un giorno, mi sa. Tipo che telefono e dico che sto male, tanto l’influenza gira e a me la sinusite m’è appena passata. Tipo.
Rollo la canna.
L’accendo.
Fumo.
Lo stomaco brontola, la fame torna improvvisa e perversa.
Fame di qualcosa di nuovo, di denso.
Poi, di colpo, il braccio comincia a prudere.

Votalo!

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Io sono Elia Mangiaboschi. La mia vita è piatta, monotona, particolare e unica. Quindi la scrivo. Un racconto a settimana (possibilmente il martedì), da leggere tutto d'un fiato. Scrivo degli Uomini Grigi, della ditta per cui lavoro "Meccanic. A", dei miei colleghi, dei dottori, delle persone, di papà e mamma, delle droghe, delle situazioni, di tutto e di nulla. Sono un impiegato; io timbro i pacchi, faccio le ricevute. Sono Elia Mangiaboschi. E questa è la mia storia.

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