Quei due 4.75/5 (1)

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Il Destino e La Morte se ne stavano seduti, sulle rive di un piccolo ruscello.
Silenziosi, ascoltavano il leggero mormorio dell’acqua ed osservavano quell’incessante scorrere,
scontato per molti e sconosciuto per troppi.
Erano una coppia loro due, da tanto tempo, così tanto che lo avevano dimenticato eppure, dopo tutti
quei secoli trascorsi insieme, dopo tante decisioni sofferte, litigi, accordi e riconciliazioni, non si
conoscevano ancora e raramente riuscivano a comprendersi.
Lei era bellissima, eternamente giovane, lo sguardo incolore, distaccato da tutto e da tutti, riusciva
tuttavia a trasmettere pace e un profondo senso di equità. Lui al contrario, mutava continuamente
aspetto ed espressione. A volte sembrava attraversato da una vena di follia, altre una profonda
saggezza traspariva dal suo sguardo, ora allegro, ora cupo, sempre determinato ad arrivare fino in
fondo al suo lavoro.
“Ascoltami bene questa volta!” La voce della Morte, che pareva uscire filtrata da un panno di
spesso velluto, interruppe di colpo i loro solitari pensieri. “ Lui dovrà morire prima del tempo. E’
giusto che sia così perché a nessuno è mai stato consentito di calpestare troppo a lungo e con tanta
ferocia, un essere indifeso e mite.”
“Ma che sciocchezze dici?” La interruppe il destino “Hitler allora? Dove lo vogliamo mettere?
E tutti gli altri simili a lui? “
“Non c’è bisogno di scomodare Hitler, o Pinochet, o Nerone, o chi ti pare: Il mondo è sempre stato
popolato da anime crudeli, lo è ancora, e non tutti sono governanti o re. Però se ti ricordi un po’ la
storia, questi esseri, prima o poi hanno dovuto fare i conti con me, e molti di loro proprio nel
momento in cui stavano apprezzando maggiormente la vita. E non mi pare che tu ti sia mai
opposto. D’accordo i reggenti hanno sempre determinato e determinano la sorte di migliaia di vite,
la cui sorte è ineluttabile, però non comprendo perchè tu faccia tante storie ora . La morte sbuffò
continuando : “Sempre così con te. Ogni volta che si scende nel particolare, non appena ti
soffermi sull’individuo, riesci a cogliere quei pochi, miseri particolari capaci di edulcorare un’anima
più che amara, e ti abbarbichi a quei pochi moti di umanità, pur di stravolgere, cambiare o
rimandare ciò che invece è giusto che sia!”
Lo guardò ora severamente, più che decisa a mantenere la sua posizione.
“Senti “ riprese lui, per nulla intimorito “io so di aver sempre svolto il mio compito con la massima
solerzia, sono certo di aver sempre ubbidito alla Legge, e non ti ho mai ostacolata, mai! Puoi forse
negare che abbia chinato il capo, rassegnato, di fronte alle centinaia di olocausti, di omicidi, di
atroci incidenti che affliggono questi miseri uomini da secoli? Mi sono fatto da parte, lasciandoti
lavorare tranquilla, pur non condividendo sempre, al di là della mia conoscenza delle varie trame ,
sviluppi o motivazioni a monte, tipo debiti karmici o quant’altro. “
“Ecco vedi? Lo stai ammettendo da solo. Niente da dire…sulle grandi catastrofi sei un
collaboratore eccellente, ma non appena ci si riduce ad uno, ecco che tiri fuori un sacco di se, ma
e però….dì che non è vero!

ncontrarmi e nel frattempo continuano a comportarsi come se io non esistessi. Ma ora veniamo al
caso in questione, stiamo divagando come al solito.
“Ok” disse il destino.
“Quando vuoi fare il ragazzino non ti sopporto, tra un po’ ti metterai a scrivere anche tu con le K”
“Scrivere con le K? Ma ke kavolo stai dicendo?” La provocò lui.
“Ecco appunto! Piantala”
“Ad ogni modo eccolo qui…guardalo bene…bello vero?” La morte avvicinò la sua pietra piatta al
volto dell’uomo.
“Un bell’uomo sì” disse il Destino trasformando con noncuranza la pietra in un Whatsupp.
“Fai sparire quest’affare!” “ Non ci penso nemmeno, sei troppo antiquata” ghignò malefico il
Destino.
Lei lo ignorò per poi proseguire:
“La tipica aria del bello e maledetto. Espressione seria, labbra sensuali ma decise, sguardo
magnetico, elegante, raffinato, colto. Moro e con gli occhi verdi. Ero certa che ti piacesse” disse la
morte ammiccando.
Il Destino la guardò trattenendosi dal risponderle per le rime, per limitarsi a dire:
“ E’ anche profondamente buono e caritatevole, te lo assicuro. Non hai idea di quanta gente abbia
aiutata, a volte restando senza un soldo lui. “
“Bella forza!” lo interruppe lei sbottando, “ A parte il fatto, che non ha mai dato importanza al
denaro, semplicemente perché non se lo è mai sudato ed ha sempre trovato qualcuno che per affetto
o quant’altro ha provveduto a lui, ma poi…vuoi mettere …. sentirsi in pace con la coscienza
perché si è fatta un po’ di carità spicciola, non ha prezzo per quelli come lui.”
Il Destino sospirò pesantemente..”Niente da fare, lo hai preso storto!”
“Io non prendo storto nessuno, come ti permetti? Se mi chiamano la Giusta un motivo ci sarà non
credi? Lo so cosa stai pensando, che se c’è una che sembra ingiusta sono io, ma lo sai che ti
sbagli. Sembro, ma non sono.
“Oh senti..” la interruppe lui, io lo sto difendendo semplicemente, perché in diverse occasioni sono
riuscito a deviare il suo percorso, e ti ho fregata diverse volte.”
“Lo so benissimo” disse lei “ Credi non mi sia accorta? Non mi sono sfuggite le tue intromissioni..

Due incidenti evitati miracolosamente, una sniffata di coca alla quale è sopravvissuto per mero
caso, senza contare quella volta che ha voluto fare il bullo col parapendio, senza preparazione’”
Il destino scosse il capo aggiungendo :” Sai meglio di me come vanno queste cose, c’erano diversi
percorsi accanto al suo che necessitavano della sua vita per compiersi, se ti avesse lasciata fare, mi
avresti interrotto un bel po’ di trame.
Hai idea di quanti fili io stia tirando? No dico, delle volte ti fosse sfuggito, qui si parla di miliardi
di persone, mica pizza e fichi.”
“Già lo dici a me..mi fai ridere mi fai… ma hai ragione stavolta..mettiamoci comodi e vediamo un
po’ come sono andate le cose.”
Si sedettero vicino, silenziosi e osservarono, ascoltando .
“Sei contenta ora? Ahhh che soddisfazione eh? Ora credi di avermi incastrato. Scordatelo! Io non intendo rinunciare alla mia libertà …sappilo! Tua la scelta, tue le conseguenze.
Se speri che mi alzi di notte , levatelo pure dalla testa e non ti dimenticare che in questa casa si
mangia a mezzogiorno in punto.” L’uomo, giovane, abbronzato, decisamente attraente, aveva
un’espressione dura sul volto dai tratti seri e fermi. Gli occhi grigi e freddi, sovrastavano un naso
aquilino e due labbra rigide che raramente indulgevano al sorriso. Ivano stava ora fissando la
moglie, Adele, quasi con derisione mista a rabbia e un’ombra di disgusto gli attraversava lo
sguardo. Lui aveva 24 anni, lei 25. In realtà quella gravidanza era un po’ prematura. Si erano
sposati da poco più di due anni, sposi di guerra erano stati ed ora, in un’Italia che stava
letteralmente cercando di liberarsi dalle macerie, tiravano la cinghia come
la maggior parte della classe operaia in quel periodo. Un filo teso da parte a parte nella camera da
letto era il loro armadio, sui cui penzolavano pochi abiti attaccati alle grucce e tutto il resto
dell’arredamento era ridotto al minimo indispensabile. Lo stipendio dell’uomo a malapena bastava
per sfamare loro due, ma Adele, aveva insistito a lungo per avere un figlio e così alla fine era
rimasta incinta. Ce l’aveva messa tutta per riuscirci, non perchè travolta da un irrefrenabile
istinto materno, no no, semplicemente sperava con un figlio di legare a sé più stretto quel bel
marito, dongiovanni, che non restava mai in casa più del tempo necessario per mangiare e dormire
e che lei sentiva come stesse per sfuggirle dalle mani. Non è che lo amasse, nel senso che si
dovrebbe dare alla parola amore, lei voleva possederlo ad ogni costo, ma non riusciva a stargli
vicino. Lui cresceva, si interessava alla vita, si faceva permeare da essa, avido, curioso, intelligente,
lei si annullava sempre più nella sua ombra, incapace di tenere il suo passo e forse troppo pigra
per compiere uno sforzo in quel senso. Aveva pensato che con un figlio lo avrebbe legato a sé e
finalmente lo avrebbe sentito suo. Da un ragionamento così corrotto e di bassa lega, non poteva
che nascere una creatura votata per lunghi anni all’infelicità.
La Morte guardò un attimo il suo compagno negli occhi e quello alzò le spalle rassegnato
dicendo:
“Doveva nascere in quelle circostanze e con quei genitori. Aveva dei conti in sospeso da pagare e
li ha pagati tutti, fino all’ultimo spicciolo”
Ripresero ad osservare in silenzio.
La bimba, nacque in una notte di Agosto del 1946, da una madre urlante all’inverosimile,
distesa sul tavolo di marmo della modesta cucina, sfinita da un travaglio di 24 ore. Ivano se
ne era andato a giocare a boccette al bar del quartiere, con la partoriente erano rimaste
delle donne, forse parenti e un dottore che alla fine, più esausto della puerpera era ricorso
al forcipe per estrarre quella creatura che non ne voleva sapere di venire alla luce. Luce
che tra l’altro venne a mancare quella notte, a causa di una violentissima tempesta che
infuriava sulla città. *
“Leggo un’arcana simbologia in questa nascita, e i segnali sono fin troppo chiari” disse la morte
quasi sussurrando.
“Certamente i simboli non sono mancati” Rispose il Destino, inespressivo.
enne collocata in una cassetta a listarelle di legno, quelle che si usano per trasportare le patate, in
cui avevano avuto l’accortezza di sistemare qualche straccio, ma dimenticando di dare una
martellata ,almeno per ripiegarlo, ad un grosso chiodo che emergeva dal legno proprio sull’orlo
della , chiamiamola culla. La bimba cominciò a strillare da subito. Protestava violentemente
contro quella vita, contro quei genitori, contro se stessa. Più piangeva e più era odiata e si instaurò
un circolo vizioso. Succhiava latte inacidito dalle mammelle infelici della madre, veniva cullata
costantemente da urla e imprecazioni, si sentiva sbatacchiare quasi con ferocia e strillava,
facendosi sbatacchiare ancora di più. Le liti tra i due sposini crescevano esponenzialmente alla
sua crescita, e Ivano si allontanava ogni giorno di più da una moglie che ora sopportava a mala
pena. Sciatta, sempre in disordine, scarmigliata, la casa sporca, fasce di neonato stese un po’
ovunque, sempre più istericamente ignorante, insopportabile.
Lui respirava solo fuori di casa, dove trovava senza problemi i suoi svaghi Anche andare a
lavorare era preferibile all’inferno che era costretto a vivere tra quelle quattro mura.
Quando era stato all’anagrafe a denunciare la nuova nascita,, l’impiegato gli chiese che nome
avevano scelto, aggiungendo: “ Avete altri figli?” Ivano rispose…” Brrrrrrrrrrrrrrrrrr..una”
La chiamarono Bruna, anche se era bionda ed aveva gli occhi azzurri.
“Altro simbolo” disse la morte
“Già” annuì il Destino
Mai creatura fu più indesiderata.
Ma non ebbe la fortuna di venire abbandonata in qualche angolo nascosto della città.
La allevarono loro.
Il padre, intrinsecamente onesto, non le avrebbe mai fatto mancare il pane, né mai avrebbe potuto
abbandonarla. Ora c’era e se la teneva, indipendentemente da quello che desiderava lui, così come
si sarebbe tenuto per tutta la vita quella moglie superficiale e meschina. Gli avevano insegnato che
la famiglia era importante, e che il suo ruolo era quello di governarla e dirigerla. Padre e marito
padrone, piccolo dittatore erede di una mentalità comune che appagava dei microscopici ego,
salvando le apparenze agli occhi di un mondo ipocrita , abituato da un trentennio ad obbedire
senza fare domande. Essere socialista non lo salvava dai condizionamenti che avevano plasmato la
sua mente a misura di un regime che non poteva permettere disgregazioni autarchiche. La famiglia
andava salvata ad ogni costo , le mogli dovevano essere fedeli, le figlie caste, servire ed obbedire
era il loro compito e tacere!
Per gli uomini interessanti come Ivano non mancavano certo le possibilità di svago extraconiugale,
e per gli altri, meno fortunati, la legge Merlin non era ancora arrivata a chiudere i bordelli.
Bruna cresceva. Un trasferimento di lavoro del padre la portò a vivere in un piccolo paese in riva
al mare, in una casa isolata circondata da orti e con pochi vicini.
Non assomigliava ai genitori. La madre, nonostante la sciattezza era una bella donna, mora, dagli
occhi penetranti, e profondamente civetta, alla ricerca continua dell’approvazione maschile, paga
di suscitare desiderio, per sentirsi importante. Forse, e qui il forse si impone, non aveva mai
tradito il marito solo per paura, ma i suoi occhi si illuminavano, lanciando bagliori promettenti, ogni
volta che un paio di calzoni si avvicinava. Il padre, anch’egli moro, occhi grigi, bel portamento e
una solida cultura da autodidatta avido di sapere, non si faceva scrupoli con le donne, ma sempre
con classe ed eleganza.
Bruna invece era insignificante e piuttosto scialba. Né bella , né brutta, una perenne espressione triste sul volto, vestita quasi sempre goffamente, i capelli tirati con tanta forza da farle
dolere le tempie, trattenuti con malagrazia da una stretta coda. Solo nell’orto o in riva al mare,
recuperava, per brevi momenti la serenità della sua infanzia. Bastava poco a sciuparla. Molto poco.
Era ubbidiente, remissiva, non si permetteva mai di controbattere o chiedere qualcosa per se stessa,
eppure i castighi arrivavano lo stesso per un motivo o per l’altro. Il padre la fissava con estrema
severità in quei casi, slacciava la cinghia dai pantaloni e partivano le frustate sulle cosce. Ma forse
erano più amari quei momenti, interminabili, immotivati, assurdi in cui Ivano la costringeva a
stare in un angolo, il viso rivolto al muro, le mani alzate, finchè lui non avesse deciso che poteva
abbassarle. Si era chiesta tante volte perchè… Ubbidiva sempre, era rispettosa, che orrendi peccati
stava commettendo senza saperlo? Forse, il suo peccato più grande era stato nascere e si sentiva
in colpa per questo.
Le liti, orribili, violente, tra i suoi genitori erano il pane quotidiano ed inevitabilmente la madre la
tirava in ballo : “ Ringrazia tua figlia ringrazia” sputava contro il marito satura di rabbia e
livore “ Se non fosse per questa palla al piede che mi impedisce di vivere, sai dove sarei?”
La palla al piede cresceva, totalmente, irrimediabilmente priva di autostima, convinta di essere un
peso, un fastidio, certa che nessuno l’avrebbe mai accettata. Si sentiva, brutta, incapace, inutile. Si
odiava e spesso aveva desiderato la morte.
“Ecco lo sapevo che si arrivava qui, quando stanno male mi desiderano tutti” non potette
evitare di commentare la Morte
Il Destino le fece cenno di tacere, continuando ad osservare e ad ascoltare.
“Sei sempre stata cattiva, piangevi giorno e notte. Mi hai rovinato la vita! Fossi bella almeno!
Eh..me lo disse la nonna che mi avresti fatto piangere più di una volta…”
Poi seguivano ad
intervalli regolari le narrazioni su quell’orribile, devastante parto, di cui si era sentita raccontare
anche i minimi, più orribili particolari innumerevoli volte e di cui veniva sempre direttamente o
indirettamente accusata. Alla fine si convinse e prese atto della sua malvagità, della sua bruttezza, della sua inutilità.Si rifugiò in se stessa, in una solitudine appagante e preziosa, che le consentiva di volare con la fantasia in un mondo tranquillo e interessante, dove le domande non finivano mai e le risposte erano impossibili da trovare.
A volte speculava, sperando, di non essere figlia di quei due oppure desiderava non avere genitori.
Sognava di essere una povera orfana, costretta a mendicare da qualche parte, o di non essere mai
nata.Si osservava guardinga e si stupiva ogni volta. Cosa ci faceva lei con quegli occhi azzurri e queicapelli biondi in mezzo a due genitori così scuri. Perchè detestava veder mangiare la gente con la bocca aperta? Perchè detestava ruttare? Si puliva la guancia in fretta ogni volta che un parente di passaggio, vi poneva un bacio distratto. Della madre o del padre non ricordava né baci, né carezze. Adorava dormire da sola, in quella grande camera piena di macchie strane sui muri e di spifferi alla
finestra. Ce l’avevano messa appena possibile in quella stanza, così lontana dalla loro…finalmente liberi dalla sua fastidiosa presenza. Avevano chiuso la porta e se ne erano andati lasciandola lì, a tre anni, circondata dal buio più amorevole che Bruna potesse ricordare. Amò il buio, il silenzio, la solitudine, si aggrappò a quegli amici con tenacia ed affetto. Amici fedeli, che non giudicavano, non picchiavano, e sapevano accogliere. Nessuno le aveva mai detto: TI VOGLIO BENE ! Bè, almeno erano stati coerenti…. ma non sentiva ora la mancanza di quelle parole, parole strane, che sapeva di non meritare, quindi non le
voleva sentire, non le desiderava, l’avrebbero infastidita. Non voleva baci ora, le avrebbero fatto ribrezzo, avrebbero bruciato la sua pelle indesiderati ma fu costretta a darli. E fu qui che divenne
una ribelle. Una ribelle rabbiosa e silenziosa, ora sì satura di odio e cattiveria.
Cresceva, ubbidiva, studiava. Osservava. Il rientro dal lavoro del padre,la cena e la madre che
cominciava letteralmente ad annusarlo, a scrutarlo con gli occhi socchiusi, carichi di sospetto, ad
interrogarlo…. dove sei stato? Perchè così tardi? Chi era quella? Perchè non me lo hai detto? Ti ho
visto sai? Me lo hanno detto…poi inevitabilmente, tutto ciò che era sul tavolo finiva buttato a terra
in un impeto d’ira del padre. Lei osservava i cocci triangolari dei piatti, mischiati alla zuppa sul
pavimento, ascoltava le urla sempre più alte di quei due, che a forza di gridare non riuscivano a
sentirsi, poi volavano i ceffoni, quindi iniziava la tragedia greca, con Adele che minacciava il
suicidio e Ivano che la incitava a provvedere incoraggiandola.
In quelle circostanze si sentiva abbastanza al sicuro, non pensava di essere lei la causa di
quell’orrore, ma ci pensava la madre, sempre,a mettere a posto le cose, con la solita frase, ormai
stantia : “Ringrazia che ho questa palle al piede!”
Poi seguivano i giorni lugubri. Li aveva battezzati così e lei respirava quell’aria rancorosa, fredda,
satura di silenzi e rabbia, giorni in cui Adele cercava di farsela amica : “Devi dire a papà che oggi
un signore mi ha trovato bella. Devi dirgli …PAPA’ SAI CHE OGGI UN SIGNORE SI E’
AVVICINATO ALLA MAMMA E LE HA DETTO CHE NON AVEVA MAI INCONTRATO UNA
DONNA COSI’ BELLA?”
“No mamma, non posso, mi dispiace.”
“ Sei cattiva, insensibile, non stai mai dalla mia parte, ma già da un melo cosa può nascere? Sono
stupida io a a contare su di te”
Alla fine, di colpo, dopo una decina di giorni , più o meno, riprendevano a parlarsi normalmente.
Brevi tregue, artificiali armistizi, privi di fondamento che approdavano, inevitabilmente a reiterate
guerriglie, ogni volta più feroci, ogni volta più insensate.
E Bruna trascinava la sua vita, tra le bestemmie del padre, le urla isteriche della madre, le galline
e la lattuga dell’orto, le compagne di scuola e la sua fantasia.
Cominciò a scrivere poesie, poi brevi racconti inventati e sempre pieni di amore e alle elementari
era considerata un’alunna molto promettente.
Un giorno elaborò un tema in classe la cui traccia verteva su un giorno particolare della loro
infanzia.Narrò un nitido ricordo, che l’aveva particolarmente colpita , un ricordo di quando aveva due anni e mangiava ancora sul seggiolone. Voleva fare sorridere di nuovo mamma e papà, che avevano
appena urlato forte, e disse sbagliando volutamente : “Papà mangia la PAPASCIUTTA”
Voleva farli ridere, forse richiamare la loro attenzione su di se, chissà cosa voleva fare? Due anni
sono un po’ pochi per saperlo…. Finì rinchiusa nello sgabuzzino del carbone, singhiozzante,
terrorizzata, dopo che la madre l’aveva scossa con una violenza inaudita, perchè lei si ostinava a
dire PAPASCIUTTA.
Scrisse tutto questo, dettagliatamente in seconda o forse terza elementare, semplicemente perchè
era un ricordo che si portava dietro da tempo, che non l’avrebbe abbandonata mai.
Seppe solo molto più tardi negli anni, che i suoi genitori furono convocati dalla maestra e
dovettero ammettere che quel racconto corrispondeva a verità. Pare che l’insegnante avesse
detto : “ E NON VI VERGOGNATE?”
Il tempo, poco a poco trasportò la bambina verso l’adolescenza. La lenta ripresa economica della
nazione, aveva permesso al padre di accollarsi un secondo lavoro e col tempo riuscì ad acquistare
un bell’appartamento vicino al mare. Ma anche se ora la sua adolescenza non era segnata da
eccessive privazioni materiali, fu un’adolescenza orribile, dove nulla le era consentito e dove le
pretese sarebbero state inutili. Forse i sensi di colpa cominciavano a tormentare quei due genitori
fasulli, con un risultato penoso per la bambina. La madre divenne ansiosa nei suoi confronti,
esageratamente ansiosa, il padre onnipresente non la perdeva di vista un attimo. Proibite le gite
scolastiche, la bicicletta, le scampagnate con gli amici, proibito tutto, sempre e senza motivo…fino
ai 19 anni , visse una vita negata.
Si aggrappava a pochi ricordi felici, che l’aiutavano a stare un po’ meglio. Un abito di carta pesta per
carnevale, con tante stelline dorate, che sua madre aveva fatto per lei; una sera in cui il padre
aveva costruito tante casette di cartone da mettere sul presepio; il profumo di una torta o le frittelle
di mele, una riconciliazione graduale di due esseri che forse crescendo, stavano tentando di
recuperare il loro ruolo di genitori. Purtroppo arrivavano tardi. Continuava ad obbedire, a chinare
rispettosamente il capo, a studiare ma dentro era irrimediabilmente marchiata. Una ribelle codarda,
che subiva in silenzio ed era profondamente incapace di contraccambiare quel simulacro di affetto
che ora le veniva offerto e al quale lei avrebbe dovuto obbedire. E’ impossibile inventarsi il bene.
Osservava quei due esseri con distacco , avrebbe capito solo molto avanti , che probabilmente
erano figli dei loro tempi, anche se questo li avrebbe giustificati parzialmente ai suoi occhi, anche
se avrebbe continuato a desiderare una madre e un padre, per tutto il resto della sua vita.
Questo padre le incuteva timore, gli doveva obbedienza e rispetto, ma la faceva sentire una nullità,
mai soddisfatto dei suoi studi ..POTEVI FARE MEGLIO..questo era stato il massimo della
gratificazione. Nonostante tutto Bruna lo stimava, per la sua onestà, per la sua intelligenza, per il
lavoratore serio che era, per il suo libero pensiero. Per la madre provava soltanto disprezzo e in
ogni caso non vedeva l’ora di allontanarsi da quei due esseri che non poteva comprendere e ai
quali nulla la univa.
Nel 1966, le ragazze per bene non andavano a vivere da sole e lei era ancora minorenne, per quei
tempi, ma era arrivata al limite della sopportazione. Aveva il permesso di uscire al pomeriggio con
le amiche, ma mai di sera e mentre d’estate i ragazzi della sua età accendevano falò sulla spiaggia,
cantando festosi attorno a una chitarra per poi buttarsi felici in mare a mezzanotte, lei poteva solo
limitarsi ad immaginare come sarebbe stato bello farsi inondare dall’argento della luna nel caldo
mare d’Agosto.
Ogni volta che usciva, la Domenica pomeriggio, immancabilmente il padre la guardava severo
dicendole : “E VEDI DI NON TORNARE COL BAULE!”
“Mi chiedo come avrebbe potuto fare” la morte interruppe tutto , per un attimo,” lui la spiava
ovunque andasse, o mandava qualcuno dei suoi amici a spiarla e lei lo sapeva bene”
Fuggì, sposandosi a 20 anni, e fu necessario il consenso del padre, ma non aveva nessun baule. Se
ne andò da quella gabbia, trascinandosi dietro solo il peso dei suoi ricordi e quei condizionamenti
che l’avrebbero tormentata per lunghissimo tempo. Dopo otto anni, di convivenza inevitabilmente insapore, divorziò con una legge Fortuna-Baslini ancora da consolidare, che imponeva cinque anni di separazione per ridare lo stato di nubile o celibe.
“ Sentite un po’ voi due” La voce decisa di Bruna, si levò improvvisa ad interrompere quelle
immagini. Il Destino e la morte sollevarono il capo sorpresi e si ritrovarono a fissare un’anziana signora, con un po’ di argento sparso tra i capelli, lo sguardo malinconico, ma non triste, e un debole sorriso sulle labbra. “ Vi sto ascoltando da un po’, ma per favore ora piantatela..è andato tutto come doveva andare, ora l’ho capito e alla fine è questo ciò che conta no? Io sono grata per ogni cosa che mi è accaduta, ogni attimo, anche quello apparentemente più insignificante, mi ha permesso di portare a termine lo scopo per cui sono nata. E ora posso morire in pace, in qualunque momento e senza rimpianti.”
“Ci stai dicendo” si intromise il destino “ che hai compreso?”
“Si, vi sto dicendo questo , e dover rimestare nel letame non mi entusiasma. E’ tutto passato ormai,
anche i miei ricordi hanno perso le loro tinte vivaci, purtroppo quelli tatuati sulla mia anima non li
posso cancellare, ma se oggi sono la persona che sono lo devo anche a loro. Vedete…ad un certo
punto, molto dopo aver fatto carriera, dopo tutti quei meravigliosi viaggi attraverso il mondo e
sempre alla ricerca dell’amore, di quell’amore che quando credevo di aver incontrato riusciva a
rendermi quasi bella, dopo tutti i tradimenti inaspettati e le sofferenze, le delusioni, dopo tutto…ho
Capito.”
La morte la guardò incredula.
“Sei certa di aver compreso?” chiese il destino fissandola dubbioso.
“Ne sono certa. E vi dirò di più, sono molto soddisfatta di me, perchè ancora prima di essere giunta
alla consapevolezza, sono riuscita a non odiare nessuno. Sono stata anche caritatevole e
generosa, pensate un po’, magari non ci ho messo entusiasmo, anzi senza magari, ma quando mio
padre mi volle al suo capezzale, in punto di morte, ci andai…lo rispettai fino in fondo, così come lo
avevo sempre rispettato in vita. Non sono stata capace di amare lo ammetto, e probabilmente non
ho superato la prova a causa di questa mia incapacità. Ho disprezzato profondamente mia madre e
quando è morta ho provato una sensazione liberatoria, di pace finalmente, che probabilmente
nessuno è in grado di comprendere. Spero soltanto che nella valutazione finale, conti qualcosa il
fatto che io l’abbia sostenuta nella sua lunga malattia, rinunciando alla mia vita e compromettendo
la mia salute. Non l’ho fatto per amore, sarebbe sciocco mentire a voi o a me stessa, ma l’ho fatto,
forse attingendo la forza dal ricordo di un costume di cartapesta, o del profumo di una torta…non lo
so, ma da qualche parte ho letto che la via che conduce all’inferno è lastricata di buone
intenzioni. La via che ho percorso io è lastricata di fatti… probabilmente privi di ogni merito e
semplicemente indotti dall’indottrinamento subito. In ogni caso sapete benissimo che non credo né
al paradiso, né all’inferno. Per quanto mi riguarda, l’inferno è già stato da me e non intendo
contraccambiare la visita.”
“Conosco tutto il tuo percorso e mi sto chiedendo come sia possibile che…..” Il destino si
interruppe, restando per un secondo senza parole e colmò questa titubanza accendendosi una
Malboro e sbuffando il fumo in faccia alla Morte con aperta derisione.
“Cioè” riprese, a un certo punto ti ho fatto incontrare il bello e maledetto, di cui io e lei *
indicando La Morte* si parlava prima e potevo prevedere quello che sarebbe ragionevolmente
accaduto, ma le SLIDING DOORS in opzione erano davvero tante. Non ti nascondo di aver
puntato sul suo buon cuore e sulla tua tolleranza.”
“Mmmm” la Morte rimuginava tra sé “ non c’è bisogno di essere Freud per arrivare alla logica
conclusione. Hai messo la sfida a portata di mano di Bruna, un nuovo dittatore, esigente e crudele,
e la speranza di riuscire a farsi amare. Era questa la prova che dovevi superare Bruna?”
“Oh no “ rise lei , osservando la Morte quasi incredula, cosa stai dicendo? La mia prova era
molto più difficile, come tutte le prove dello spirito. La sfida invece sì, era quella, ed avveniva
sul piano della materia, dell’ego calpestato e deriso, delle sofferenze e privazioni fisiche, delle
violenze psicologiche ed era tosta, sul serio. Sposare quell’uomo non mi ha fatto vincere la sfida ,
anzi mi ha ancora più indebolita, e lui ha avuto un humus fertile su cui pascolare. Se consideri la
sua intelligenza e la mia totale mancanza di auto stima e di fiducia in me stessa, puoi renderti
benissimo conto di come abbia avuto buon gioco. Credo sia tempo perso stare qui a parlare con
voi delle innumerevoli umiliazioni subite, dei tradimenti, e di tutto il resto.”
“Però, hai lottato Bruna, io questo lo so” Si intromise il destino “con tutte le tue forze, senza
arrenderti, sostenuta dall’amore sei riuscita a costruire, lentamente hai edificato la tua nicchia di
serenità, paga e grata di quello che avevi, anche se lo avevi pagato a caro prezzo.
Una risata amara fece eco alle ultime parole del destino “Avevo costruito un castello di carte lo sai
benissimo, le cui fondamenta poggiavano sulla menzogna e sulla mia giuliva illusione…già…ma fin
lì ero arrivata, cadendo e rialzandomi infinite volte…poi…ci ha pensato mia madre a spazzare via
tutto, a frantumare la mia anima come uno specchio, a riempire il mio essere di centinaia di
schegge acuminate e feroci. Pur di portarmi via quel briciolo di illusoria serenità, che mi ero
conquistata, anno dopo anno, fatica dopo fatica, non ha esitato a condannare se stessa oltre a lui,
e volete sapere una cosa? Qualcosa dentro di me conosceva da sempre la verità, fin da quando gli
occhi verdi di mio marito incontrarono quelli ammiccanti di mia madre, e la volete sapere un’altra
cosa? Mi sono condannata per questo, per i miei pensieri orribilmente blasfemi che offuscavano la
mia mente, cogliendo particolari strani o atteggiamenti inspiegabili…..Ma ora fa tutto parte di un
incubo che non opprime più le mie notti. Ho assistito lui, quando lei * indicando la Morte* è
venuta a prenderselo, dopo pochissimo tempo… “ . Il Destino annuì serio dicendo : E qui mi son
dovuto mettere doverosamente da parte.”
“Bè” disse Bruna, “a questo punto, se lei non avesse preso lui, avrebbe per forza preso me, in un
modo o nell’altro”
Continuando poi : “ Mi ha lasciato sul gobbo mia madre, per lunghi anni… anni atroci per me,
odiosi, orribili, che augurerei soltanto a un pedofilo, una madre invalida, strafottente, sempre più
perfida e maligna, alla quale non ho potuto dare un calcio nel culo purtroppo….. ma sono figlia
unica e la legge prevede bla bla bla…. si lo so avrei potuto infischiarmene in vari modi, ma non
l’ho fatto e come sapete l’ho accudita al meglio delle mie possibilità e spesso al di là delle mie forze.
Dopotutto se sono nata lo devo a lei, e se ho dei figli che mi stanno ripagando di ogni atrocità
subita lo devo a lui. Le anime non sono influenzate dalle leggi della genetica per fortuna, e quelle
che si incarnano contemporaneamente a noi, per condividere lunghi o brevi tratti della nostra vita,
non si trovano accanto a noi per caso, nel bene o nel male.
Prima tu, Destino, mi ha chiesto se ho davvero compreso e ti confermo di esserci riuscita.
Non è stato immediato, ed è avvenuto quando oramai i miei oppressori non avevano più potere su
di me e onestamente non so quanto questo possa inficiare il valore della mia comprensione.
Non mi sono scelta questa incarnazione così a vanvera. Il mio spirito si era prefisso di superare una
prova difficilissima, sono venuta al mondo con questo unico scopo. Ho scelto con una pignoleria
quasi maniacale i genitori adatti a me, genitori che a loro volta avevano difficilissime prove da
superare e dal momento in cui ho aperto gli occhi sulla terra, hanno cominciato a delinearsi le prime
alternative. Poteva essere tutto diverso, forse sarebbe bastato dare una martellata ad un chiodo su
una culla, ma probabilmente tu Destino o Fato, avevi già deciso che poteva andare solo in un
modo…chissà? Per mia fortuna, tutto si è svolto nella maniera adatta a consentirmi di pagare i miei
debiti e di affrontare al meglio lo scopo spirituale della mia vita e oggi io sono grata a chi
maggiormente mi ha tormentata, derisa e vilipesa. Sono stati una mia scelta. TUTTI! Possano i loro
spiriti godere del giusto periodo di riposo e di quella pace che con le loro stesse azioni si sono
negate sulla terra.
Sono quasi convinta di avere pagato molti dei miei debiti, se poi io abbia superata la prova o no, ve
lo saprò dire dopo il mio funerale.”
Detto questo li guardò sorridendo, accese una sigaretta aspirandone voluttuosamente il fumo, li
guardò entrambi con uno sguardo stranamente giovanile e sbarazzino, nonostante l’età e aggiunse
ammiccando:
“ E in ogni caso, dopo aver rabberciato la mia vacillante psiche, ho trovato il modo per sbizzarrirmi
e divertirmi alla grande, come ben sapete, con buona pace degli ipocriti ben pensanti, dei quali non
mi importa una beneamata alba, perchè so, con assoluta certezza, che per tutti arriverà il momento
della comprensione.”
Si allontanò dal destino e dalla morte, che in quel momento stavano battibeccando litigandosi il
whatsupp.

Votalo!

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