Loredo il curiosone 4.56/5 (8)

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Il 20 marzo è la giornata della felicità. Esiste un giorno, quindi, per ricordarci di essere felici.
La casa è vuota e silenziosa. Vedo Simona osservare quel silenzio così raro. Non lo ascolta, lo osserva: vede le cose tacerle intorno. Il silenzio è una cosa strana per lei che sembra cercarlo ma poi quando lui le fa visita lo sfugge. Accende il pc, mette la musica, si riempie la testa di altro, in modo da non lasciargli spazio.
È il giorno della felicità. Ma che cos’è poi questa felicità?
Per me è stata il giorno in cui Simona ha aperto la porta e mi ha riconosciuto. Ero lì ad attenderla da non so quanto tempo, poi è accaduto.
È uno strano rapporto quello tra me e Simona: io l’adoro in un modo tutto mio. Non so se lei lo capisce, se comprende quel mio starle sempre tra i piedi. Per lei infatti sono quasi un impedimento, ma cosa ci posso fare io se prima d’incontrarla non sapevo neppure di aver ricevuto una vita in dono? È normale che m’interessi a tutto quel che fa, voi non trovate? Cosa succederebbe se un giorno si mettesse in testa di non riconoscermi più? Io ormai sono un po’ vecchio e malandato, ho anche un occhio dal quale non vedo più tanto bene. L’altro però funziona benissimo e scruta tutto. Per esempio ho capito subito che oggi quel silenzio è diverso dagli altri, così carico di attese. Infatti Simona s’infila sotto la doccia, poi asciuga i lunghi capelli neri e si trucca con ancora l’accappatoio addosso. Adesso sta scegliendo l’abito nero, quello che esalta il suo generoso decolleté. Quando qualcuno suona alla porta infila di corsa le scarpe e va ad aprire.
“Prego, accomodati, ci metto solo un attimo” la sento dire. Ad attenderla in soggiorno c’è Michele, l’autista. Lo sapevo che si sarebbe smosso qualcosa tra i due dal momento in cui lei ha lasciato il lavoro part-time alla casa di riposo per lavorare dieci ore al giorno come cameriera alla caffetteria del centro, quella vicino all’unico teatro del paese. Non è stata una scelta per Simona, quanto piuttosto una necessità, vivendo con me e dovendo sostenere lei tutte le spese … Ma sto divagando. Non è questo adesso il punto, quanto piuttosto il fatto che adesso Michele non la incontra più occasionalmente durante le gite organizzate per gli anziani. Allora deve essersi accorto di aver perso tutte le occasioni possibili con lei e ha trovato il coraggio di chiederle un’uscita. Ma dove l’ha incontrata? Sono certo che non si erano mai scambiati i numeri, lei durante le uscite utilizzava il cellulare di servizio. Forse lui un giorno è andato per caso in caffetteria e non deve essergli sembrato vero di vederla. Si sarà avvicinato e le avrà chiesto un caffè, allora devono essersi salutati come due vecchi amici e poi lui le avrà proposto di uscire una di quelle sere, magari per vedere non so quale film al cinema o per tastare assieme quel ristorante che ha cambiato gestione. Oppure è stata proprio lei a rispondergli “e più tardi, quando esco da qui me lo offri tu un caffè invece?”. Ce la vedo, con quella faccia tosta che tira fuori alle volte, davvero irresistibile.
Adesso sono andati via, lei non mi ha degnato di uno sguardo, ma che importa? Oggi è la giornata della felicità ed è bene che se la goda, ma rientrerà a casa e ci sarò io tra i piedi. Mi metterò sotto il letto, così, se la serata è andata ancor meglio del previsto potrò gustarmi il seguito e magari disturbarli un po’. Forse Simona s’indispettirà e tirerà fuori quella pistola giocattolo caricata a salve e tenterà invano di allontanarmi con tre- quattro colpi. Ogni tanto lo fa, senza colpirmi davvero, s’intende! Però le piace cacciarmi via in quel modo inefficace. Come farebbe senza di me? Da quel giorno in cui mi ha riconosciuto siamo inseparabili. Me lo disse subito che anche se ero troppo magro le sembrava comunque che mi fossi nutrito per anni di tutti i suoi dispiaceri, dei rimpianti e dei sensi di colpa. Era felice di avermi finalmente incontrato in carne e ossa (più ossa). Mi aveva cercato ovunque, in tutti le forme e gli elementi possibili, finché non si era imbattuta in me. Io, ripeto, ero lì da sempre, ma sarà per la mia pelliccia pezzata che ben si mimetizza con l’ambiente, o proprio per quella magrezza, fatto sta che fino a quel momento i suoi occhi non erano stati mai pronti per me. Proprio questi ultimi mi raccontarono tutto questo quando si svegliarono dal loro torpore e incontrarono il mio occhio buono. Simona iniziò a chiamarmi “Loredo”, perché “Dolore” le sembrò troppo per un gatto. Da allora lei fa finta di cacciarmi e io d’intralciarla impicciandomi degli affari suoi. Così facendo per entrambi quel “Dolore” è diventato solo l’anagramma del mio nome.

Votalo!


14 COMMENTI

  1. Originale e ben scritto. La curiosità e il punto di vista del gatto Loredo che ci mette al corrente delle vicende amorose della padrona.

  2. La la land? Mi ricorda un po’ i protagonisti del bellissimo musical…
    Racconto carino, ben scritto, con un’ottica di narrazione particolare.
    Brava.

  3. Sai che non l’ho visto? Rimedierò il prima possibile! 😀
    Grazie per i commenti Magia e Maurizio 🙂 Ci sono alcuni riferimenti a dei personaggi secondari appena citati in un altro paio di miei racconti precedenti (di questo contest), però ammetto che possono non essere facilmente collegabili se non li avete letti… io ci provo lo stesso! 😀

    • In effetti il riferimento alla casa di riposo mi aveva fatto pensare ad un altro racconto… ma la memoria, ahimè, a volte fa cilecca. Sono andata a rivedere i tuoi racconti pubblicati e mi sono riletta con piacere “La regola dei calzini” 😉

  4. AHHH sono i rompiballe che separavano gli anziani innamorati! 😉 …chi di spada ferisce di spada perisce…bravo Loredo che ricambia il disturbo 😀
    Hai sempre molta delicatezza nel raccontare, mi piace!

  5. Senza la tua imbeccata non avrei collegato la protagonista di questo racconto alla Simona che aveva accompagnato in gita i due anziani innamorati. Bel racconto, originale anche il modo in cui hai giocato col nome del gatto. Un errore nella formulazione di questa frase: “e poi lui gli avrà proposto…” Se è lui a proporre a lei, dovrebbe dire “le avrà proposto”, ma dato che è Loredo a parlare potrebbe aver fatto confusione coi pronomi…😉

  6. ahhhhh!!!!!! è già la seconda volta che mi pizzichi su questo errore! 😀 Niente, ogni tanto mi scordo il sesso dei miei personaggi!!! (Il che era ammissibile a FRANCAmente VERO ma non negli altri casi!) 😀
    a proposito, un lieve collegamento c’è anche con quella storia… praticamente Simona sarebbe la cameriera tettona che il tizio sposato non si fila nemmeno per sbavare dietro a Franco travestito… era proprio una comparsa diciamo! E poi c’è la tematica del dolore affrontata nel racconto della prima settimana… Mi sono divertita a collegare un pò questo racconti a quei tre precedenti 🙂
    Grazie per i commenti e grande Magia che hai riletto “La regola dei calzini” 🙂

  7. ciao Sofy
    mi permetto di segnalarti alcune cose che a parer mio renderebbero ineccepibile il tuo racconto:
    – “Non lo ascolta, lo osserva proprio: vede le cose tacerle intorno…” elimineri il proprio (e non è il solo che eliminerò 😉 )
    – “poi asciuga i lunghi capelli neri e si trucca ancora con l’accappatoio addosso.” qui ho inteso che l’ancora è riferito all’accappatoio e non al truccarsi: se è così lo sposterei dopo il “con” ovvero “si trucca con ancora l’accappatoio addosso.” se non è così va bene così 🙂
    – “part- time” ha uno spazio in più che non ci vuole ma che ti è part-ito 😀
    – “lei durante le uscite utilizzava il cellulare dell’attività” …sostituirei cellulare dell’attività con cellulare di servizio
    – “potrò gustarmi il seguito e magari disturbarli un pò”… ti è scappata la o accentata invece della o apostrofata
    – “Però le piace cacciarmi via in quel modo così sicuramente inefficace” … qui è l’inefficace che mi sembra improrio, perché se viene allontanato allora non è inefficace, anche se per poco, forse inoffensivo nel senso che non gli fa male… io a ogni modo eliminerei del tutto “così sicuramente inefficace”
    – “Mi aveva cercato ovunque, in tutti le forme e gli elementi possibili, finché non si era imbattuta in me. Io, ripeto, ero lì da sempre, ma sarà per la mia pelliccia pezzata che ben si mimetizza con l’ambiente, o proprio per quella magrezza: fatto sta che fino a quel momento i suoi occhi non erano stati mai pronti per me” qui secondo me manchi di completare la frase prima dei due punti… manca del testo, tipo “che non mi ha visto” oppure eliminare i due punti e sostituirli con una virgola, così ti riallacci immediatamente a fatto sta e completi 🙂
    – “Simona iniziò a chiamarmi “Loredo”, perché “Dolore” le sembrò troppo per un gatto. Fatto sta che da allora lei fa finta di cacciarmi” …qui visto che “Fatto sta che” lo usi due righe sopra, è una ripetizione inutile, da prima stesura che è sfuggita alla rilettura: iniziare la frase senza è più d’impatto sul lettore e la lettura 🙂
    – mi resta il dubbio sull’uso di “tastare assieme il ristorante” ma voglio intenderlo come vocabolo felino 😀
    alla prossima 😉

  8. Grazie Maso, ho provveduto! Non ero convinta di “inoffensivo” al posto di “inefficace”, perché non avevo proprio deciso se il gatto si sarebbe lasciato allontanare o meno… adesso ho deciso! Resterà lì, vecchio, curioso e mezzo cecato! Per cui ho modificato la frase precedente, rileggi un pò, così rende? E poi sì, il ristorante per lui si “tasta”! Qualche libertà a un vecchio gatto va pur concessa! 😛

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