L’ALBERO -

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Io quando ero piccolo avevo un albero che era mio amico. Era grande e grosso, con un bel tronco marrone e così tanti rami (con così tante foglie) che quando era estate e c’era il sole lì sotto ti sembrava di stare sempre in primavera. Era proprio una casa di primavera e c’erano le farfalle e alcuni nel quartiere dicevano pure gli scoiattoli. Io gli scoiattoli non li avevo mai visti, a Magliana avevo visto i topi, i gatti e lungo il Tevere una volta un coccodrillo, però gli scoiattoli no.

«Ma ce ne sono», mi diceva papà rimboccandomi le coperte. «Stanno lì nascosti, solo che tu non li vedi.»

«E perché non li vedo?»

«Perché l’albero li protegge».

A me il mio amico albero stava proprio simpatico.

«Protegge tutti», dicevo ai miei amichetti il giorno dopo, «protegge gli uccelli e gli scoiattoli. E protegge anche noi.»

«Anche noi?», mi chiedeva Guido Bravi.

«Sì sì. Anche a noi che siamo i Bimbi di Magliana. Facciamo che eravamo degli investigatori privati e che Skeletor voleva conquistare la terra?»

«Però tu non puoi essere sempre He-Man».

«Ma io ho la tessera. L’abbiamo deciso tutti insieme. Io sono He-Man e voi gli investigatori privati che mi aiutano. E poi andiamo a spiare le femmine.»

L’albero era vivo.

«Anche gli altri alberi sono vivi. Ma lui è più vivo. Lui è vivo vivo, parla…»

«Io non lo sento».

«Vi dovete concentrare. Forte, così forte che la testa vi fa malissimo. E dopo lo sentite. Con il pensiero…»

«Ohhh».

Ogni pomeriggio, con l’arrivo della bella stagione, noi bambini scendevamo sotto, in piazzetta, a giocare davanti all’albero. Era uno dei pochi alberi di Magliana e i vecchi dicevano che fosse lì da tanto tempo. Pure mia nonna lo diceva e anche nonno Mario, lo diceva pure lui. Nonna Concetta è una strega e nel quartiere tutti la rispettano e tutti la temono, ché fa le pozioni e gli amuleti d’amore. Le donne di Magliana si fanno leggere i tarocchi pendendo dalle sue labbra. I miei amici avevano una gran paura di Concetta, la megera del sud Italia, ed io ne approfittavo, ché se non rispettavano i miei ordini nonna li avrebbe trasformati in mostri. O anche, cosa ben più grave, avrebbe fatto uscire dalle crepe dei muri delle loro stanzette i piccoli esserini che infestavano i sonni dei più. La sera, quando faceva buio, i miei amichetti ed io andavamo da lei, quasi in punta di piedi.

«Non è che ci cucina?», domandava Luciano Battistini.

«Solo se non fate quello che io vi dico.»

Mia nonna ci aspettava sull’uscio della porta, illuminata dal fuoco delle candele. Ci offriva sempre tre biscotti a testa, mai quattro, solo tre, e ci faceva sedere sul divano sciupato, tra vecchie foto ingiallite e statuine dall’aspetto terrificante. Noi mangiavamo i tre biscotti e nessuno osava chiederne un altro, anche se era tardi e dopo aver giocato a nascondino per tutto il pomeriggio avevamo una gran fame. Alle sette e mezza c’era il coprifuoco. Dovevamo tornare tutti a casa per cena, altrimenti i vari padri e le varie madri si sarebbero arrabbiati molto. C’erano i tossicodipendenti in giro, quelli con la siringa e gli occhi rossi, quelli che nascondevano gli aghi sotto gli scivoli e che, come si vedeva chiaramente nella pubblicità, avevano un alone rosso tutto intorno al corpo. Io l’alone rosso non l’avevo mai visto attorno a nessuno -e sì che gli occhi li avevo strizzati bene- però lo sapevo che i tossicodipendenti ce l’avevano, perché avevano quella malattia della droga che ti faceva venire gli occhi rossi e l’alone rosso. D’altra parte stare ad ascoltare mia nonna ci piaceva troppo e ci faceva vincere la paura della droga e la paura delle urla dei genitori. E poi, in fondo, eravamo grandi ormai e a casa ci tornavamo tutti insieme, come una banda, una di quelle che si vedono nei film, tipi i Goonies insomma, a noi nessuno poteva farci male (anche se poi quando calavano le tenebre ed io mi trovavo solo soletto circondato dai grandi casermoni di Magliana un po’ di paura ce l’avevo, soprattutto di quelli che ti davano le caramelle con la droga dentro che, lo diceva sempre la maestra, non bisognava mai accettare). Nonna ci guardava tutti e poi cominciava, volevamo sapere dell’albero.

«È molto vecchio», diceva, «ha più di cento anni e non si sa da dove venga. Molti dicono sia un albero alieno, altri il protettore della natura, altri ancora il miglior amico della Dea Madre.»

«Per me è un albero alieno», diceva Francesca, la mia vicina di casa, l’unica femmina accettata nel gruppo.

«Anche per me!»

«Il giorno prima non c’era, il giorno dopo eccolo lì, bello e verde…»

«Io non ci credo. Papà mi ha detto che gli alberi non si possono muovere, perché non hanno le gambe», obiettava Fabio Bartolomeo da dietro i suoi occhiali tondi tondi e tutti spessi.

«Credi a Babbo Natale?»

«Certo, Babbo Natale è vero. Esiste. Ha pure le gambe».

«Anche io ci credo!»

«Se credete in Babbo Natale credete anche nell’albero…»

«E infatti noi ci crediamo. Fabio, se tu non ci credi peggio per te… vuol dire che non diventerai mai il protettore dell’albero e non ti siamo neanche più amici. Chi crede nell’albero metta il dito qui sotto…»

Le dita erano sempre tutte, anche quello di Fabio.

Eravamo un gruppo. Una banda.

«In molti lo chiamano Saggio Albero. Lui parla attraverso il suono del vento, sussurra tra i rami, si fa sentire tra le foglie. Se ascoltate bene potete udirlo, come se vagasse nei vostri pensieri. È sempre con voi. Non ce ne sono molti di alberi a Magliana, ma lui è il più grande e il più forte. Gli altri, bambini, sono piccoli e rachitici…»

«Che vuol dire rachitici?»

«Magri, secchi, smunti», rispondeva nonna Concetta. «Ma l’albero ha bisogno di voi. Volete essere i suoi protettori?»

«Sì!», rispondevamo in coro.

«Venite qua allora… inginocchiatevi. Bravi. Da oggi in poi voi sarete i Protettori di Saggio Albero».

Di notte, prima di andare a dormire, dopo essermi preso una bella sgridata da papà e mamma, provavo a connettermi con Saggio Albero. Io lo sapevo che ci potevo parlare ma volevo sentirlo dentro la testa. Ero il suo prediletto, non potevo dirlo agli altri, però era così, ne ero sicuro. In fondo ero il capo io e mia nonna era nonna Concetta e i miei genitori erano comunisti e tutti gli volevano bene. Anche io ero comunista e, proprio come papà, da grande sarei diventato un operaio nella fabbrica magica piena di cattivi capitalisti borghesi ma anche di amici inseparabili. Gli altri volevano fare l’attore l’astronauta il medico lo scienziato. Io no, io sarei diventato un operaio mago sabotatore comunista. Avrei fatto la rivoluzione proprio come quel signore che piaceva tanto a mio padre, Vladimir Lenin, e tutti mi avrebbero abbracciato e dato pacche sulle spalle e regalato i loro pupazzi, perché ero il più forte. Se facevo la rivoluzione avrei prima di tutto fatto lavorare di meno i miei genitori, poi avrei abolito la scuola o, al massimo, perché come diceva sempre mamma, «Le masse vanno istruite», avrei fatto una scuola con cinque ore di ricreazione e dieci minuti di lezione. Avrei abolito la matematica, l’alone rosso dei tossicodipendenti ma soprattutto la pasta al sugo della mensa. Per questo ero il preferito di Saggio Albero e, se mi concentravo forte forte, un sussurro potevo sentirlo.

Il giorno dopo, quando il cielo era azzurro e la colazione era stata fatta da un pezzo, scendevo in piazzetta. Ah! Adoravo l’estate! E adoravo pure Magliana che è come un paese e noi bimbetti potevamo scorrazzare liberi senza nessuno che ci venisse a rompere. Gli altri bambini, ad esempio alcuni miei compagni di classe, erano veramente sfortunati, costretti tra le quattro mura domestiche, a sperare per la loro ora di libertà, proprio come quelli che vivono nelle carceri che a me facevano tanta pena anche se in televisione dicevano che erano i cattivi. A noi era la borgata a controllarci e non poteva succederci niente di male. Ci vedevamo tutti sotto Saggio Albero, proprio nel parco di cemento, quello che quando pioveva l’acqua delle fogne usciva tutta, e ci mettevamo a giocare. I miei giochi preferiti erano: ruba bandiera, nascondino e mosca cieca. Odiavo giocare a pallone perché non ero bravo e dovevo stare sempre in panchina. Fortuna che ero il capo (anche se non lo sapeva nessuno) e il calcio, almeno un giorno sì e uno no, era bandito.

«Facciamo che io ero Uomo Leone?»

«Uomo Leone, e cos’è?», mi chiedevano curiosi.

«Uomo Leone è il protettore di Saggio Albero».

«Non è vero che esiste Uomo Leone».

«Sì sì, è vero… sono io. Però è un segreto. Come Spiderman.»

«E come fai a trasformarti allora?»

«Mi concentro molto, tipo quando devi fare una puzzetta. Però non la faccio. E poi cambio».

«La faccia ti diventa da leone?»

«Sì. Solo che voi non lo potete vedere. Perché Uomo Leone si impossessa di me».

«Impossessa? E che è?»

«Tu non capisci niente. Prende il mio corpo ed io divento fortissimo!»

«Però se tu sei Uomo Leone io sono Uomo Tigre».

«No, Uomo Tigre già esiste, c’è anche il cartone animato. Tu puoi essere Uomo Formica».

«Io non voglio essere Uomo Formica! Ci sarai!»

«Guarda che Uomo Formica è forte. È il più forte di tutti».

«Allora io sono Uomo Formica!»

«Però è Saggio Albero a decidere chi diventate. Mica noi.»

«A te l’ha detto?»

«Certo. L’ho sentito, proprio come ci ha spiegato mia nonna. E poi mi sono trasformato».

«E che hai sentito?»

«Tanta forza. Sono fortissimo quando divento Uomo Leone. Cioè, sono forte come un leone e i leoni sono insomma…»

«…I più forti?»

«Eh, i più forti. Avvicinate le orecchie al tronco di Saggio Albero…»

«Però se io mi trasformo in Uomo Ghepardo sono il più veloce».

Ah! Ero stato imbrogliato, volevo essere io il più veloce! Ma ormai non potevo tornare indietro e poi dovevo pur dare alla mia banda un po’ di autostima. «Sì… ora ascoltate».

I miei compagni si erano appostati vicino al grande albero e, in silenzio, avevano avvicinato le orecchie.

«Io non sento niente…»

«Io neanche…»

«Aspettate amici!», aveva urlato Luciano Battistini. «Ho sentito qualcosa…»

«Cosa cosa?»

«Mi pare che… shhh… sì, ecco. Saggio Albero dice che… oh!»

Luciano Battistini era caduto a terra, rotolandosi come un ossesso. Poi si era rialzato di colpo, il viso mutato in un’espressione cattiva. «Io», aveva detto con voce cavernosa, «sono Uomo Pipistrello».

«Ma non vale! Quello è Batman!»

«E io sono un altro!»

In men che non si dica ci eravamo tutti trasformati.

Passavamo le nostre giornate a combattere contro nemici invisibili agli occhi dei grandi ma fin troppo visibili a noi. Lanciavamo bombe, afferravamo spade e tiravamo pietre. Avevamo anche una base fatta di giornali e vecchi legni e, quando nessuno ci vedeva, ci trasformavamo in eroi. I nostri nemici, provenienti da un pianeta lontano, tentavano in tutti i modi di annientarci e di distruggere Saggio Albero ma noi eravamo forti e nessuno poteva sconfiggerci. Quando ero solo mi mettevo sotto il grande tronco e cominciavo a parlare. Io gli volevo proprio bene a Saggio Albero e lui ricambiava, dandomi preziosi consigli sulla vita e sulla morte. Ogni tanto lo sognavo anche e nei sogni aveva una voce bellissima e una grande bocca e anche se venivano gli sporchi capitalisti alieni amici degli americani noi li sconfiggevamo sempre. Nei sogni il mio viso era quello di un leone ed io ero il re, ma questo non lo dicevo mai ai miei amici perché noi, tutti quanti, figli di operai e poveracci, eravamo uguali, perché eravamo come fratelli e Saggio Albero era il nostro collante.

Mamma e papà erano ben felici di vedermi giocare giù, io lo sapevo che ogni tanto mi spiavano ma sapevo pure che si fidavano della borgata, ché là le persone più pericolose erano i poliziotti e a noi ci avevano insegnato a diffidare dalle guardie. «Se sei in bicicletta Elia scappa via, più veloce della luce», diceva sempre mamma. Magliana è una borgata e il potere nelle borgate non è mai piaciuto. «Perché», chiedevo a papà, «i poliziotti sono servi dei ricchi?»

«Perché, come noi, sono senza una lira ma, diversamente da noi, hanno deciso di difendere uno stato che li rende poveri, che li umilia e che specula sulle nostre vite».

«Papà».

«Dimmi».

«Non ho capito niente di quello che hai detto. Però ci credo perché tu dici sempre le cose giuste e sei un operaio e sai aggiustare anche le lampadine. Però tu ci credi a Saggio Albero?»

«Perché non dovrei?»

«Perché il papà di Fabio Bartolomeo dice che non è vero. Che è solo un vecchio tronco».

«Elia, posso dirti una cosa? Però deve rimanere tra noi. Promettilo. Giuralo anzi.»

«Lo giuro. Lo giuro sulla mia testa che potesse cadere in questo momento.»

«Il papà di Fabio è un uomo grigio e, come tutti gli uomini grigi, non crede più. Tu non ascoltarlo e non smettere mai di usare questa testolina fantastica che hai. Se credi in una cosa, se ci credi molto forte, beh… è vera.»

«Io ci credo».

«E allora Saggio Albero esiste. E vive.»

Poi un giorno erano arrivate le ruspe. O meglio, gli uomini che volevano portare le ruspe. Si erano presentati così, in giacca blu e cravatta impiegato, con i caschetti da muratore e, armati di terribili penne laser, avevano cominciato a prendere appunti.

«Che fate?»

«Scriviamo bel bimbo. Qui ci dobbiamo fare un grande parcheggio».

«Proprio qui?»

«Sì. Ecco, partirà da lì. Dov’è quel grande albero. Vedi?»

«Lui è Saggio Albero. Non potete toccarlo. Fatelo più in fondo il parcheggio no?»

«È un albero. Dobbiamo tagliarlo».

«Ma è molto vecchio. Pensa, è l’albero più vecchio di tutta Magliana. E poi parla».

«Parla?»

«Sì sì, nella testa eh. Però se avvicini l’orecchio casomai lo senti pure tu».

L’uomo si era chinato su di me, arruffandomi i capelli e sorridendo benevolo. «Ora lasciaci lavorare. Vai a giocare a calcio con i tuoi amici».

Perché i bambini non devono mai essere presi in considerazione? Per me era un bel dilemma, se tagliavano Saggio Albero avremmo perso i nostri poteri ma soprattutto Saggio Albero sarebbe morto. No, non poteva finire così. Elia Mangiaboschi, figlio di due sabotatori comunisti, non avrebbe mai acconsentito a una tale crudeltà. Avrei combattuto con le unghie e con i denti per difendere il nostro albero, a costo della vita. Così avevo riunito la mia banda. «Il rischio compagni è quello di veder morire Saggio Albero e di perdere tutti i nostri poteri».

«Amico, torneremo ad essere normali bambini».

«Sì, se non ci opponiamo all’oppressore. A morte il capitale!»

«A morte il capitale!»

«Trasformiamoci!», aveva urlato Francesca.

E così avevamo fatto.

Quando sei piccolo il quartiere ti protegge, sempre. È tipo una culla, un’amaca, un porto sicuro dove rimanere. È la tua casa e tutti sono con te.

Noi, i Bimbi di Magliana, eravamo ben presto diventati terribili guerriglieri, come i Viet Cong.

«E chi sono i Viet Cong?»

«Sono degli eroi che hanno combattuto nelle foreste del Vietnam Guido».

«E cos’è il Vietnam?»

«Eh… il Vietnam… beh. Il Vietnam è il Vietnam. È dove c’è tanta natura e i cappelli a cono».

«Io voglio il cappello a cono!»

Ogni pomeriggio ci nascondevamo davanti a Saggio Albero, dove gli uomini grigi discutevano di loschi affari. Erano mostri per noi, venuti dritti dritti dal pianeta lontano, nemici giurati di Saggio Albero. La differenza è che adesso potevano vederli tutti e che si erano mascherati da umani, per imbrogliare gli adulti e ipnotizzarli. Ma noi, Fratelli & Sorelle, eravamo bambini e i bambini si sa, sono difficili da fregare. Così, senza farci ingannare dalle lusinghe del succo di frutta alla pera e del Cornetto Algida, avevamo creato dodici linee di guardia. «È una guerra», dicevo fiero ai miei combattenti, «ma noi la vinceremo!»

Ci trasformavamo ogni volta e il nostro potere aumentava. Le nostre erano vere e proprie azioni di guerriglia

LE VERE E PROPRIE AZIONI DI GUERRIGLIA:

– Sgonfiare le ruote delle automobili degli uomini grigi;

– Lanciare la cacca dei cani addosso agli uomini grigi;

– Sparare con le fionde e con le cerbottane affilati sassolini contro gli uomini grigi;

– Fare scherzi di cattivo gusto agli uomini grigi.

Noi le facevamo tutte. Senza farci vedere caricavamo le nostre fionde e, con mira accurata, sparavamo i proiettili. Colpi decisi (tranne quelli di Fabio Bartolomeo) che centravano in pieno le teste pelate degli adulti. Ci nascondevamo poi e ci truccavamo come gli indiani d’America. Fieri combattenti di un mondo ormai perduto. I nostri genitori ci lasciavano fare, inconsapevoli delle nostre intenzioni e, al tempo stesso, decisi a non interferire in un’azione di sabotaggio. Quando, dalla finestra di casa di Luciano Battistini, lanciavamo la cacca dei cani c’era da scompisciarsi dalle risate. Sì sì, ci scompisciavamo e dicevamo pure le parolacce. «Merda!», urlavamo fieri abbassando le teste.

La voce delle nostre azioni aveva ben presto fatto il giro della borgata e tutti i bambini parlavano di noi. Eravamo tipo delle star, dei supereroi, i difensori del quartiere. Così altri erano giunti, le bande rivali, i solitari, i poppanti, i secchioni e le femmine. Ogni giorno qualcuno veniva a chiederci di poter entrare nel nostro gruppo. Avevamo fatto altre tessere (adoravo le tessere!) con i nomi e i cognomi di tutti e, visto che eravamo dei valorosi, semidei quasi, accanto ai nomi ci avevamo messo anche un disegno, rappresentazione dell’animale guida.

«Sarà Saggio Albero», spigavamo, «a dirvi che animale siete.»

Dopo due settimane di lotta eravamo novantotto bambini. Forse novantanove, sicuro non cento (anche se fino a cento alcuni di noi ancora non sapevano contare, io stesso ogni tanto mi confondevo tra il novantaquattro e il novantacinque). Ci davamo i turni e rendevamo la vita impossibile ai nostri nemici. Ma i lavori continuavano e nonostante le ruote bucate gli uomini grigi non si fermavano. Anzi, ormai venivano accompagnati da un gruppo di scagnozzi muscolosi e per niente simpatici. «Poliziotti in borghese», facevano quelli di noi più scafati, i più grandi, quelli di undici anni. Avevamo gli sbirri contro e di notte ogni tanto la paura mi assaliva, in fondo ero stato io a cominciare tutto questo. Però poi, quando il sonno invadeva i miei pensieri e finivo in dormiveglia c’era sempre Saggio Albero ad aspettarmi. «Grazie», sussurrava. «Grazie di tutto».

Di mattina facevo colazione veloce con le merendine Mulino Bianco e il latte freddo e poi correvo giù in strada a preparare i turni. Era un grandissimo ruggito il nostro che svegliava i vecchi del quartiere. Ci trasformavamo tutti insieme, contemporaneamente. Ero dovuto anche scendere a patti con i più grandi, ché volevano essere anche loro leoni e dicevano che era stato Saggio Albero ad ordinarglielo e che se non facevo quello che diceva Saggio Albero sarei stato un traditore. Quindi adesso eravamo tre uomini leoni ma almeno io ero Uomo Leone Numero 1. Organizzavamo le azioni di sabotaggio e combattevamo la nostra guerra. Ma poi, in un giorno di pioggia di fine agosto, ci avevano presi. Erano stati i poliziotti in borghese, perfidi alieni dallo sguardo glaciale, a scoprirci mentre preparavamo munizioni di vernice rossa e a portarci dai nostri genitori. Papà e mamma si erano arrabbiati tantissimo e mi avevano messo in punizione per una settimana, chiuso in casa a marcire. La lotta però era continuata. Quel che avevamo cominciato noi, i primi, non si era fermato e gli altri bambini non avevano smesso di ribellarsi. Le femmine soprattutto si erano battute come furie. Ma ci decimavano, ogni giorno prendevano qualcuno e Saggio Albero rimaneva sempre più solo.

Piangevo. Come potevano i miei genitori, da sempre detentori della fiaccola della rivolta, accettare un simile sacrilegio? Non capivano che così facendo avrebbero per sempre distrutto qualsiasi indole di resistenza e che i bambini tutti si sarebbero ben presto trasformati in spenti uomini grigi? Come potevano accettare la morte di Saggio Albero che, ne ero sicuro, sotto sotto era pure comunista?

Il pianto si levava nell’aria. Era il pianto di novantanove bambini (o forse novantotto) imprigionati nelle loro camerette. Era un grido di dolore, un cieco lamento, una richiesta mancata. Non volevamo che Saggio Albero morisse ma ormai non c’era più nessuno a proteggerlo. Lo sporco dio del capitalismo aveva dunque vinto e presto, molto presto, un altro pezzo di cemento e di grigio sarebbe stato aggiunto a quello già esistente condannando l’unico grande albero che da sempre allietava le giornate degli abitanti del quartiere. Io lo sapevo quali erano i discorsi dei grandi, «Non ci sono parcheggi!», «Tra dieci anni avremo tutti la macchina, due automobili a famiglia», ma a me non interessava. Ero stato tradito.

Una canzone mi aveva svegliato. Forte, cattiva, di guerra. Mi ero affacciato dalla finestra cercando di capire ma non avevo visto niente.

«Papà? Mamma?», avevo detto mettendo il naso fuori dalla porta. «Dove siete?»

Nessuno.

Mi ero vestito di fretta, quasi di corsa. Se i miei non erano a casa sarei scappato per andare a difendere Saggio Albero. Poi veloce giù, in strada, tra i fumi dei negozi aperti e l’odore di pane appena sfornato del vecchio forno di Margherita.

Di corsa, senza fermarmi, nonostante il dolore alla milza e le urla dei vecchi del quartiere. Non l’avrei lasciato morire, a costo di arrampicarmi e non scendere mai più. Ero io, Uomo Leone, pronto alla trasformazione. Nella corsa le gambe avevano aumentato il loro moto e il corpo intero aveva avuto un sussulto; dalla bocca era uscito un ringhio potente e i miei occhi si erano assottigliati, riducendosi a due fessure feline. Eccolo. Il mio albero.

Mi ero bloccato di colpo.

Centinaia di persone ad arrestare la ruspa gialla. Uomini, donne, vecchi e bambini. Ognuno con uno striscione, ognuno con una spranga in mano. «È l’albero del quartiere!», urlavano. «E voi non lo abbatterete!»

Avevo letto gli slogan disegnati sui cartelli, su uno c’era scritto: “Saggio Albero”.

La nostra lotta.

Mio papà al centro di tutto, mano per mano con mamma, nonna Concetta e nonno Mario al loro fianco, stretti e bellissimi, uniti come solo una famiglia può esserlo. Gli ero andato contro stringendoli tutti. «Allora ci credete?», avevo detto, gli occhi già umidi.

Loro non mi avevano risposto, solo un rapido movimento della testa, un “sì” che non ha bisogno di parole.

C’erano tutti, c’erano i genitori di Guido Bravi, i nonni di Francesca, il papà e la mamma di Luciano Battistini ma soprattutto c’era il padre di Fabio Bartolomeo, in giacca e cravatta e con un bastone in pugno.

E poi c’eravamo noi, i ragazzini di tutto il quartiere, maschi e femmine in momentanea tregua, uniti dall’ideale comune.

E c’erano gli scoiattoli. Decine di scoiattoli appesi al grande albero.

Ci eravamo guardati, adulti e bambini. Dritti, orgogliosi, uno accanto all’altro, impettiti al punto giusto, in difesa del nostro albero, l’unico sputo di verde di tutta la zona.

È questa Magliana. Se la guardi da fuori casomai ti fa pure schifo, ché è piena zeppa di casermoni; se non la conosci la eviti, c’è puzza e le strade sono male illuminate. Però poi se ci entri e ci scopri a noi, che siamo i suoi abitanti, difficile tu te ne voglia andare. Ci si aiuta l’un l’altro. Non le trovi mica robe così nei quartieri della Roma bene, ‘sta solidarietà che oggi non esiste quasi più.

Avevo stretto le mani di mamma e papà, così fiero di loro; un sorriso veloce e poi un urlo, un urlo vigoroso, superbo quasi, da leone: «Saggio Albero!»

E a quel punto Amici & Amiche tutti, ma proprio tutti, si erano trasformati in stupende bestie, lanciandosi contro le guardie e sfoderando la rabbia che solo i pazzi hanno.

Votalo!

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Io sono Elia Mangiaboschi. La mia vita è piatta, monotona, particolare e unica. Quindi la scrivo. Un racconto a settimana (possibilmente il martedì), da leggere tutto d'un fiato. Scrivo degli Uomini Grigi, della ditta per cui lavoro "Meccanic. A", dei miei colleghi, dei dottori, delle persone, di papà e mamma, delle droghe, delle situazioni, di tutto e di nulla. Sono un impiegato; io timbro i pacchi, faccio le ricevute. Sono Elia Mangiaboschi. E questa è la mia storia.

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