Pornopoetica cap 3 – In vena d’amore 5/5 (2)

3
116

“Finalmente hanno riparato il cancello automatico!” dico a me stesso pigiandone il telecomando.
Percorro il breve vialetto sterrato di Villa dei Lustri e posteggio l’auto davanti al grande tasso che troneggia sulla casa; mi sporgo come sempre oltre il volante, in un gesto che ha acquisito la forma di un saluto, e col naso contro il parabrezza annichilisco nella grandiosità della sua figura, nei rami che si allungano sulla casa come vecchie dita rugose che impediscono alla luce di entrare.
Da quel che so, Casa dei Lustri (benché sia una villa l’ho sempre chiamata così solo perché il termine villa suona troppo borghese) è stata costruita qui perché qui vi si trovava il tasso, che già allora aveva un’imponenza tale da scoraggiare qualsiasi architetto volesse cimentarsi nell’impresa di costruirgli una villa a ridosso. Ma la Congregazione per la Dottrina della Fede volle a tutti i costi che l’albero rimanesse sul lato ovest dell’edificio, talmente vicino da sovrastarlo e coprirlo come un sudario. La Congregazione ama il simbolismo, lo cerca, lo vuole, lo trova e lo mette dappertutto, dalla tortura all’architettura. Pretese di avere il tasso, o come lo chiamano loro, l’Albero della Morte, sul lato ovest della casa, e l’ottenne. La Congregazione ha molti amici compiacenti anche tra gli architetti.
Mi sono sempre sforzato di capire quale sia stata la reale motivazione di questa scelta, quale messaggio si volle incidere nella prima pietra che si pose. E ogni volta che saluto il vecchio tasso mi do una risposta nuova. Di una cosa però sono certo per esperienza diretta: per Casa dei Lustri nessun albero potrebbe essere più significativo.
Salutato il tasso non mi resta che scendere dall’auto e fare quel che devo fare.
Entro in casa e noto subito la giacca di lino di Lucia che pende spettrale dall’appendiabiti. Cazzo! Nel far sparire le sue cose la giacca deve essermi sfuggita. Rimedio subito: recupero dal ripostiglio un sacco della spazzatura e ve la infilo dentro dopo aver prima ispezionate le tasche. Ritorno all’auto e lascio il sacco sul sedile anteriore. Più tardi sarà mia cura riporla in un cassonetto per la raccolta di indumenti usati. Ora ho una cosa più importante da fare.
Rientro in casa e vado nella camera insonorizzata del piano terra. Apro il grande armadio a muro e prendo dalla rastrelliera la mannaia più grande. Provo il filo della lama sul polpastrello del mio indice e il sangue ne fuoriesce a garanzia.
Mi chiudo tutto alle spalle e scendo nei sotterranei. Giunto al termine della scala che vi conduce, apro la porta blindata e schiaccio l’interruttore alla mia sinistra per illuminare il corridoio.
Passo davanti alle celle di clausura, ora vuote (solo ogni cinque anni la Congregazione le riempie di prelati penitenti destinati alle mie cure), e arrivo alla cella frigorifera. Indosso il piumino appeso al gancio sulla porta e poi giro la grande maniglia che la serra; l’aria gelida mi centra il viso, facendomi strizzare gli occhi, mentre con la mano destra cerco l’interruttore. Il corridoio e la cella frigorifera sono i soli ambienti illuminati del sotterraneo. Le celle di clausura sono avvolte dall’oscurità: a un corpo martoriato non serve la luce, deve macerare al buio.
Entro e lascio la mannaia sul tavolo d’autopsia.
Nella nostra vita ci sono gesti che ripetiamo come uno spartito imparato a memoria, gesti che restano in sottofondo come una melodia che ti gira in testa: molti sono comuni a tutti, altri no perché peculiari di determinate attività, professionali o meno. Oggi fare questi gesti professionali mi pesa di più. Ho mozzato teste, aperto carni, smembrato corpi, strappato arti ma doverlo fare sul corpo di Lucia mi fa tornare la paura, l’insicurezza e l’orrore della prima volta.
Così, con mano quasi tremante, apro la cella frigo e tiro fuori il suo corpo freddo, lo prendo tra le braccia con una compassione che so di non aver mai avuto e l’adagio sul gelido piano d’acciaio. Solitamente conservo i corpi nella loro cruda nudità. Per Lucia no, per lei ho recuperato un lenzuolo. Un lenzuolo, l’ultima cosa che la copriva in vita, la copre anche nella morte.
A quanti uomini è concessa l’impresa e la fatica di fare a pezzi una donna che ore prima era nel tuo letto?
Scosto il lenzuolo scoprendo solo la testa, perché per il primo taglio che devo fare è sufficiente. Ma la mia mano non si ferma e continua a scoprire Lucia fino ai piedi. Penso ancora alla sua bocca che morde la mia, ai suoi seni contro il mio petto, alle sue mani smaniose.
“Lucia mi dispiace ma non ho alternativa. Chi l’avrebbe detto che sarebbe finita così? Tu cercavi un cannibale e hai trovato un boia; io cercavo un’avventura e ho trovato una vittima. Mi dispiace ma non avevo alternativa, proprio come ora”, pronuncio queste parole mentre allungo la mano sul suo viso, esangue, gelido, morto, per una carezza, l’inizio di una lunga carezza.
Passa lieve la mia mano, e l’indice lascia tracce del mio sangue sulla sua pelle; come le briciole di Pollicino segna il percorso, che parte dal viso e scende sul collo, dove si sofferma sul taglio fattole per ammazzarla, poi sui seni, dove gira attorno al capezzolo, che porta ancora i segni del mio morso, prosegue verso un monte di venere rigonfio e si perde tra ciuffi di peli pubici. Va a fondo la mia lunga carezza.
“Ancora sangue Lucia, sangue tra noi…” dico ripensando a quella sera, solo pochi giorni fa, io e lei nella camera al piano di sopra, ubriachi, nudi e selvaggi.
“Sento ancora la tua bocca mordere, il tuo ventre solleticarmi, i tuoi fianchi accogliere e trascinare a fondo il mio cazzo, per trattenerlo a lungo e voracemente. Adesso come allora ti sento scorrere in me, circolarmi nelle vene…” sussurro captando una strana energia residuale transitare dalla sua figa al mio dito.
Rievoco i momenti della nostra ultima notte, la prima, l’unica, e torno a eccitarmi: fisso i suoi seni morti e li vedo rivivere, ergersi tumidi, come se il torace si gonfiasse ancora dopo che la bocca si è aperta per inspirare, assaporare, accogliere per poi donare, pompare vita e calore.
Insisto ancora, e con la mano affondo nella culla del piacere, che sgela sotto l’attrito delle mie dita. L’illusione di sentirne la carne calda, vederla distesa, nuda e serena mi confonde.
“Sembri viva”. Riecheggiano queste parole mentre i jeans che indosso si stringono attorno alla mia erezione. Non avrei mai pensato di potermi eccitarmi con un cadavere.
“Mi sento molestato Lucia, anche se sono le mie dita a frugare tra la tua carne morta”, faccio questa confessione mentre con la mano sinistra apro la patta e mi accarezzo l’uccello, godendo dei flashback di me e lei che scopiamo come cani: la sua testa conficcata nel cuscino, la bocca aperta, l’ansimare strozzato dai colpi regolari di bacino, le sue labbra umide morse dal piacere.
Ho gli occhi chiusi, sul punto di godere, e la sento protestare “Oh ma cosa aspetti! Sono calda, prendimi!”
Con la mannaia lasciata sul tavolo calibro un colpo netto, che non basta, e devo tornare a colpire una seconda volta prima di staccarle la testa, prima di venire schiumando nelle mutande.

Sul tavolo d’autopsia porzioni pronte per l’impiego in cucina.
Ho sventrato e macellato Lucia, ma ricordo solo di averle tagliato la testa. Le sue cosce, come il suo petto, le sue frattaglie, i suoi glutei, puliti e ordinati fanno bella mostra di lei sul tavolo; in terra un sacco con gli scarti. L’uomo non è un maiale, almeno per quel che riguarda la gastronomia, qualcosa si butta sempre via.

Votalo!

3 COMMENTI

  1. Mi piace ed intriga particolarmente il raccontare utilizzando il punto di vista dell’assassino sanguinario. Scelta che sicuramente dona una maggior irruenza e vividezza alle immagini che si susseguono ed un inusuale empatizzare col “cattivo” che ci rende partecipi dei propri vissuti. Forse la cosa più difficile, adottando questa voce narrante, sarà mantenere alta la suspense, ma per il momento te la stai cavando alla grande 😉

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

  2. Settima riga a “un’imponenza” manca l’apostrofo.
    In questo terzo capitolo mi è piaciuta la descrizione del tasso e mi ha colpito questa frase “Nella nostra vita ci sono gesti che ripetiamo come uno spartito imparato a memoria, gesti che restano in sottofondo come una melodia che ti gira in testa” che trovo, oltre che vera, poetica e musicale.
    Per il resto, caro Maso, taccio… non abbian le mie dita a digitar pensieri impuri! 🙂

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

  3. Refuso corretto, grazie Giovanna… il tasso è un elemento simbolico e come tale ho cercato di evidenziarlo – mi fa piacere che la descrizione venga fuori… la poesia avrà sempre spazio: mi piace l’idea di fondere assieme poesia e “violenza” nel crogiolo del protagonista, oltre a essere, nei miei intenti, un elemento funzionale a quanto ha percepito Misia…grazie ancora 🙂
    Misia, hai colto uno dei miei obiettivi, empatia (e magari, in divenire, simpatia per il protagonista) e partecipazione, ed è per arrivare a questo che la scelta è stata di adottare un io narrante in prima persona e al presente… speriamo davvero di riuscire a mantenere alta la tensione 🙂

LASCIA UN COMMENTO