Lettera a mia moglie 5/5 (2)

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LETTERA A MIA MOGLIE

Vita mia.
Il sorriso del mattino, la dolcezza dell’imbrunire, la quiete della notte. Mai, a parole, ti ho esternato i miei sentimenti sperando che i gesti si sostituissero alle emozioni.
Io, apparentemente burbero e riservato, attento a non perdere mai il controllo, a non far trapelare le preoccupazioni e il dolore quando la vita non ci sorrideva. Tu, che di prima mattina qualunque fosse il mio umore ti alzavi cantando come un usignolo e preparavi la colazione per entrambi.
Quante colazioni felici mi sono perso? Troppo immerso nei miei pensieri, nei miei risvegli lenti e nervosi bisognosi di silenzio; solo ora capisco che quei gorgheggi che mi arrivavano a tratti anche fastidiosi, seppur intonati, erano il tuo modo per dare il buongiorno a un uomo troppo schivo e non abituato a gesti d’affetto.

Il cibo sempre pronto dalla sera precedente in un vecchio tegamino per poterlo portare al lavoro, le pasticche per lo stomaco, un timido saluto sulla porta di casa.

Le tue mani avvezze al cucito, delicate e magre, che scorrevano sulle stoffe dei clienti creando pantaloni dalla foggia elegante; le stesse mani che scorrevano sulla tastiera dell’organo nelle domeniche di messa, quelle che mi hanno accarezzato da lontano quando partivo per le mie trasferte di lavoro, quelle che da un giorno all’altro hanno abbandonato ago e pianoforte per preparare biberon e le prime pappine a nostra figlia.

Mani che non ho onorato come avrei dovuto quando, la domenica a pranzo, mi facevi trovare i miei piatti preferiti e non ero capace di dirti grazie né di farti i complimenti perché nessuno li aveva mai fatti a me.

“Ti porto fuori, metti il vestito della domenica”, ti dicevo.
Tu, titubante tra la consapevolezza che avrei avuto bisogno di riposare e il piacere di uscire, sceglievi sempre la via di mezzo. Un vestitino sobrio, una passeggiata nel paesino di mare poco distante da casa, a braccetto.

So che tra tanti uomini che potevi avere, tu fiore così fresco e candido, hai scelto me e i miei quindici anni in più; io uomo, tu ancora ragazzina ma sempre compita ed elegante con quegli abiti che esaltavano il tuo punto vita per aprirsi in una grande ruota di tessuto che lasciava scoperti i polpacci perfetti e quelle caviglie fini ed eleganti.

Guardavo tutto ma non dicevo nulla; lo avrei fatto solo se avessi visto in te qualcosa che non andava, che strideva con la finezza dei tuoi lineamenti e del tuo portamento. Ti ho privata di quei complimenti che ogni donna vorrebbe ricevere perché non ero capace di farli; mi sarei sentito fuori luogo e imbarazzato.

Quando mi hai reso felicemente padre, tenendo in braccio quel fagottino di pochi chili ho capito che esternare i sentimenti non era qualcosa di cui imbarazzarsi e ho riversato su di lei tutte le carezze che non ho dato a te.

Mi chiedo solo ora se ne hai sofferto, se hai mai pensato che ti stimassi più come madre che come moglie; ricordo quando sedevo accanto a nostra figlia nel tentativo di darle un’istruzione ancor prima del necessario, in quell’età in cui si dovrebbe giocare e non imparare a leggere e scrivere. Tu mi guardavi un po’ scettica e un poco divertita, sapendo bene che non avrei ottenuto nulla.

La bambina che cresceva più velocemente di quanto avrei voluto e la gelosia che mi impediva di acconsentire a quelle piccole richieste che tutte le ragazzine fanno.
Io, che dopo aver stabilito tutta la serie di divieti, ero ben conscio che ci saresti stata tu a darle una mano per disattenderne qualcuno cercando ancora una volta la giusta via di mezzo; facevo finta di non vedere e non sapere perché l’immagine di quella figlia che stava diventando sempre più donna mi faceva sentire una stretta al cuore, conscio che avrebbe avuto le sue delusioni e le sue piccole sofferenze che a me non avrebbe confidato.

Ricordo il giorno che l’abbiamo accompagnata all’altare, e l’emozione celata da quel mio modo di fare che tu hai conosciuto bene, un po’ ruvido e volutamente distaccato mentre mi tremavano le gambe e le mani. La stavo affidando a un altro uomo senza certezza alcuna che le avrebbe riservato tutte le attenzioni che in trenta anni le avevamo donato, pur con modi differenti.

Eravamo di nuovo soli io e te, in quella grande casa, ma il tempo della gioia e della salute era ormai lontano; il mio male ti ha privato di godere della vita per quegli anni in cui almeno tu avresti potuto finalmente viaggiare e vedere il mondo. Mi sei stata accanto con quell’umiltà e dedizione che solo noi conosciamo e non mi hai fatto pesare mai le volte in cui le mie gambe non funzionavano più come prima, e le domeniche erano fatte di televisione accesa davanti ai programmi sportivi.
Hai condiviso con me partite di calcio, la settimana enigmistica e quegli incroci obbligati con il cruciverba di Bartezzaghi che ti ostinavi a fare, inserendo le parole giuste ma con l’ortografia errata. Ti sforzavi di capire dove potevi avere sbagliato mentre ti guardavo divertito non per scherno, ma perché ho amato di più i tuoi errori che il tentativo di essere sempre impeccabile e alla mia altezza; non siamo mai stati su gradini differenti malgrado tu sia sempre stata convinta che certe cose riuscivano meglio a me che a te.

Me lo hai fatto credere al punto che spesso mi sono spinto in quello che assolutamente non ero in grado di fare, improvvisandomi imbianchino, elettricista e tuttofare ma i cacciaviti, martello, chiodi e trapani sapevi usarli meglio di me.
Le tue mani hanno saputo fare di tutto, le mie sapevano solo scrivere; i tuoi occhi osservavano i dettagli, i miei erano affogati nelle pagine di un libro senza avere più la percezione di quello che accadeva intorno.

Sono stato spesso distratto, non ho condiviso con te dolori comuni perché la madre che hai conosciuto mi ha cresciuto insegnandomi che le debolezze andavano nascoste; con il tempo e la pazienza solo tu mi hai fatto capire che potevano invece essere punti di forza.

Sono diventato vecchio e la fortuna mi ha assistito fino a novanta anni mentre guardavo te sfiorire, le tue mani sempre più nodose e doloranti, le ginocchia gonfie, le gambe stanche, gli occhi opachi di chi ha visto troppo e in silenzio.

La gente pensa sia una fortuna vivere così a lungo, nonostante io ora stia ringraziando quel Dio sul quale sono sempre stato scettico; un uomo vecchio è colui che sopravvive agli altri, che vede perdere amici, parenti, fratelli e ad ogni perdita pensa in cuor suo che alla prossima arriverà il suo turno.

Ti vedo arrancare in quel corridoio lungo che ti separa da questo letto dal quale non uscirò più, e quando mi sei vicina tutti i dolori li nascondi dietro a uno sguardo sereno e di speranza.

Cara compagna di viaggio di una vita, mi hai fatto percorrere itinerari stupendi che ho tutti immortalati nella mente ora che non posso più donarti le mie parole. La distrazione di un tempo ha lasciato il posto ad una lucida consapevolezza che mi ha consentito di capire che, per tutti voi, la cosa migliore era farvi credere che non mi avesse mai abbandonato.

Il tuo silenzio, mentre cambi posizione più volte su quella sedia scomoda, urla più forte di tutti questi macchinari che mi hanno attaccato addosso per prolungare un’esistenza che ormai ha visto tutto quello che c’era da vedere.

Ti lascerò andare, tra poco, e non saprai di tutto quello che ho visto da quando mi credete ormai incosciente e in attesa del trapasso finale.
Sarai la mia ultima immagine, con il rammarico di non averti potuto esprimere tutti questi miei pensieri.

Li affido al Padreterno affinché, nella sua infinita misericordia, si faccia foriero di tutte queste parole mai dette; a breve ti stringerò la mano e sarà quel ti amo che ho dimenticato di dire in tutti questi anni. Afferralo nel tuo pugno e conservalo nel cuore per i momenti difficili che tra poco dovrai affrontare.

Sarò al tuo fianco, comunque. Sarò il vento che ti carezza il volto, la pioggia che confonderà le tue lacrime, il sole che le asciugherà.
Perdonami, le mie palpebre ora si chiuderanno per sempre con l’immagine dei tuoi occhi verdi, e saranno l’ultima cosa bella che questa lunga vita mi ha donato.
Spengo questo fastidioso rumore di agonia che non meriti. Non piangere per me, sorridi e porta un bacio a nostra figlia.

E silenzio fu.

Votalo!

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Una donna che, con entusiasmo, comincia tante cose ma ne porta a termine solo e sempre una. La scrittura. Uno schermo bianco da riempire di caratteri neri  che scivolano sotto le dita; un mondo dove tutto è possibile, persino sovvertire il caso o il destino. Il mondo nel quale riesce a trasmettere qualcosa di sé, pezzetti di interiorità che diversamente non verrebbero a galla per riservatezze e non per timidezza.Un piccolo grande sogno che si avvera : il proprio libro in vetrina nella libreria che l'ha vista bambina. "Frammenti sparsi"  di Carla Vinazza. Pezzetti di vita amalgamati a riflessioni intimistiche e spezzate da ritmi più ironici. La sua prima pubblicazione a seguito di una selezione editoriale Una raccolta di racconti; forse è poco, ma dalle piccole cose spesso nascondo le grandi. Ci spera, e non si arrende.  Vincitrice del primo premio Concorso Letterario Internazionale Gaetano Cingari  anno 2016 con il romanzo inedito " Per sempre Cassiopea".

2 COMMENTI

  1. Grazie mille, l’intento era quello. Quando ho finito di scriverla ho pianto perchè mi tocca da vicino.
    Qualcosa e’ arrivato, allora .

    5/5

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