Scandalo in Via Veneto 2.7/5 (5)

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Via Vittorio Veneto, una piccola arteria di Roma, piccola perché breve, ma arteria, perché in essa vive l’essenza dell’urbe. Un gioiello di architettura e storia che nasce a piazza Barberini e si inerpica su, per una salita, fino a Porta Pinciana.
Questa strada in cui l’antico ed il moderno si fondono, ha visto passare ogni genere di personaggio e ad oggi è tra le moderne attrazioni di Roma. Qui si alternano bar, ambasciate, ristoranti, botteghe ed alberghi, per il giusto prezzo, si può trovare la sistemazione desiderata, un economico B&B oppure un Hotel extralusso.
Io sono in un B&B, non mi importa di Via Veneto, sono un detective e sono qui per un lavoro. Dalle finestra della mia camera posso ammirare le vetrate dell’albergo antistante, l’Hotel Flora, e di li, il soggetto, che continua ad intrattenersi con quella donna… la moglie non sarà affatto contenta di ciò che ho visto, ma è parte del lavoro.
La committente, Caren S, è una signora di circa cinquant’anni, bellissima, con lunghi capelli biondi ed occhi verdi e fini, ben inserita nell’élite culturale della città, eppure una donna così raffinata si è innamorata di Tommaso P.
L’uomo su cui sto indagando, il marito, è un ometto non molto alto, piuttosto robusto eppure ha savoir fair, è carismatico, affascinante. Caren è totalmente persa, profondamente gelosa del suo “Tommy”. Il fedifrago è un politico, con posizioni molto conservatrici, vicine alla morale cristiana.
In questo momento, il caro Tommaso, la cosa più cristiana che stà facendo è una “missionaria” con la sua amante… una mora tutta curve, affascinante, insaziabile, voluttuosa … sono ore che l’uomo continua a stare tra le sue cosce e sembra che l’appetito venga mangiando.
Sono le 22e30, un’ultima convulsione estatica, comune, sancisce la fine dei giochi.
Ho fotografato tutto, è parte del lavoro, servono prove.
Il soggetto, ora in piedi, guarda dall’alto della finestra la strada sottostante, osserva il mondo muoversi sotto di lui.
Ad un tratto sembra notare qualcosa. La flemma lascia il posto alla fretta.
L’ometto corre per tutta la stanza in cerca dei vestiti, mentre incita l’amante a fare lo stesso.
Lei si avvicina ai vetri, con fare curioso, il suo sguardo si trasforma in puro orrore.
I due si girano velocemente verso la porta della camera, quattro uomini in nero irrompono nell’alcova e, armi in mano, prendono la donna. Un soffio fende l’aria e la finestra da cui si vede l’uomo viene colpita. Uno spruzzo di sangue imbratta la parete dal lato opposto della finestra colpita, Tommaso cade a terra, con un buco in testa… è stato ucciso! L’assassino è nel mio stesso edificio!
Le cose iniziano a farsi pericolose, meglio defilarsi, ed in fretta!
Rapidamente prendo la macchina fotografica ed esco dalla camera.
Appena uscito, sento un’altra porta chiudersi. Vedo un uomo, con lo stesso completo di quelli di prima. Cerco di rientrare in camera, ma è troppo tardi, mi ha individuato.
Si avvicina a passo svelto e mi chiede la macchina fotografica che ho in mano.
“No” rispondo spingendolo contro la parete.
Fuggo via, per le scale, scendo di diversi livelli dal mio quarto piano, non riesco a contare, spero solo di raggiungere un luogo affollato.
Un energumeno, della stessa squadra dell’altro mi sbarra la strada. Schivo la sua presa e mi infilo in una porta subito alle sue spalle.
Sono nell’hall del B&B. In fretta, mi dirigo verso l’uscita.
I ceffi, scesi con l’ascensore, mi si fanno contro, attivo il flash e li acceco per qualche secondo, il tempo necessario per agguantare un soprabito lungo ed un cappello.
Mi travesto ed esco in strada.
Vedo la mora, sul marciapiede opposto al mio, un vestito rosso come il peccato, scura in volto.
Non resisto, devo scattarle una foto. All’improvviso l’inquadratura diventa nera ed io cado, colpito da un treno merci.
Sono confuso, qualcuno in un italiano stentato mi minaccia, mi avverte. Un calcio allo stomaco ed un altro alla spalla mi dicono che sono fortunato ad essere ancora vivo.
Da terra, ascolto i passi degli aggressori allontanarsi in discesa.
Non riesco a capire che accento avesse l’aggressore, di pensare a quella donna, alla mia macchina fotografica…mi rialzo.
Voglio inseguire i rapitori, ma due carabinieri mi fermano, hanno saputo dell’aggressione, mi portano in caserma a forza.
Al comando dopo una breve attesa fuori dalla porta del capitano esce un uomo, questi mette una mano sulla mia spalla, “prego entri” dice, il suo accento inglese è simile a quello degli assassini.
Nella stanza l’ufficiale ascolta la mia storia, poi mi si avvicina e mi spiega che Tommaso si era suicidato, non avrei dovuto sapere altro.
Capisco l’antifona e confermo la versione del capitano.
Uscito, mi dirigo verso un bar li vicino.
Durante il percorso il prurito alla spalla destra, che mi aveva perseguitato nel colloquio in caserma, s’interrompe, assieme al mio respiro. Boccheggiante cado a terra sul marciapiede.
Esalando l’ultimo respiro vedo l’auto su cui era salita la mora, in un cortile al 121 di Via Vittorio Veneto.

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