LA GIOSTRA DEL TEMPO 5/5 (4)

4
39

La giostra del tempo ha le mani dei bimbi. Scova dappertutto voli di farfalle, sbuffi di primavere e voli d’aironi inquieti nel freddo d’inverno.
Fu così che decisi di riporla in un sacco di juta color corda. Ero all’inizio di me. Mi sarei tuffato nell’oceano per spogliarmi delle tue carezze, Vita.
Me n’ero accorto che mi corteggiavi e ansimavo quando non mi riempivo. Correvo per svuotarmi di quella solitudine che insieme non avremmo mai compreso.
Più esploravo il soffitto e più ci vedevo un maestro di sogni. Poche pennellate qua e là e ciarlavo di attimi intensi.
-Capisci che se non parli puoi morire d’amore?-
Odiavo Anna e la sua voce stridula, quel ficcarsi in mezzo ad un’anima che non le apparteneva con la saccenteria di chi credeva di avere una risposta per tutto.
Io al contrario rifuggivo da ogni tentativo di definizione.
Unoduetrequattrocinqueseisetteottonovedieci…
Contati e ricontai per non mandarla al diavolo. Voleva essere a tutti i costi la mia migliore amica quando nessuno glielo aveva chiesto.
Uscii a prendere una boccata d’aria. Poteva starsene lì a gracchiare con mia madre o mia sorella. Cicaleggiavano alla grande a mia insaputa, costruendo ponti su cui non sarei mai salito.
Mi sembrava di udirle le loro voci.
-Ha quasi trent’anni, se ne sta lì a fantasticare… E poi?-
-Perdio! Avevo o no il diritto di caricarmi a modo mio? D’amore, di non amore, di nostalgia, di amarezze, di felicità inusitate.
Fischiettando mi avviai sulla panchina che, di fronte al porto, era diventata un appuntamento fisso tra me e il mare.
Quella profondità, in cui annaspavo volentieri, si faceva concreta ai miei occhi ballonzolando ipotesi o semplicemente idee. Non prospettive, no! Saremmo andati già troppo avanti.
Vedevo le barche rientrare e scivolare lievi sull’acqua e i pescatori pronti a liberare le reti, a contare i pesci, a tornare a casa stanchi ma appagati di quei mezzi discorsi fatti al largo, dove nessuno li poteva ascoltare né condannare.
Nei loro visi rivedevo lui.
Mio nonno mi raccontava sempre che da piccolo con cento lire era convinto di poter comprare il mondo e stringeva la moneta così forte in mano da farsi arrossare la pelle.
Il miracolo delle cento lire è andato ormai da un pezzo.
Col suo berretto color porpora e i baffi un po’ arricciati mi faceva perdere nelle sue storie e mi convincevo di dover essere altrove, un po’ sognatore, un po’ inventore, un po’ innamorato, aggiustando il cuore e i passi.
Come quella volta in cui sulla giostra ci salii davvero. Non aveva prezzo sentire il vento sulla pelle mentre arrivavo in alto per ridiscendere velocemente coi capelli scompigliati, le guance rubizze e gli occhi strafelici.
Capii d’un tratto che non volevo essere diverso da com’ero. Un’aquila! Solitaria, grande fino a toccare Dio. Per non essere sgridato, per non essere baciato, per non essere abbracciato finchè non m’incontravo.
Che ne sapevano di quanto ero stato contento allora? Urlando, suonando, arricciando il naso per l’euforia, strappando giri che poi davvero facevo fatica a fermarmi.
Ho sempre creduto che ci si aspetti da qualche parte e che tutto avvenga in modo impreciso.
E se poi non volevo ammettere che forse era il coraggio che dovevo incontrare, pazienza!
Sarei precipitato nella vita, quella vera, da un momento all’altro. Ma l’aquila non mi aveva dato il segnale.
Ogni giorno le strisce d’azzurro mi ripiombavano sul capo. Prima o poi le avrei sentite leggere come sulla giostra.
E il fiato delle risate m’avrebbe strappato l’anima.
Si può ridere anche a metà. Quando t’impegni, evadi, impazzisci, ti raggomitoli tutto e il silenzio scoppia intorno e inizia a far rumore.
Boom! Boom!
Come sulle macchine da scontro. Si finisce per cozzare con se stessi e che ci sia un santo che ti liberi diventa necessario. Sublime.
Non sarei caduto in trappola.
Il loro sguardo mi accompagnò finché non salii le scale per andare in camera.
L’amore sarebbe arrivato in un incastro perfetto giungendo dagli occhi.
Sorrisi fra me e me e trovai casa dentro.

Votalo!

CONDIVIDI
Articolo precedenteTempo
Articolo successivoIl tempo
https://www.facebook.com/Angela-Aniello-1566281076994573/timeline/   L’autrice Angela Aniello è nata a Bitonto (Ba) nel 1973.È laureata in Lettere classiche dal 1998, insegna nella scuola secondaria di primo grado e da tempo si dedica alla scrittura come vocazione dell’anima.Ha già pubblicato il racconto “Un figlio diverso” con Arti Grafiche Savarese nel 1997 e la raccolta di poesie “Piccoli sussurri” con Editrice Internazionale Libro Italiano nell’aprile 2005.Ha vinto il concorso nazionale Don Tonino Bello nel 1997; il secondo premio a un certamen di poesia latina, Premio Catullo ad Acerra (Na) nel 2004, il quarto premio al concorso di poesia d’amore Arden Borghi Santucci nel febbraio 2006 ed è stata segnalata in numerosi altri concorsi, inoltre ha pubblicato poesie e racconti in siti internet, diversi e-book, antologie e cd.Ha vinto il terzo premio di poesia e il primo premio per il racconto “Anche la paura puzza” al Concorso La Battaglia in versi a giugno 2015.Collabora al progetto “Una finestra sul mondo” con la psicologa Santina Maggio e da luglio partirà la collaborazione con la rivista Madness nel campo dell’Attualità.

4 COMMENTI

  1. …e trovai casa dentro. Poetico per il ritmo. “aggiustando il cuore e i passi.”. Bello, davvero!

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

  2. Mi lascio sempre ammaliare dal tuo stile poetico, bravissima come sempre Angela.

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

LASCIA UN COMMENTO