Matricola 235068, un salto nel buio 3.87/5 (13)

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Una cornacchia si levò in volo annunciando con impeto gracchiante il tramonto di un nuovo giorno nel quartiere popolare di San Michele, a Cagliari. Sulla piazza principale, che portava lo stesso nome del quartiere, i venditori ambulanti di cianfrusaglie, verdura e abiti usati stavano già ritirando la loro mercanzia e preparandosi per fare ritorno alle loro abitazioni. Qualcuno imprecava a voce alta per gli scarsi guadagni della giornata. Altri cercavano di allontanare a pedate i gabbiani che, fattisi ogni giorno più audaci, arrivavano fino ai loro piedi per banchettare con i resti della verdura e della frutta che non erano riusciti a vendere.
Chiusa nel cappuccio della sua felpa, con lo sguardo basso e il passo affrettato, Giorgia Perra di ventisei anni attraversò piazza San Michele diretta verso il cuore del quartiere. Aveva perso per un pelo l’autobus numero 20 e ora si sarebbe dovuta fare a piedi tutta la salita che portava al colle, la parte più alta della città, dove aveva preso in affitto un appartamento insieme a un’altra studentessa.
Giorgia studiava medicina all’università e quella mattina aveva fatto una scoperta sconvolgente. Teneva i risultati della rivelazione stretti nel pugno, in una piccola chiavetta di memoria, e non vedeva l’ora di tornare a casa per dare un’occhiata a ciò che aveva trovato. Sperava che Sara, la sua coinquilina, non si fosse spesa a preparare piatti elaborati per cena, perché non aveva per niente fame.
Il rumore di un clacson la fece sobbalzare, mandandola a urtare un passante. «Mi scusi» mormorò timidamente. L’uomo la fulminò con un’occhiataccia e passò oltre. Per arrivare fino a casa avrebbe dovuto attraversare vicoli male illuminati, sinistri e disseminati di pozzanghere. Giorgia si diede animo e accelerò il passo. Ogni tanto scrutava il cielo in cerca della falce di luna che, in qualche modo misterioso, le infondeva sempre coraggio.
Arrivata all’altezza del grande cancello rosso del liceo di via Monte Acuto, si fermò all’improvviso. Per strada regnava un silenzio tombale, rotto solo dal frinire dei grilli. E non si vedeva anima viva. Giorgia aprì il palmo della mano, quello in cui era custodita la chiavetta di memoria, e lo guardò. Il primario del reparto di psichiatria del Policlinico di Monserrato, alla periferia della città, l’avrebbe dovuta esaminare tra una settimana e lei aveva una fifa blu. Non dell’esame, visto che si sentiva preparatissima. Aveva paura di lui.
Era un tipo strano, pieno di tic nervosi. Quando guardava uno studente fisso negli occhi, digrignava i denti in maniera minacciosa. Giravano strane voci, in facoltà, sulle sue crisi. Alcuni dicevano che fosse più pazzo dei suoi pazienti, che stesse seguendo una terapia a base di litio e fosse inidoneo all’insegnamento. Ma nessuno l’aveva mai cacciato. E poi c’era la storia di Gabriella…
Gabriella Marras era una sua collega di due anni più grande, che aveva sostenuto l’esame di psichiatria con il professor Litio e poi era sparita nel nulla. Letteralmente. Nessuno l’aveva vista uscire dal Policlinico, né dall’ufficio del professore. Nessuno, tra i colleghi o gli amici, era più riuscito a raggiungerla al telefono cellulare. Si era come volatilizzata. Giorgia era rimasta parecchio impressionata dalla vicenda di Gabriella e aveva deciso di vederci chiaro.
Aveva rubato le chiavi al guardiano e si era intrufolata nell’ufficio del professore. Nel personal computer aveva trovato un elenco di studentesse di medicina, con tanto di numero di matricola a fianco. E per ogni studentessa, dopo il numero di matricola, l’elenco riportava una data. Giorgia aveva scorso la lista e aveva letto, con un brivido, che accanto al nome di Marras Gabriella, matricola 235068, era stata trascritta la data della sua sparizione.
Ora quell’elenco era nella chiavetta di memoria di Giorgia. Prima di scappare dall’ufficio, con il cuore che le batteva a mille, era riuscita a farne una copia.
Il vento ululò all’improvviso, scompigliandole i riccioli e facendola rabbrividire. Che cosa significava quella lista? Dov’erano finite le ragazze?
Giorgia si rimise in marcia verso casa, ancora più velocemente. Doveva fare presto, doveva mettersi al sicuro. Ecco la chiesa del Beato Massimiliano Kolbe, in cima alla salita, che sembrava infonderle un senso di sollievo. Era quasi arrivata.
Una mano guantata alle sue spalle le chiuse la bocca e la bloccò, impedendole di continuare a camminare. Giorgia, spaventata, provò a urlare, ma riuscì solo a emettere un debole mugolio soffocato. Cercò di divincolarsi mulinando le braccia, ma in questo modo la chiavetta di memoria le sfuggì dalla mano e cadde in un tombino.
Quando si accorse che le forze della ragazza stavano cedendo, l’aggressore la fece voltare per guardarla fissa negli occhi. E l’ultimo suono che Giorgia sentì prima di perdere conoscenza fu il digrignare minaccioso dei suoi denti.

11 COMMENTI

  1. Narrazione incisiva e belle immagini della città che fanno capolino attraverso il testo. La scrittura è corretta e ho pochissime cose da segnalarti:
    – con impeto gracchiante > quest’espressione non mi fa impazzire;
    – fattisi ogni giorno più audaci > qui toglierei “fattisi”, che trovo inutile, al fine di rendere più scorrevole il ritmo. Bella comunque la descrizione del mercato, molto viva;
    – Chiusa nel cappuccio della sua felpa > togli il possessivo inutile;
    – Giorgia si diede animo > è un’espressione che non conosco, io avrei scritto “si fece animo”;
    – Gabriella Marras era una sua collega > via l’aggettivo anche qui;
    – E per ogni studentessa, dopo il numero di matricola, l’elenco riportava una data. > qui toglierei l’inciso, perché lo hai già detto nel periodo precedente: eviti la ripetizione e rendi la frase più scorrevole.
    Poche cose dunque, soprattutto notazioni di stile e non errori.
    Il ritmo è coinvolgente e le descrizioni della città assai azzeccate. L’unico appunto che mi sento di rivolgerti è sulla trama: sono scomparse nel nulla diverse studentesse, non è credibile che non sia stata avviata un’inchiesta di polizia. La protagonista invece investiga per proprio conto, addirittura intrufolandosi di soppiatto in un ufficio dopo averne rubato le chiavi. Così rischia anche l’espulsione, fra l’altro. Altro elemento poco verosimile è che il professore psicopatico tenga nota delle studentesse che ha rapito, e presumibilmente soppresso, nel computer dell’istituto senza alcuna password di protezione. Giorgia non deve far altro che accendere il PC ed ecco che scopre l’elenco delle studentesse scomparse: per essere un docente universitario mi pare che l’assassino sia decisamente stupido…
    Finale molto efficace.

    3.75/5

    4/5

    4/5

    2/5

    5/5

  2. Complimenti, Veronica, un racconto ben scritto che mi ha coinvolto fino alla fine (agghiacciante). Descrizioni ottime così come il tratteggio dei personaggi. La chiave che finisce nel tombino sancisce anche la fine delle speranze. Un particolare che rende il tutto ancora più calzante è la descrizione della mano guantata sulla bocca che riprende l’immagine ufficiale del concorso. Spero di ritrovari nella raccolta. Brava!

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

  3. Bene l’incipit, ci si immerge bene nell’ambientazione. Bene anche la suspense che si crea pian piano. Mi è piaciuto meno invece il dipanarsi della trama, che si apre e chiude velocemente, senza definire troppo il professore, coprotagonista. Forse tutto a causa del limite di caratteri, ma trama e finale ne soffrono.

    3.5/5

    4/5

    4/5

    3/5

    3/5

  4. Bello l’incipit e gradevole lo stile. La trama non mi convince ma il finale è accettabile.

    4.25/5

    5/5

    5/5

    3/5

    4/5

  5. Racconto molto coinvolgente, in crescendo, che sa mostrare bene le emozioni della protagonista e il mondo che la circonda. Peccato per il limite di caratteri, sicuramente la storia ne ha un po’ risentito richiedendo la presenza di troppe informazioni che hanno un po’ inficiato la credibilità della parte finale dello scritto.

    Molto bello lo stile in ogni caso.

    4.25/5

    5/5

    5/5

    4/5

    3/5

  6. Un racconto davvero ben strutturato, nonostante il poco spazio a disposizione. Un po’ confusa la parte finale ma comunque un bel racconto, complimenti.

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

  7. Prevedibile, già dall’inizio si capisce dove si va a parare, quindi appare scontato l’esito del racconto. Stile lineare e scorrevole anche se presenti alcuni luoghi comuni.

    1.75/5

    2/5

    2/5

    2/5

    1/5

  8. Non sono mai stato a Cagliari, ma sei riuscita a evocarla nella mia mente, brava.

    4/5

    4/5

    4/5

    4/5

    4/5

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