Per violino solo 5/5 (6)

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C’era una volta, tanto tempo fa, in un paese molto lontano, una piccola città che si preparava a festeggiare il Natale. Le strade erano illuminate da grandi lampioni di ferro battuto e sui rami di ogni albero erano stati legati fiocchi rossi e stelle d’oro.
Quando scendevano le prime ombre della notte un vecchio dalla barba bianca come la neve passava ad accendere con i suoi lunghi fiammiferi i lampioni e, una strada dopo l’altra, la piccola città si illuminava di una luce calda e tremolante.
Sembrava tutto perfetto. I negozi addobbati, le persone eleganti che si muovevano in carrozza e le case ben curate che si affacciavano sui lunghi viali alberati.
Ma in quella lontana cittadina, nessuno, da molto tempo, sognava più.
Una notte cominciò a nevicare. Una neve fitta, soffice come un cuscino, che piano piano spense tutti i rumori e chiuse la piccola città in un silenzio irreale.
Fu quella notte che una bambina, dormendo nel suo letto, sentì il lontano suono di un violino. Si alzò e, in punta di piedi, andò ad aprire la finestra. Un gelido soffio entrò in quella stanza riscaldata da una semplice stufa, ma la melodia del violino era così bella che la bambina non si mosse. Appoggiò le braccia al davanzale, chiuse gli occhi e, per la prima volta, nella sua giovane vita cominciò a sognare.
La seconda notte nevicò ancora. E di nuovo, verso mezzanotte, il lontano suono del violino la svegliò. La bambina aprì la finestra, si avvolse in un vecchio scialle e poco dopo, si addormentò sognando una pioggia di stelle cadenti inabissarsi tra le alte cime bianche delle montagne.
La terza notte la neve scese ancora più fitta. Dai tetti delle case pendevano lunghissimi ghiaccioli e il vento era così freddo che bruciava le guance. Ma la bambina non lo sentì.
Quella notte, il suono triste e solitario del violino la fece piangere. Ferma, accanto alla finestra, la bambina ascoltò qualcosa a cui non sapeva dare un nome, ma che era diventato per sempre parte del suo mondo e quando finalmente si addormentò vide, con gli occhi del sonno, una gigantesca palla di fuoco che si spegneva nelle scure acque dell’oceano.
Il giorno dopo, mentre faceva colazione nella grande sala da pranzo al centro della casa, chiese a sua mamma: ”Lo senti anche tu?”
La mamma la guardò senza capire. ”Cosa, tesoro?”
“E’ bellissimo”, spiegò la bambina, non sapendo come definire la musica. “Sono suoni, caldi come il vento d’estate e dolci come il rumore dell’acqua. Li sento di notte, quando nevica, e se chiudo gli occhi vedo cose che non avevo mai visto prima, come se quei suoni mi portassero in un altro mondo.”
La mamma della bambina impallidì. “Si chiama musica, bambina mia, ma è una cosa molto pericolosa e nessuno, in questa città la suona da anni.”
“Ma io l’ho sentita,” protestò la bambina. “E sembra la voce di un angelo. Oh mamma, come può una cosa così bella essere pericolosa?”
“Perché fa sognare cose che non si avvereranno mai. E questo, figlia mia, rende gli uomini deboli. Ora, promettimi di non aprire mai più la tua finestra di notte”.
“Lo prometto”, disse la bambina.
Ma quando quella notte il lontano suono del violino tornò a danzare con il vento, la bambina ruppe la sua promessa. Incurante del freddo, si affacciò alla finestra e con gli occhi colmi di speranza cercò ovunque con lo sguardo, tra la neve e la nebbia, ciò che fino ad allora le era sempre sfuggito. E fu allora che, in fondo alla strada, dietro il piccolo lucernaio di un vecchio palazzo disabitato scorse la luce tremolante di una candela.
Aveva trovato il suo angelo.
Poi vide un gruppo di uomini con le lanterne in mano e seppe, con assoluta certezza, che anche loro cercavano il violino.
La bambina si lasciò cadere in ginocchio, incrociò le mani al petto e pregò Dio perché non lo trovassero. Pregò sottovoce, così come le era stato insegnato, ma un po’ per volta, senza rendersene conto, la sua voce cambiò, cominciò a crescere e la preghiera che uscì dalle sue labbra fu la più bella e melodiosa mai sentita.
Solo all’alba, infreddoliti e delusi, gli uomini tornarono alle loro case, e solo allora la bambina smise di cantare.
Infilò il suo cappottino rosso, gli stivali e le muffole nere, e uscì di casa cercando quel vecchio palazzo disabitato in fondo al viale. Camminò e camminò e, quando finalmente lo trovò, aprì l’enorme portone di legno e si sedette sulle scale, intonando sottovoce l’Ave Maria.
Il violino rimase un po’ in silenzio, poi cominciò a suonare.
Allora la bambina si alzò e, senza smettere di cantare, cominciò a salire le scale. Salì fino all’ultimo piano e, là, nascosta dietro alcuni gradini, trovò una porta socchiusa. Con il cuore che le batteva forte nel petto la bambina ammutolì ed entrò. La stanza era così fredda e povera che non riusciva a credere che qualcuno potesse davvero viverci. Il vetro del lucernaio era rotto, il letto era coperto di strani pezzi di carta pieni di righe e macchie nere, e in un angolo c’era un tavolino senza una gamba su cui poggiava una lampada ad olio.
Di fronte a lei, in piedi al centro della stanza, c’era un ragazzo che teneva tra le braccia l’oggetto più bello che avesse mai visto. Era fatto di legno scuro e sembrava un’onda su cui correvano quattro corde che il ragazzo accarezzava con una lunga, strana bacchetta.
“Ciao”, disse la bambina quasi sottovoce.
Il ragazzo sorrise.
“Come ti chiami?” chiese la bambina.
Il ragazzo sollevò l’archetto e le indicò due macchie tonde sul foglio che aveva davanti. La bambina guardò le lettere scritte sopra le due macchie.
“Re Mi”.
Il ragazzo scosse la testa e con l’archetto disegnò prima un trattino tra le due parole, poi un accento sul Mi.
“Remì?”
Il ragazzo sorrise e annuì.
“Non puoi parlare?”
Il ragazzo scosse la testa.
“Oh,” fece la bambina, addolorata.
Il ragazzo le appoggiò l’archetto sul cuore e piegò la testa da una parte. Le stava chiedendo il suo nome.
“Marta”, rispose la bambina con un sorriso.
Il ragazzo allargò le braccia e si inchinò.
“Anche per me è un piacere conoscerti”, disse la bambina, ricambiando l’inchino.

Fu l’inizio di qualcosa che nessuno avrebbe più potuto cambiare. Ogni pomeriggio, dopo la scuola, Marta saliva nella buia soffitta in fondo alla strada e ascoltava il giovane violinista a cui Dio aveva negato la voce per donargli un talento infinitamente più grande. Quello della musica.
In quella vecchia soffitta la bambina imparò a piangere per la bellezza misteriosa dei suoni, imparò a danzare dalla felicità, a cantare con la voce di un angelo, ma soprattutto imparò a sognare.
Il violino di Remì riportò in vita, giorno dopo giorno, quel mondo di suoni ed emozioni che la piccola città aveva cancellato molto tempo prima. Un mondo del quale la bambina non poteva più fare a meno.
Quando l’inverno si fece più freddo, la piccola Marta regalò al giovane violinista i guanti di suo padre per proteggergli le mani. Il ragazzo prese un paio di forbici e tagliò via la punta delle dita, poi se li infilò, sorrise e tornò a suonare. Lo sentiva di notte, quando il freddo si faceva più intenso e le strade si ghiacciavano. Remì suonava, chiuso in quella piccola soffitta che nessun adulto aveva mai trovato, regalando alla bambina quei sogni e quelle emozioni che gli adulti le avevano negato.
Poi, un pomeriggio di fine inverno, la bambina trovò la soffitta vuota. Tornò il giorno dopo e quello dopo ancora.
Ma il violino, ovunque fosse, non suonava più.
Giorno dopo giorno, per settimane, la bambina tornò in quella vecchia casa a cercare Remì. Poi le ragnatele cominciarono a formarsi negli angoli e uno spesso strato di polvere coprì gli spartiti ancora sul leggio.
Fu allora che la bambina capì che Remì non sarebbe mai più tornato. Il suo mondo segreto non esisteva più.
Smise di pregare. Smise di cantare e ben presto smise anche di sognare. Si ammalò così gravemente che i suoi genitori credettero che non sarebbe sopravvissuta. Invece la bambina visse, ma smise di parlare. Arrivarono medici da tutte le parti del paese, ma nessuno seppe mai spiegare cosa fosse successo.
Un giorno suo padre la trovò accanto alla finestra, la testa leggermente china da una parte e le braccia piegate in una posizione che non aveva più visto da anni. La sua adorata bambina stava suonando un violino immaginario.
“Sta impazzendo”, disse alla moglie quella sera.
“Non essere sciocco”, rispose la moglie. “Non si impazzisce per così poco”.
Il marito la guardò con gli occhi stanchi. “Forse abbiamo sbagliato. Tutti noi. Quel violino ha risvegliato in Marta una passione che noi ora stiamo uccidendo. Se ha imparato ad amare la musica e a sognare non potrà più farne a meno.”
“L’ha resa debole”, rispose la moglie.
“Forse l’ha solo resa diversa”, disse il marito.
La bambina crebbe e, anno dopo anno, divenne sempre più bella. Ma non uscì più di casa. Trascorreva le giornate davanti alla finestra, nel silenzio più totale, suonando per ore il suo violino immaginario. Passarono le primavere e passarono le estati, passarono gli autunni e passarono gli inverni senza che Marta proferisse parola. Cadde la pioggia, poi la neve e ogni notte la finestra della sua camera rimase aperta nella speranza che da qualche parte, un violino rispondesse alla sua disperata preghiera.
Poi arrivò l’inverno del suo diciottesimo compleanno.
Furono legati grandi fiocchi rossi e stelle dorate agli alberi, furono accese le candele e alle prime ombre della notte, il vecchio dalla barba bianca come la neve illuminò, uno dopo l’altro, i vecchi lampioni di ferro battuto con i suoi lunghissimi fiammiferi.
La ragazza dai capelli biondi come il grano aspettò che si facesse notte, poi spalancò la sua finestra e, per la prima volta dopo tanti anni, si inginocchiò davanti alla stufa, incrociò le mani al petto e pregò.
Dalle sue labbra uscì il più bel canto che il mondo avesse mai sentito.
Pian piano, tutte le finestre della piccola cittadina s’illuminarono. Bambini grandi e piccoli scivolarono fuori dal letto e corsero a sentire quella voce soave. Uomini e donne, giovani e anziani spalancarono le porte di casa, incapaci di resistere alla dolcezza di quella musica e nella fitta foresta oltre i confini della città, dietro le sbarre della prigione, un uomo cominciò a piangere.
Ricordava quella voce.
Alzò lo sguardo al cielo, chiedendo a Dio cosa doveva fare, poi, asciugandosi le lacrime, prese quel violino che lo aveva condannato a dieci lunghi anni di solitudine e cominciò a suonare.
Fu la notte in cui le lacrime degli adulti si trasformarono in cristalli, ferendo i loro occhi così ciechi all’amore, e fu la notte in cui i bambini impararono a sognare, cullati da quella musica che non avrebbero mai dimenticato.
Pianse anche Marta. Pianse per gli anni che la ragione aveva rubato ai sentimenti. E pianse per una città che aveva vissuto senza sogni.
Coloro che vissero l’incantesimo di quella notte ricordano ancora oggi, un’esile figura dai lunghi capelli biondi allontanarsi, scalza, lungo la strada verso il bosco, seguendo le note di un violino che sembrava suonare solo per lei. Ricordano la sua voce, sempre più lontana, poi più nulla.
Il mattino dopo, la piccola città si svegliò nel silenzio più totale.
La stanza di Marta era vuota. Poco più lontano, nella prigione vicino al lago, anche la piccola cella dell’uomo che aveva vissuto in silenzio dieci anni fu trovata vuota.
Di loro non si seppe più nulla. Ma alcuni, ancora oggi, raccontano che nelle notti in cui nasce un bambino, il lontano canto di un violino riecheggia nella vallata, regalando al piccino il suo primo sogno perché nessun adulto, con gli anni, possa mai rubaglielo.

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Nata a Ginevra da madre tedesca e padre italiano, ha passato gli anni dell'infanzia a Londra prima di trasferirsi in Italia e imparare una lingua di cui si follemente innamorata. Laureata in Lettere, ha vinto numerosi premi letterari nazionali e internazionali e pubblicato due libri di racconti lunghi e fiabe. Gestisce un blog personale in cui raccoglie le sue storie. http://claudiamancino.blogspot.com

7 COMMENTI

  1. Adoro questo genere di racconti ed il tuo stile ricco ed accattivante rende la storia magica.
    Bravissima!

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  2. bella, magica. Una fiaba di altri tempi. complimenti

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  3. Sei davvero brava!
    Il tuo stile è molto congeniale a questo genere narrativo.
    Complimenti mi hai fatto commuovere.
    #tuttelestelline

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