NO, NON HO DIMENTICATO 3.79/5 (7)

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— Glielo mostro io il posto giusto — mi disse un bambino apparso d’improvviso mentre cercavo un luogo per pescare in pace.
— Chi sei? Mi conosci?
— Di vista.
Viso chiaro, testa rasata, avrà avuto undici anni. C’era sole ma in basso foschia e lo distinguevo a malapena, magro, piccolo e come poco cresciuto per la sua età.
— Che ne sai tu di pesca? — feci senza malizia.
— Conosco posti dove potrai pescare i pesci che vorrai — disse con voce suadente.
— No, grazie — risposi a quell’ostentazione di sapienza gratuita.
— Non voglio niente — insistette il ragazzo, in tono dimesso.
Lo guardai come venisse da Marte.
La nebbiolina andava crescendo e l’orizzonte spariva piano piano.
Mi piace pescare, cacciare. Quel giorno ero lì per pescare ma non trovavo il posto e, sinceramente, stavo per perdere la pazienza, per questo mi sembrò una cattiveria la cocciutaggine di un vecchio bacucco.
— Va bene — feci.
Udii alle mie spalle dei sussurri e mi parve, voltandomi, di cogliere nell’aria torbida tante faccine svolazzanti commentare la mia risposta. Un attimo dopo puff! Spariti. Mi infilai gli occhiali ma non notai nulla di strano.
Avevo le visioni?
Il piccolo mi prese per mano e a lunghi passi mi guidò per un fangoso e stretto sentiero d’argine che non conoscevo. Indossava una maglietta a mezze maniche e un paio di calzoncini. Gambe, braccia, volto erano rossi per il freddo.

Tirato come un mulo da quel marmocchio al quale avrei dovuto dare dopo una mancia adeguata, la sacca con l’attrezzatura che tenevo sulle spalle mi traballava addosso.
— Vai piano — dissi un po’ stizzito — altrimenti cado.
Non mi rispose.
Entrammo in un fitto biancore e facemmo parecchi passi anonimi. Ma poi, come dal niente, apparvero bancarelle di tutti i tipi e file di bambini che compravano zucchero filato, canditi, arachidi pralinate. Di tutto di più. Alzai lo sguardo e vidi l’ottovolante, l’autoscontro, il calcinculo e il tiro a segno.
“Da dove saltano fuori tutte queste giostre?” pensai
Ero perplesso. Mi prese l’ansia e fui tentato di fermarmi per tornare indietro. Cominciavo a temere che il bambino si fosse perso e non volesse dirlo per timidezza.
— Dove mi stai portando, ragazzo? — chiesi con voce grossa.
Non ebbi risposta.
Pensai che la valle da pesca fosse oltre quel luogo e si trattasse di attraversarlo. Così lasciai fare.
Il bambino si fermò invece proprio davanti al tiro a segno.

Mi è sempre piaciuto sparare da fermo a una figura di cartone a due passi da me, per dimostrare che con le armi ci so fare. Gli uccelli in volo sono un’altra cosa e colpirli richiede la pratica di tante ore di appostamento tra i dossi o dentro le botti con gli stampi sull’acqua a fare il loro verso per adescarli a uno a uno. E io allora bum-bum, sparo di qua di là sopra il mio naso e le bestie cadono a frotte nell’acqua. Non è facile e non ci si riesce sempre. Ma da fermo, eh, non sbaglio mai un colpo!
Non ebbi bisogno di dire nulla. Il tale dietro il bancone, piccolo, grosso, occhi ardenti, capelli grigi e grandi baffi spioventi, mi diede un fucile già carico. Il bimbo mi liberò la mano e mi apprestai a sparare.
Mi parve che il calcio del fucile fosse leggermente bagnato di sudore o umidità, se non addirittura di unto, e le mie dita fossero appiccicose di una sostanza sgradevole. Vidi uno straccio sul bancone, l’acchiappai e pulii tutto. Anche le mani.
Puntai, ma non vedevo bene, anche se le faccine che dovevo colpire erano di là da me appena due metri. Erano i miei occhi a essere velati o era la nebbia? Avrei dovuto forse indossare gli occhiali che tenevo nel giaccone ma si trattava in fondo di un bersaglio facile.
No, non ne avevo bisogno.
Tirai. Un gran botto. Non pensavo che uno schioppo ad aria compressa potesse fare tanto rumore.
Abbassai il fucile, m’asciugai le mani ancora umide sul giaccone e cercai il padrone del baracchino, per chiarirmi.
— Ehi, — dissi — c’è qualcuno?
Nessuna risposta.
Il bianco era totale.
— Ragazzino, dove sei andato a finire? — domandai, con un po’ di tremore.
D’improvviso mi sentii afferrare la mano. Ebbi un sussulto.
— Finalmente! — esultai, toccandogli la testa con l’altra mano. La cute aveva delle croste e i capelli erano radi. Tirai un ciuffo verso l’alto e si staccò con facilità. Il bambino non se ne accorse. Fui sorpreso e mi passai la mano sul giaccone con ribrezzo.
— Ma, — balbettai stupito, guardandolo — tu-tu non sei quello di pri-prima, chi-chi sei?
— Faccio io adesso — rispose senza osservarmi. — Vieni con me.
— E-e-e dove?

Giungemmo davanti al calcinculo.
I sedili vuoti volteggiavano senza un sibilo nell’aria lattiginosa. Dall’interno arrivava una musichetta. La giostra si fermò. Il bambino prese la mia borsa e la posò dentro lo sgabuzzino della cassa. Mi tirò verso i sedili e mi affibbiò. Lui si mise davanti.
La giostra prese a girare, prima piano poi sempre più veloce. La testa mi girò ed ebbi nausea. Con un colpo di reni afferrai con le mani il bordo alto del seggiolino con sopra il ragazzo. Sul bordo inferiore invece piantai i piedi, al fine di svolazzare senza sballottamenti.
— Che succede? — urlai sgomento al piccolino.
Mentre la giostra girava veloce e saliva sempre più in alto, notai in basso, oltre le transenne da cui si accedeva, tanti volti di bambini col naso all’insù. Sembravano le figure del tiro a segno su cui avevo sparato. Un brivido percorse la mia schiena e mi gelai. Sentivo le mani ancora viscide. Annusai. Vi passai sopra la punta della lingua e il loro sapore era dolciastro, sapeva di sangue. Rividi quel fucile e quelle faccine. Avevo sparato con cartucce vere?
“Sciocchezze” ragionai.

Il bimbo si agitò sul seggiolino e con spavento colsi che sui fianchi non aveva la cintura di protezione. Si girò verso di me e il viso era scuro, gli occhi vuoti, la testa scheletrica.
Mi fece paura, sciolsi le mani dalla presa e mi distaccai da lui.
Un attimo dopo cadde dal sedile e precipitò a terra senza un grido, con un tonfo pauroso.
Cosa stava succedendo? Il cuore mi batteva a trecento.
Ricaddi sullo schienale e la giostra mi trascinò follemente dove volle facendo ciondolare come paglia la mia testa. Poi, gradatamente, smise di girare e si fermò. Scesi in fretta e mi diressi dov’era caduto il bimbo.
Molti altri erano chini su di lui, la faccia sul corpo, le mani che cercavano qualcosa.
— Come sta? — chiesi con apprensione.
Nessuna risposta.
Mi avvicinai di più.
Qualcuno alzò la testa verso di me. Gli occhi vuoti, il viso pallido, lo sguardo cattivo.
— No, no — aggiunsi scostandomi con un guizzo — io non c’entro.
Avevano la bocca, il mento e i denti insanguinati.
Indietreggiai spaventato verso il bugigattolo della cassa per proteggermi. Una manona mi afferrò per un braccio.
Urlai in preda al panico.
— Tranquillo — mi disse un tipo con i baffi, le sopracciglia folte e i capelli grigi. Era il tizio del tiro a segno. — Non starò a raccontarti una brutta storia — fece con un ghigno. — Ti basti sapere solo che siamo in tanti, sicuramente troppi, senza famiglia. Anche malati.
— Co-cosa volete?
— Ci arrangiamo.
— A fare che? — dissi con un filo di voce.
— A sopravvivere amico, che altro.
— Non ca-capisco — balbettai.
— Uno alla volta, grazie all’aiuto di quelli come te. Che si prestano, senza rendersene conto.
— Continuo a non capire.
— Ci togliamo dalle scatole.
— Eh?
— Sì, hai capito bene.
— No, no, no… — risposi scuotendo la testa. — Spiegati, per Dio.
— Voglio dire, grazie a una mano estranea, invece del solito sorteggio, così l’accettiamo meglio. — Mi fissò scavandomi dentro. — Non c’è cibo per tutti, perciò facciamo quel che possiamo. Ci siamo inventati un modo per sparire dalla terra una volta per tutte. Hai capito ora? — Mi squadrò dai piedi ai capelli, con un risolino.
— Non posso crederci! E tutto quel bendiddio, zucchero filato, canditi e compagnia bella? Non è cibo quello?
— Solo cartapesta.
— Ma-ma-ma è te-te-terribile! — fiatai, e avvertii un dolore al petto.
— Questo luogo è una trappola.
— Tra-tra-trappola? E-e-e per chi? — chiesi supponendo la risposta.
— Per farci cascare quelli come te!
Ebbi paura. Tremai.
— Io? Che c’entro io?
Mi osservò con sguardo terrificante.
— Siamo in tanti e affamati, capo. — Accennò un sorriso.
Temevo quello che avrebbe aggiunto e stetti zitto. Guardavo intorno cercando un varco possibile dal quale sarei potuto scappare. Le gambe le avevo buone.
— Facciamo con la nostra carne, per ora — sospirò.
Mi sollevai, pur non essendo del tutto rassicurato dalle sue parole.
— Su, su adesso vai via di qui, torna all’esterno — ribadì infine. — Hai fatto bene la tua parte. Da te non vogliamo altro. Dimentica ogni cosa.
I bimbi alzarono la faccia dal pasto e i loro occhi incavati mi si piantarono addosso come morsi. La pelle mi si accapponò.
— Adesso vai! — m’ingiunse l’uomo spingendomi fuori dal ripostiglio con decisione. — E affrettati, prima che l’istinto abbia il sopravvento sulla ragione.
Fece un fischio.
Una mano di bimbo d’un tratto afferrò la mia e, senza altri indugi, a passi rapidi fui trascinato fuori dal nebbione.

Fui di nuovo solo e corsi con affanno verso l’auto. Davanti alla portiera mi voltai verso la nebbia da cui ero provenuto chiedendomi spiegazioni ma l’orizzonte era limpido.
Mi ero immaginato ogni cosa?
Salii. Nell’avviare il motore la mano di un moccioso seduto sul sedile accanto – magro, senza capelli, congestionato dal freddo – agguantò la mia.
— Vai via? — disse mostrando una lunga fila di dentini sporchi di sangue.
Sobbalzai e un forte dolore mi martellò il petto.
Subito dopo persi il controllo, l’auto rotolò giù dall’argine e sprofondò nell’acqua della valle.

Votalo!

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 Riccardo Carli Ballola ha pubblicato un libro di racconti e poesie dialettali Libreria Rizzati (1979), sue poesie si trovano in antologie: Perrone Ed. (2015), riviste: Aletti (2014) e siti: LopCom, Poeti e Poesia. Suoi racconti sono su riviste: “Speciale WMI”, Delos Book, n° 34 (2012) e antologie Delos Book (2010, 2011, 2012, 2013 e 2014). E inoltre: Esperienze in giallo (2011), Chichili, ebook (2012), Sogno Edizioni (2012), Mondadori (giugno 2012), Milanonera, ebook (2013), Letteratura Horror, ebook (2014), Bravi Autori (2012, 2015), EEE, ebook (2015) con il racconto giallo: “Puzza di bruciato”. 

9 COMMENTI

  1. Ho letto questo racconto spinto dalla curiosità, data la stroncatura che hai fatto sul mio. Leggo il tuo palmarès e mi aspetto un livello alto, rimango deluso però, come quando ho letto “Finzioni” di Borges. Questione di gusti probabilmente. A parte la storia nonsense, dopo un terzo di racconto, inizia ad essere di difficile lettura. Frasi non propriamente corrette, come “Tirato come un mulo da quel marmocchio al quale avrei dovuto dare dopo una mancia adeguata, la sacca con l’attrezzatura che tenevo sulle spalle mi traballava addosso.”

    2.25/5

    3/5

    2/5

    1/5

    3/5

    • Stroncatura, dai, che dici? Ci mancherebbe. Ho fatto solo alcune sottolineature.

      5/5

      5/5

      5/5

      5/5

      5/5

      • Acc… per sbaglio sono partite in automatico le valutazioni.
        Pensandoci, però, non è male.

  2. A me è piaciuta soprattutto la prima parte. Nei dialoghi mi sono persa, ho dovuto rileggere per capire bene. Quindi l’ho trovato confuso. Il finale inquietante, mi ha soddisfatto.

    4/5

    4/5

    3/5

    4/5

    5/5

  3. Mi è piaciuto l’inizio e mi è piaciuto il finale. La parte centrale del racconto, però, non mi ha colpito particolarmente.

    3.75/5

    4/5

    3/5

    3/5

    5/5

  4. Un finale frettoloso e una trama poco entusiasmante. Mi dispiace.

    2.5/5

    3/5

    3/5

    2/5

    2/5

  5. Classico horror,
    ben scritto, dimostri fantasia.
    Trama non sempre chiara,
    con finale brusco.
    Racconto, nel complesso, positivo.

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