L’albatro 5/5 (14)

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L’albatro picchiò a muso duro sul ventre del mare panciuto in un balletto quasi mistico.
Pensai che Dio dovesse aver pietà di lui in mezzo alla tempesta.
Pensai che Dio dovesse aver pietà anche di me.
Su quella carretta ci stavamo stretti. Un puzzo d’urina e di feci feriva le narici come un inganno.
Quella di una dignità calpestata e presa a calci.
-Sharifa-
Suonava strano il mio nome nel brulicare salino delle onde. Suonava strana l’anima in mezzo ad una nebbia caliginosa.
-Sharifa!- La mia amica mi tirava per il braccio indolenzito. Mi avevano tenuta in catene prima di partire.
-Lasciami!- urlai.
Se dovevamo morire, avrei voluto farlo da sola. Non resistevo dinanzi alla visione dei bambini.
Un conato di vomito mi assalì rivoltando lo stomaco già tartassato dai morsi della fame.
-Sharifa, devi sederti- insistette.
L’albatro era risalito in cielo. Seguii le sue tracce finché non mi parve lontanissimo. Non mi ero accorta che avevo due occhi vigili e truci puntati addosso.
Un bastone mi colpì il capo e svenni.
Quando ripresi coscienza, portandomi una mano in fronte, sentii il sangue gocciolare.
-Strano come ci si abitui alle cicatrici! Troppo dolore stordisce. Cominci a masticarlo fino a non sentirne più il sapore. Una, due volte e già sei nell’abisso.-
Pensai al mare. Era viscido. Strisciava empio come la falsa promessa d’una terra nuova cui appartenere.
Studiai le propaggini del cielo, calcolai in maniera approssimata la distanza dalle coste della Sicilia.
Vedevo acqua dappertutto.
Il sale corrode, brucia la gola rinsecchita.
Avevo sete. Avevo fame. Avevo sonno. Non ci credevo più.
-Un viaggio è sempre un inizio,- mi ripetei- comunque smetti di essere larva e ti convinci che il mare accompagna. Accompagna e appende croci al collo. Dio, quanto pesa!-
Provai a sollevarmi ma le poche forze rimaste non me lo consentivano.
Sahar mi medicò la ferita con un lembo di stoffa immerso nell’acqua salata.
Trattenni l’urlo per il bruciore. La guardai grata. Si era presa cura di me da quando ci eravamo incontrate.
I nostri sguardi si erano incrociati mentre lei tornava dai capannoni dove gli scafisti prima di partire portavano noi donne.
Le altre l’avevano fatta adagiare su un pagliericcio di fortuna, lurido e fetido. Fiotti di sangue dall’interno cosce e lacrime silenziose roteavano sulle guance smagrite. Aveva occhi da cerbiatta che descrivevano l’orrore che avrei conosciuto di lì a poco.
L’accarezzai, le tenni la mano per una manciata di secondi.
-Resisti- mi raccomandò sottovoce quando fu il mio turno.
Trascorsi la notte più lunga della mia vita. Anzi, da allora non è mai finita.
Avevano bevuto e fumato. L’alcool marciava alla grande nelle vene misto a una eccitazione insana e pessima.
Quattro, cinque, sei. Persi il conto. Chiusi gli occhi per non vedere. Fecero uso del mio corpo a loro totale piacimento. Capii subito che, se mi fossi opposta, sarei rimasta lì.
Mi condussero in quattro. L’alba nasceva e io ero morta.
Mi si affollarono intorno altre donne. Le cacciai. Volevo star sola. Il sangue non usciva più, era stato consumato e rinsecchito dalla loro avidità.
Mi venne in mente Basim, le sue promesse d’amore. Mi stava aspettando e dovevo stringere i denti.
Mi chiesi se l’amore dovesse far così male prima di essere vissuto.
Masticai parole silenziose, d’ingratitudine, di stanchezza, di cedimento.
Rifiutai il cibo, l’acqua.
Sahar mi costrinse a bere un po’.
-Devi vivere! Ci aspetta il mondo, dall’altra parte-
-Quale?- le domandai in lacrime.
Scosse la testa. -Ancora non lo so.-
Alcune di noi morirono. Le condussero nel deserto e lasciarono i corpi esposti al sole.
Vennero ancora a prendermi. Conobbi notti peggiori della prima. Mi offrii senza replicare.
Era l’unica carta per vincere.
Quando tornavo con gli occhi strabuzzati e riversi verso un alto che non individuavo, le altre sapevano che avevano davvero esagerato.
Sanguinavo, ero lacerata dentro e fuori. Non mi toccavano, non mi parlavano. Arrivai a vomitare lo schifo che mi avevano riversato.
Invocai la sterilità per non fecondare.
Ma Dio decise diversamente.
Divenni casa per un’altra vita.
Chissà se Basim mi avrebbe accolta!
La carretta cominciò a dondolare paurosamente, facendo scricchiolare quelle quattro assi malposte cui erano legate le nostre vite.
Deposi i pensieri e cominciai a pregare. Mi accarezzai il ventre. Somigliava a quello del mare.
Mi chiesi se fossero stati benedetti all’origine. In ogni storia c’è un inizio cui intrecciarsi. Il mio non l’avevo ancora capito. Quello del mare forse era legato all’albatro. Era venuto per farci compagnia arrancando l’alba in quell’inferno che colpiva i nostri fianchi come un arciere.
Guardai Sahar. Aveva la testa poggiata sulle ginocchia ossute. Tremava. Dalla paura, dal freddo della morte ch’era la peggiore carezza che si potesse mai sentire.
L’abbracciai. Le posi una mano sulla mia pancia. Qualcuno dentro scalciava. Era la vita che si ribellava. Era la vita che ci ricordava la vita. Era la speranza. Una speranza.
Il vento aveva cambiato direzione. All’improvviso mi parve di sentire il suo canto, come una ferita.
Lo riconobbi e mi apparteneva. Era lo stesso del mare che ci ballava sotto.
Un canto disperato, scivolava sugli abissi senza un perché.
Trapassava le orecchie, l’anima, le profondità, il fondo scuro che di lì a poco sarebbe stato, forse, la nostra tomba.
Dicono che il mare si arrabbi dinanzi alla cattiveria dell’uomo e si faccia contenitore d’imperfezioni.
Gli scafisti cominciarono a lanciare i nostri miseri bagagli, ciò che avevamo di più caro.
Avevano occhi spiritati e sorrisi di fuoco. Poi cominciarono ad afferrare i bambini.
Li sentii urlare nel buio pesto senza lanterne. Dopo il nulla.
Vidi madri piangere e disperarsi. Il mio scalciava pur non vedendo. Capiva che stava per succedere qualcosa di irreparabile. Erano piccoli pugni con un ritmo serrato.
Cercai di blandirlo con le carezze. Sahar piangeva come una bambina. Non era più una roccia.
Si stava sgretolando in una disperazione sincopata.
Rividi il volto di Basim. I suoi ricci crespi. Sentii il suo profumo.
L’acqua lambiva i piedi e saliva. Stavamo affondando.
Un colpo d’ali attirò il mio sguardo.
Era lui, l’albatro. Era tornato per me.
La carretta lentamente si capovolse.
Salutai il mondo, Basim, immaginai anche il suo volto. Era un lui o una lei?
Non l’avrei mai saputo.
D’un tratto tutto si spense.

Votalo!

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https://www.facebook.com/Angela-Aniello-1566281076994573/timeline/   L’autrice Angela Aniello è nata a Bitonto (Ba) nel 1973.È laureata in Lettere classiche dal 1998, insegna nella scuola secondaria di primo grado e da tempo si dedica alla scrittura come vocazione dell’anima.Ha già pubblicato il racconto “Un figlio diverso” con Arti Grafiche Savarese nel 1997 e la raccolta di poesie “Piccoli sussurri” con Editrice Internazionale Libro Italiano nell’aprile 2005.Ha vinto il concorso nazionale Don Tonino Bello nel 1997; il secondo premio a un certamen di poesia latina, Premio Catullo ad Acerra (Na) nel 2004, il quarto premio al concorso di poesia d’amore Arden Borghi Santucci nel febbraio 2006 ed è stata segnalata in numerosi altri concorsi, inoltre ha pubblicato poesie e racconti in siti internet, diversi e-book, antologie e cd.Ha vinto il terzo premio di poesia e il primo premio per il racconto “Anche la paura puzza” al Concorso La Battaglia in versi a giugno 2015.Collabora al progetto “Una finestra sul mondo” con la psicologa Santina Maggio e da luglio partirà la collaborazione con la rivista Madness nel campo dell’Attualità.

14 COMMENTI

  1. Che dire di più? I tuoi scritti parlano da soli tanto sono ben scritti, profondi, belli. Ho amato la famosa poesia di Baudelaire tanto da portarla all’esame di diploma classico- linguistico. Questa versione dell’albatro che ne hai dato tu mi ha incantata. Sempre ottima scrittrice Angela.

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    • Alessandra, ti ringrazio di cuore. L’adoro anch’io quella poesia e sono contenta di essere riuscita a rendere l’idea dell’albatro che ho sempre avuto nel cuore. Un abbraccio

  2. Mi sento davvero inadeguata a commentare..posso solo dirti, con profonda commozione che sei immensa!

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  3. È una storia che leggendola fa sentire molto la drammaticità, l’impotenza dinnanzi ad una tragedia di cui oggi purtroppo il nostro mare ne è silente testimone. Semplicemente bellissima

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  4. Già, davvero emozionante. Hai raccontato benissimo questa storia che ormai fa parte della nostra quotidianità. Bravissima

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  5. Una drammatica realtà del nostro tempo, riscattata dalla protagonista che ha restituito dignità a tutte le donne abusate e ridotte in schiavitù.
    Bravissima Angela! 🙂

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  6. Sicuramente è un ottimo e drammatico racconto, scritto e descritto per bene nel suo viaggio verso la terra promessa a cui non arriverà mai. L’albatro poi, in questo racconto, è il classico colpo di genio, l’elemento che attira il lettore : )

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  7. Che botta!
    Angela non mi aspettavo uno scritto così crudo!
    Mi hai abituata a uno stile forte, intenso, metaforico, denso di immagini che ti rapiscono l’anima.
    È un racconto che mi ha fatto attorcigliare le budella.
    Mi è piaciuto moltissimo.
    #tuttelestelline

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  8. Stupendo. Mi ha toccato profondamente, commosso, smosso. Complimenti, bravissima.

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  9. Che dire! Le tue parole colpiscono sempre; per la profondità, per l’emozione che suscitano, per la dolcezza, la fragilità e la forza dei tuoi protagonisti.
    Bravissima scrittrice, Angela!

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  10. Una di quelle storie che ti entrano dentro e non ti lasciano più. Racconto profondo, commovente, spietato. Bravissima!

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