Tre o quattro cose 4.25/5 (2)

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Un centro commerciale qualsiasi, in una cittadina qualsiasi, le quindici e trenta di un pomeriggio afoso.
L’uomo posteggia regolarmente dentro le strisce blu, tra un’auto di grossa cilindrata e un’utilitaria, proprio come la sua. Il parcheggio è quasi al completo, eppure non si vede anima viva in giro, strano. Non deve fare una grossa spesa, quindi evita i carrelli agganciati alle catene decidendo per i più comodi e leggeri cestini che troverà all’interno.
Arriva all’ingresso, doppie porte scorrevoli, oltrepassa la prima e viene subito assalito da una forte puzza. È talmente nauseabonda da provocargli un conato, prende il fazzoletto e se lo preme sul volto, ha le lacrime agli occhi.
La prima porta si richiude con un sibilo, subito dopo si apre la seconda; silenzio e corpi stesi a terra, fatti a pezzi.
Uomini, donne, bambini e anche qualche cane; da quando abbiano permesso di farli entrare, non ricorda.
Mentre scavalca il cadavere di un addetto alla sicurezza, si rende conto di non provare paura, e perché mai dovrebbe?
In fondo, è venuto per acquistare quelle tre o quattro cose.
“non farti tentare e prendi solo il necessario”
Le parole di Alina, sua moglie, gli rimbombano ancora nelle orecchie. E a ragione.
Non navigano certo nell’oro, e da quando ha perso il lavoro vivono solo del suo stipendio.
Tra sangue e arti mutilati, oltrepassa il cancelletto che introduce nel supermercato. Un cigolio improvviso lo fa sussultare, si volta. Sul tappetino nero, quello che trasporta i prodotti, una testa mozzata rotola lentamente contro lo sbarramento in alluminio e li si ferma con un rumore agghiacciante…stock.
Il pane, ecco cosa deve prendere. Il pane, un panetto di burro e qualche bibita. Alina adora la Pepsi, anche se lui preferisce la Coca.
Avanzando nelle corsie disseminate di corpi, si chiede ancora una volta il perché di quella strage. Ma a lui che importa, in fondo è venuto per acquistare quelle tre o quattro cose.
Ecco la corsia del pane; fresco e sfornato ogni due ore, dice il cartello appeso in alto.
Le baguette, le sue preferite, spuntano da un cesto a livello del terreno, insieme a un braccio scorticato e la carne ridotta a brandelli. Ne afferra una e la mette nel cestino, distoglie lo sguardo dal braccio e si avvia verso il reparto latticini. Le ante dei frigoriferi sono aperte, i panetti di burro si sono sciolti mischiandosi al sangue che scorre verso il centro. Pazienza, il burro è nemico della salute, ne faranno a meno.
Le bibite si trovano in fondo, proprio nei pressi dell’uscita. Col fazzoletto sempre premuto sul viso, percorre la distanza a grande velocità, scivola su qualcosa di grigio che sembra materia cerebrale, si rialza e ricomincia a correre.
Eccole! La Pepsi non c’è, avrebbe dovuto per forza prendere la Coca, chissà che menate gli farà Alina. Con un ultimo sforzo, afferra una bottiglia e la lancia nel cestino, poi corre alla cassa.
La giovane cassiera, vent’anni al massimo, giace supina sul registratore di cassa. La testa sembra esserle esplosa e ciocche di capelli giacciono inermi tra i tasti.
Prende il portafoglio per pagare ma, nella concitazione, deve averlo perso durante la caduta. Che figura, mai successa una cosa simile in tanti anni di spesa.
E se lo fermassero? Se quelli della sicurezza lo portassero in un ufficio oscuro e l’obbligassero a una perquisizione?
Ma quelli della sicurezza sono tutti morti, come gli altri del resto.
No, non avrebbe corso il rischio. Piuttosto di subire una simile onta, avrebbe affrontato l’ira di Alina, in fondo c’era abituato.
Molla il cestino a terra e si precipita verso l’uscita. Quando vi arriva, scopre che le porte sono bloccate, chiuse senza ombra di dubbio. Infila le dita nella fessura, si scarnifica le unghie nel vano tentativo di aprirle, poi cede e si accascia al suolo.
In fondo, era venuto per acquistare quelle tre o quattro cose, ha il tempo di pensare prima di perdere i sensi.

-Signore…signore!-
Riapre gli occhi di colpo, sente il sudore colargli lungo la schiena, ha i brividi.
-Signore, si sente bene?-
L’addetto alla sicurezza, quello che aveva scavalcato per primo, è chino su di lui. Alle sue spalle, la cassiera con la testa esplosa gli sorride.
-Io…io…- sussurra appena.
-Non si sforzi, probabilmente il caldo le ha giocato un brutto scherzo- dice l’addetto.
-Sta arrivando l’ambulanza, stia tranquillo- aggiunge testa mozzata.
-Che…che ore sono- la gola è riarsa, trema visibilmente.
-Le tre e un quarto, ma stia calmo, tra poco sarà tutto finito-
-Dovete andarvene tutti, subito!- dice cercando di mettersi a sedere.
Con fermezza, l’addetto alla sicurezza lo blocca e lo rimette coricato.
-Deve stare tranquillo, stanno arrivando i soccorsi-
Quasi li abbia evocati, in lontananza si ode il lamento di una sirena.
Pochi istanti dopo, dei solerti paramedici lo issano su una barella e lo caricano all’interno dell’ambulanza; sono le quindici e ventotto.
Due minuti più tardi, mentre quest’ultima sta per imboccare la superstrada, un aereo di linea perde quota, si avvita, e va a schiantarsi sul centro commerciale.

Votalo!

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Nato il 7 Settembre 1961 a Cremona. Divorziato, tre figli e nonno, ho scoperto il piacere di scrivere proprio durante la separazione. Magazziniere part-time, dedico il mio tempo libero ad inventarmi storie e metterle nero su bianco. Non ho un genere preferito, anche se horror e giallo-noir hanno sempre esercitato un fascino particolare su di me.

3 COMMENTI

  1. Scritto bene, scorrevole come son sempre i tuoi racconti, ma qui ho come l’impressione che il finale si sia perso nel tentativo di dare una spiegazione… inverosimile! 😊
    Forse sarebbe stato meglio ricorrere agli alieni piuttosto che tirare in ballo un disastro aereo di cui l’uomo non riscontra traccia nel suo “sogno premonitore”….
    Ma forse sono io che, lo ammetto, manco di fantasia.
    Ti segnalo che la moglie del protagonista si chiama sempre Alina tranne nell’ultimo caso in cui viene citata, verso la fine, alle casse, quando diviene Silvia.
    Comunque bravo Danio, a me come scrivi tu piace molto! A presto!

    • Ciao Giovanna 🙂
      Scritto in poco meno di un’ora, in un pomeriggio dedicato al vano tentativo di digerire le gozzoviglie natalizie.
      Non ho pensato assolutamente agli alieni, avevo in mente il disastro aereo e così è andata, sarà per il prossimo magari 🙂
      Per Alina-Silvia mi viene da ridere. Ero verso la fine del racconto e Silvia, la figlia della mia compagna, è venuta a chiedermi una cosa. Ecco spiegato il cambio di nome 🙂
      Grazie e buon proseguimento

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