Mangia che devi essere mangiato 3.88/5 (6)

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Mangia che devi essere mangiato
Odio quelli che mangiano carne. Non sono un vegetariano convinto e nemmeno un vegano ma ho delle buone ragioni. La sola scritta “Cervello fritto” sul menù di un ristorante suscita in me un orrore profondo. E non è la mia stranezza più grande. Ogni volta che esco di casa mi premunisco con largo anticipo. Avviso sempre almeno due persone su dove sto andando e chi devo incontrare. Se ho appuntamento con qualcuno che conosco poco, scrivo su un foglio tutto quello che so di lui e lo consegno a una persona di fiducia. Faccio delle indagini sulle persone che mi circondano, incluso il postino. Non cambio mai piani all’ultimo minuto, piuttosto rinuncio. Può sembrare il comportamento di un sociopatico affetto da manie di persecuzione, ma quando saprete quello che mi è successo mi capirete. Tempo fa, vivevo in una piccola cittadina del sud. Mi ero trasferito là per lavoro e stavo finendo di scrivere il mio ultimo racconto erotico. Mancavano solo poche righe alla conclusione ed era il più bel racconto che avessi mai scritto fino a quel momento. Avrei dovuto consegnarlo quella mattina ma c’erano stati parecchi contrattempi che mi avevano rallentato. C’era stata un’infiltrazione d’acqua nell’appartamento in cui vivevo e non potevo più stare lì. Poi avevano iniziato i lavori e il frastuono mi impediva di scrivere. Però dovevo consegnarlo a tutti i costi se volevo continuare a pubblicare sulla collana Herotik. Il rumore del trapano, mi stava facendo saltare i nervi. Il mio padrone di casa venne a ribadire che dovevo trovarmi un’altra sistemazione. Appena se ne fu andato, rabbonito dalla mia promessa di lasciare l’appartamento all’indomani, decisi di concludere il racconto con la prima cosa che mi venne in mente. Le ultime parole furono: Aprì la valigia e la richiuse velocemente. Era piena di banconote. Non certo roba da buttare via. Rilessi tutto il racconto e poi cliccai su stampa. La stampante era vecchia e ci avrebbe impiegato una decina di minuti. Nel frattempo radunai tutte le mie cose, riempii un borsone e uno scatolone e li trascinai nell’ingresso. Spensi il computer portatile e lo misi in borsa. Raccolsi il racconto dalla stampante. Non vidi l’ultimo foglio scivolare per terra accanto al borsone. Presi il cellulare e uscii dimenticando le chiavi sul tavolo. Andai ad un caffè con rete wifi. Ordinai un cappuccino e una crostatina di fragole. Dopo quella volta, non avrei mai più potuto assaggiare qualcosa di rosso senza avere un conato di vomito. Aprii il mio pc e mi collegai a internet. Trovai un sito di annunci. Un’inserzione attirò la mia attenzione: affittasi monolocale in periferia, luogo silenzioso. Composi il numero direttamente senza trascriverlo. Mi rispose una donna. Potevo andare a vederlo subito. Mi spiegò come arrivare in bicicletta. Trovai il cancello. Suonai. Una bionda mi venne ad aprire.
─ È venuto da solo? ─ mi chiese. Non mi sembrò una domanda strana, solo più tardi quelle parole assunsero un significato preciso. La seguii. Sentii la porta chiudersi alle mie spalle e poi un forte dolore alla testa, poi ci fu il buio. Il mio padrone di casa suonò il campanello. Non ricevendo risposta aprì la porta con le sue chiavi. Con lui c’era l’ingegnere per i lavori. Entrando in casa si imbatterono in una montagnetta di cianfrusaglie accatastate. Accanto, per terra, un foglio. L’ingegnere si chinò e lo raccolse. Lesse ad alta voce: roba da buttare via.
─ Che strano ─ disse il padrone di casa. ─ Il signor Cecchi è andato via senza nemmeno prendere le sue cose. ─ Vide il mazzo di chiavi sul tavolo. ─ Se non le spiace, ingegnere, mi darebbe una mano a portare giù queste cose? Buttarono via tutto. Un forte odore di putrefazione invase le mie narici. Avevo le mani legate con della corda. Mi tirai su. Ero nudo sul pavimento freddo e bagnato ma non ero solo. Accanto a me c’era un cadavere. Lo toccai con un piede. Rabbrividii. Volevo urlare. Cercai di liberarmi. Sentivo le vene pulsare nelle mani gonfie. Speravo che qualcuno sarebbe venuto a liberarmi. Vidi che un altro corpo davanti a me aveva un coltellaccio da cucina conficcato nella testa. Notai che a lui non avevano portato via i vestiti e provai uno stupido senso di gelosia. Poi l’idea. Avvicinai le mani legate al pezzo di lama che fuoriusciva dal cranio e cominciai sfregarle fino a tagliare il cordino. Mi alzai. Ebbi un capogiro nel vedere la camera disseminata di cadaveri e membra insanguinate. Urlai, volevo scappare, misi il piede su qualcosa di schifosamente molliccio, scivolai, caddi tra due cadaveri e svenni per la paura. Fui risvegliato dalle grida e sentii dei passi scendere per la scala.
─ Mari, dov’ è quello nuovo? ─ Dev’essere lì, l’abbiamo portato giù stamattina. ─ Sentii dei passi scendere per la scala. Dovevo essere in una specie di cantina. La donna entrò nella camera sbraitando contro l’altra.
─ Ti ho detto che ho da fare, devo preparare le animelle per la cena. Mentre le due bisticciavano, vidi che uno dei cadaveri accanto a me aveva i jeans calati. Glieli sfilai e mi vestii sul pavimento. Rubai anche la maglietta all’altro morto e sarei riuscito a squagliarmela se quello non si fosse vendicato con uno sgambetto. Caddi richiamando l’attenzione delle due donne. Una mi afferrò il polso ferito. Urlammo. Ognuno per i suoi motivi. L’altra arrivò quasi subito e mi atterrò con un colpo di karatè. Mi legarono su una sedia a rotelle e mi trasportarono al piano di sopra davanti ad una grande tavola imbandita. Una di loro, Mary, la bionda, mi legò un tovagliolo bianco al collo.
─ Mangia che devi essere mangiato. ─ disse. Mi imboccò. Assaggiai un cucchiaio di una poltiglia rossa. Amarissimo. Disgustoso. Sputai. La donna mi colpì con la mano aperta. Poi prese un altro cucchiaio di quella roba e lo assaggiò.
─ È buonissimo ─ disse. Volevano che mangiassi con loro e che poi scrivessi un libro di ricette di carne umana. Decisi di assecondarle. Mi sforzai di assaggiare. Ingoiai. Dissimulai il disgusto.
─Va bene, ─ dissi ─ slegatemi che scriviamo questa meravigliosa ricetta. Carmelita non era proprio convinta e guardò l’altra con fare incerto. Mary invece era euforica. Lanciò il mestolo che aveva in mano e afferrò un coltello. Chiusi gli occhi. Poi finalmente sentii il cordino che si allentava. Mi massaggiai i polsi.
─ Dov’è il mio portatile? ─ azzardai. Mary fece un cenno e Carmelita corse a prenderlo. Iniziai a scrivere quell’assurda ricetta mentre la vista mi si appannava e lo stomaco si rivoltava per colpa del boccone ingerito. Mentre Carmelita dettava gli ingredienti riuscii a togliere il freno dalle ruote della sedia. Puntellai le gambe al tavolo. Impostai 9 come dimensione di carattere e le pregai di leggere. Quando furono abbastanza vicine entrambe spinsi forte le loro teste l’una contro l’altra. Il rumore fu simile a quello di una noce di cocco che si rompe. Mi spinsi indietro con le gambe e arrivai fino alla porta. Con la sedia a rotelle. Mi attaccai alla maniglia e tirai con tutte le forze ma era chiusa a chiave. Corsi allora fino alla finestra. Afferrai la prima cosa che mi capitò sotto mano e spaccai il vetro. Solo in seguito, rivedendo i ricordi come in un film ho potuto mettere a fuoco che l’oggetto in questione era il mio portatile. Ma questo era un dettaglio di poco conto in quel momento. Riuscii in qualche modo a fuggire. Attraversai il giardino e scavalcai il cancello. La bicicletta non c’era più. Corsi fino a raggiungere un autobus e a salire al volo. Il cuore mi stava esplodendo nel petto. Tornai a casa ma non avevo più le chiavi. Pensai che le avevano prese loro. Forse sapevano anche dove abitavo. Scappai. Lasciai tutto e andai via da quella città. Ora vivo nella mia città natale e scrivo racconti dell’orrore per una rivista letteraria. Forse chissà, un giorno quando avrò superato questo trauma tornerò ad essere quello d’un tempo. Per il momento mi accontento di vivere cercando di evitare situazioni imbarazzanti. L’altro giorno per esempio un vecchio amico è venuto a trovarmi sapendo che ero tornato in città.
─ Ti ho portato una cosa buonissima ─ disse aprendo sul tavolo il suo pacchetto. Io non feci in tempo a dire niente, scorsi il contenuto e rigettai la colazione. Era carne cruda.

Votalo!

7 COMMENTI

  1. Simpatico horror che si fa leggere volentieri. Lo stile mi piace, ma ci vorrebbe qualche pausa, qualche virgola per non creare confusione e rapidità.
    Nel finale avrei osato di più, come anche nella trama, ma nel complesso efficace.

    3.25/5

    3/5

    4/5

    3/5

    3/5

  2. Carino, si legge facilmente, nel finale mi aspettavo di più data la tensione in crescendo. Forse avrei spezzato di più le frasi per aumentare la suspance. Nel complesso mi è piaciuto!

  3. Mi è piaciuto moltissimo, così incalzante, senza tregua. Un bellissimo horror, disgustoso quanto basta, che si è fatto leggere con estremo interesse. Brava!

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

  4. Ho apprezzato davvero tanto lo stile incalzante, che per un horror è un’ottima scelta. Avrei giusto curato un po’ di più la formattazione del testo, in modo da renderlo più scorrevole. Nel complesso, bel lavoro 🙂

    3.25/5

    3/5

    4/5

    3/5

    3/5

  5. Mi piace come è scritto, a parte che ha bisogno di qualche punto dove tirare il fiato. La trama in se, è surreale più che horror

    4.25/5

    3/5

    5/5

    5/5

    4/5

  6. Un horror abbastanza simpatico, forse manca qualcosa per renderla “horrorifica” al meglio ma nel complesso tutto bene ; )

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

  7. Molto lineare e una buona dose di particolari che lo rendono “splatter” al punto giusto.
    Peccato per lo stile estremamente spezzettato e di difficile lettura; la raffica di frasi brevi nelle descrizioni danno quasi fastidio.

    2.5/5

    3/5

    2/5

    3/5

    2/5

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