Pornopoetica cap 2 – Palle di toro -

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Avvertenza: espressioni e contenuti forti contenuti nel testo potrebbero urtare la sensibilità di qualcuno.

PALLE DI TORO

Sono anni che non vado al ristorante di Manlio, e a dirla tutta, grazie al cielo, ci sono stato solo una volta. Non ho voglia di mettere piede in quel posto ma non posso fare diversamente. Meglio evitare le telefonate, meglio essere sicuri che nessuno ci stia intercettando, meglio parlargli di persona.
Chissà come la prenderà Manlio – mi domando facendo partire l’auto.
L’importante è che non metta in mezzo il Don; ci mancherebbe solo lui con i suoi predicozzi per rendere la situazione insopportabile. Già non lo sopportavo quando lavoravo come boia della Congregazione per la Dottrina della Fede e dovevo rendergli conto di tutto, figuriamoci adesso, che sono uscito dalla Congregazione appendendo la tonaca al chiodo, come si divertirebbe a rompermi le palle con quella sua vocina calma e misurata che nasconde un uomo capace di tutto. Speriamo che Manlio non lo chiami, ma se lo farà dovrò mantenere la calma, ricorda… mantenere la calma. Con la calma si risolve tutto; la calma è la virtù dei forti.
Mentre ripeto come un mantra questa formula, non riesco a evitare di riandare con la mente a quel maledetto giorno di tanti anni fa, quando il Don mi chiamò nelle sue stanze per propormi un lavoro extra, un lavoro molto delicato e per il quale sarei stato pagato profumatamente. Accettai solo per questo, per i soldi, e il Don lo sapeva; così quando gli dissi che accettavo il lavoro mi dettò l’indirizzo di un ristorante, il Testa di Moro, dicendo di recarmici a cena, ordinare Palle di toro con carpaccio di mela e aspettare che il contatto mi agganciasse.
E così feci. Dopo cinque minuti dall’ordinazione mi si parò davanti questo bestione di quasi 2 metri, calvo e grasso a tal punto da assomigliare al Buddha, con un taglio d’occhi a mandorla e un sorrisetto da trisomia 21 stampato in faccia.
“Felice di fare la sua conoscenza. Manlio Mori, chef del Testa di Moro” disse porgendomi la mano.
“Il piacere è mio” replicai io stringendogliela.
“Sono dolente di informarla che abbiamo finito le palle: lei ne ha?”
Aspettavo di sentire solo questo; il contatto mi aveva agganciato.
“Da vendere, ma solo per gli amici” risposi come da istruzioni.
“Bene. Mi segua per favore”.
Per la prima volta in vita mia, entrai nella cucina di uno chef sotto lo sguardo meravigliato di tutto il suo staff. Fui travolto dagli effluvi, dai vapori, dal calore, e seguii pesantemente Manlio fino alla porta del suo ufficio. Aprì e m’invitò ad accomodarmi.
“Sono contento che abbia accettato di incontrarmi” esordì Manlio accomodandosi dietro la sua scrivania “Non so cosa le abbia detto il Don ma abbiamo bisogno di un professionista fidato…”
“Lo so, è per questo che sono qui” lo interruppi, brusco e orgoglioso.
“Bene“ disse sogghignando “allora veniamo al nodo della questione. L’impegno che le chiediamo è saltuario ma molto ben retribuito, ed è legato alle serate speciali che organizziamo. Queste serate non hanno cadenza fissa e nell’arco di un anno ne organizziamo 2 o 3, difficilmente ne facciamo di più ma potrebbe anche succedere, dipende dalla richiesta della nostra clientela, una clientela molto esclusiva…”
“Sì, e il cliente ha sempre ragione, ok… ma se vi serve un cameriere di sala extra avete sbagliato persona” dissi poggiando le mani sui braccioli per alzarmi.
“Oh no, niente affatto, nessun errore. La richiesta che abbiamo fatto non è per un cameriere ma per un macellaio” sorrise quasi a dire “so quel che sei, boia”.
Riadagiai il culo sulla sedia e appresi che le serate speciali di cui parlava erano cene nelle quali il menu era rigorosamente a base di carne umana, e che il mio ruolo sarebbe stato occuparsi degli approvvigionamenti.
“Credo sia superfluo dire a uno come lei che le cene non si terranno nel salone di questo ristorante per ovvii motivi di riservatezza; la location sarà di volta in volta diversa. Le sarà data tempestiva comunicazione su dove e quando consegnare la merce. Qualche domanda?”
“Sì. Quanto ci guadagno?”. Il Don aveva accennato una cifra ma volevo sentirmela ripetere dallo chef. Quella cifra mi piacque molto, nulla da ridire, ma mi piacque di più quel che Manlio mi disse prima di andarmene: “Dimenticavo un dettaglio importante: prima di portarci la carne dovrà dissanguarla, lasciarla frollare e conservarla dentro una cella frigorifera. Dispone di un posto sicuro per fare tutto ciò?”
Pensai subito alla Casa dei Lustri: dove potevo portare dei cadaveri da dissanguare, lasciar frollare e poi fare a pezzi, se non lì, la casa delle torture della Congregazione, lì dove il sangue è già scorso a fiumi? È vero, manca la cella frigorifera – pensai – ma ne allestirò una con l’aiuto del Don.
“Certamente” risposi e uscii dal ristorante, eccitato al pensiero del sangue di quei corpi. Ero così eccitato che andai subito a puttane.

E ora rieccomi qui, come quella sera, davanti all’ingresso del Testa di Moro.
Entro, sperando di trovare un tavolo libero, non tanto per fame ma per dare meno nell’occhio. È da ieri notte che ho il terrore che le indagini, che Lucia diceva di condurre per conto proprio, non siano comunque sfuggite all’occhio indagatore delle forze del disordine. Eppoi un poliziotto che sparisce nel nulla attirerà l’attenzione, no? Dovrò stare allerta per evitare che bell’e buono mi ritrovi sul collo il fiato dei pulotti. Meglio abituarsi da subito.
Con mio gran sollievo il maitre mi accompagna a un tavolo, poi torna a prendere l’ordinazione.
“Buonasera, inizierei consigliandole…”
Lo stoppo subito.
“Sono qui per la vostra specialità” dico “Palle di toro con carpaccio di mela, ma non si dimentichi di dire allo chef che se le ha finite, c’è qui un amico che ne ha da vendere” e detto ciò gli allungo una banconota da 100 per assicurarmi che il messaggio arrivi a Manlio.
Il maitre prende i soldi e sparisce tra i tavoli della sala. Ritorna poco dopo pregandomi di seguirlo.
Vengo condotto verso il fondo della sala, dov’è stato allestito un privé. A capo della tavolata c’è Manlio che mi accoglie con un gran sorriso, mi presenta a tutti e m’invita ad accomodarmi tra i suoi ospiti.
Leggo nei suoi occhi che ha ben capito che la mia non è una visita di cortesia.
“Dei nostri affari parleremo dopo” anticipa lui “ora godiamoci questa bella compagnia”.
E in effetti è proprio una bella compagnia, piena di belle donne.

Finalmente la cena finisce e Manlio mi fa cenno di seguirlo.
“Scusateci” dice ai suoi ospiti alzandosi dalla sedia “ma gli affari mi chiamano. Faremo in fretta, vero?” aggiunge passandomi la palla.
“Ma certo” ammetto con un ampio sorriso “Come potrei trattenerti oltre il necessario e farti attendere da questa bella compagnia?” e detto ciò mi alzo anch’io.
Percorriamo l’ampia sala del ristorante. Manlio si ferma un attimo e a bassa voce mi chiede stizzito: “Perché non hai chiamato prima di presentarti qui? Lo sai che le improvvisate non mi piacciono”.
“Ho preferito evitare, e tra un po’ capirai perché” dico invitandolo con un gesto del capo a proseguire verso il suo ufficio. Non passiamo più dalle cucine; sembra che Manlio abbia ricavato, da una parete che dà sulla sala, un nuovo accesso, un ingresso più decoroso per lo chef di un ristorante rinomato.
Giunto alla porta del suo ufficio mi guardo attorno, diffidente e prudente come non mai, quando vedo sopraggiungere due delle ragazze che poco prima erano sedute al nostro tavolo. Manlio capisce quel che mi passa per la testa, così abbozza un rapido “sono con me”. È lui il capo della baracca – penso io – saprà quel che fa.
Il suo ufficio è cambiato parecchio dall’ultima volta che ci sono stato: un lusso ostentato mi si para davanti già alla prima occhiata. Rendono bene le cene speciali.
“Scusami socio, ma dopo aver mangiato mi prende sempre una gran voglia di sesso” dice accomodandosi su una delle due poltrone in pelle a centro stanza “Non ti scandalizzi mica se mi faccio fare un pompino; loro due sono qui per questo” aggiunge indicando le ragazze che sono entrate con noi. “Lascio a te la scelta: quale delle due?”
Normalmente avrei accettato con piacere ma adesso non mi tira proprio. Troppi cazzi per la testa. Così declino l’offerta e mi lascio cadere sulla poltrona dirimpetto a quella dov’è seduto lui. Manlio fa cenno a una delle due di andarsene e all’altra di avvicinarsi. La ragazza poggia le mani sulle ginocchia di Manlio, si inginocchia, fa risalire le unghie lentamente sulle cosce dello chef e poi gli sbottona la patta: si china a prendergli in bocca l’uccello e inizia a muovere il suo corpo con un dondolio che minaccia la mia fermezza, e la scuote alle fondamenta quando Manlio le allunga una mano sul culo e le solleva la gonna fino a scoprirle le chiappe separate dal filo nero del perizoma.
“Allora” inizia lui accarezzandole con le dita il buco “cosa ti porta da queste parti?”
Sarà per effetto della scena che sto guardando ma quando Manlio dice “queste parti”, non penso a questo buco di ristorante ma al buco del culo della bionda china su di lui. Rispondo alzandomi dalla poltrona, raggiungo il bel culo che scodinzola davanti a me e sputo deciso sul palmo della mia mano destra.
“Cosa mi porta qui?” dico lubrificando l’ano della bionda con la destra mentre la sinistra accompagna il mio cazzo all’ingresso. Entrato dentro le afferro i fianchi con entrambe le mani deciso a sfondarla. La situazione piace anche a Manlio, sempre più eccitato dai mugolii che escono dalla bocca piena della ragazza.
“Quel che mi porta qui è l’urgenza di sospendere i nostri rapporti professionali” scandisco tra una spinta e l’altra.
“Che cazzo dici?”
“Hai sentito bene.”
“Non se ne parla nemmeno” fa lui, mordicchiandosi dal piacere il labbro inferiore.
“Non si può fare diversamente.”
“Non si può fare diversamente? Spiegami perché non si può fare diversamente!” ringhia Manlio spingendo più giù la testa della bionda.
“Ho avuto una visita da parte della polizia” e pensando a Lucia serro il ritmo e affondo le unghie. Forse è merito di quel che faccio, o forse è colpa di quel che ho detto, se Manlio viene; fatto sta che subito dopo afferra i capelli della bionda e le tira su la testa. Io sono lì che pompo ancora quando lei si volta a guardarmi negli occhi: fisso le sue labbra screziate di sperma e la lingua che lo raccoglie a ripulirle e lucidarle. Ora che i suoi mugolii sono diventati gemiti e la sua bocca è libera di urlare, sento il piacere schizzarmi fuori a riempirla.
“Finito?” chiede Manlio con impazienza.
Non rispondo. Rimetto solo il cazzo nei calzoni.
“Fuori dalle palle!” dice alla ragazza, che in silenzio esce con un seno scoperto. Si è innervosito lo stronzo, solo a sentire nominare la polizia.
“Che cazzo è ‘sta storia della polizia che ti ha fatto visita?”
Così inizio a raccontargli della sera prima e di tutto ciò che ho saputo da Lucia.
“Tieni ancora il sangue per te e per quel tuo vizietto del cazzo?” mi chiede quando ho finito.
“Sì, perché?”
“Tu ti chiedi come hanno fatto a mettersi sulle tue tracce? Be’, secondo me la risposta sta tutta nel tuo cazzuto vizio di merda!”
A questo non avevo pensato. Che tra i resti dei corpi rinvenuti siano rimaste tracce dell’anticoagulante che uso? Difficile ma non improbabile.
“Resta il fatto che dovrai trovarti qualcun altro per le tue cene speciali.”
“Non mi puoi mollare così! Mancano tre settimane alla prossima cena. Dove lo trovo in meno di tre settimane un balordo d’un macellaio?”
“Di balordi è pieno il mondo. Vedrai che non avrai problemi a ingaggiarne uno… prova a cercare in qualche ospedale”.
“Ti offro il doppio!” butta lì Manlio “Pensaci. E pensa pure che un corpo già ce l’hai, quello della poliziotta. Purtroppo uno solo non basterà a preparare il menu, ma ti offro il doppio per procurarmene un altro.”
“Mi offri il doppio per il doppio del servizio? Il doppio per due corpi? Non mi sembra ci sia tutta questa convenienza” replico deciso.
“Sì ma la poliziotta non l’hai fatta fuori per me.”
“Ma te la prendi però. O mi dai il triplo o non se ne fa niente.”
Manlio ci riflette su: sembra il ritratto di un bambino che fa i calcoli a mente. Poi si alza e dice che accetta la proposta. Aggiunge però che dovrò portagli subito il corpo di Lucia, mi dirà lui dove e quando, e che aspetta l’altro tra dieci giorni.
A questo punto sono in ballo ma per il triplo della solita somma. Finalmente posso andarmene da questo ristorante del cazzo.
“Ci vediamo, e grazie per la bionda” dico chiudendo la porta del suo ufficio.

Ritornato in sala mi dirigo dritto verso l’uscita del ristorante ma vengo bloccato sulla porta dalla bionda che mi ero inculato prima.
“Ciao” miagola facendo scorrere piano la sua mano sul mio petto “mi eccitava da morire lo sbattere delle tue palle da toro sulla mia figa!” dice con la cadenza da ragazza dell’est “Vai già via?”
“Sì” rispondo, “mi fai compagnia?”

Votalo!

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Ho lavorato per vivere e far vivere i miei, tanto che io e i miei non abbiamo troppo sofferto, sono rimasto quello che voi chiamate onesto. Poi il lavoro è mancato e con la disoccupazione venne anche la fame! È allora che questa grande legge della natura, questa voce imperiosa che non ammette repliche, l’istinto della conservazione, mi spinse a commettere i crimini e i delitti di cui mi riconosco l’autore.

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