LA FAVOLA SBAGLIATA (prima parte) -

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http://aikidoexpress.com/?page_id=238 C’era una volta in un regno molto lontano da qui, un re e una regina che avevano un’unica figlia, la principessa più bella che il mondo avesse mai visto. La fanciulla aveva lunghi capelli biondi come l’oro, occhi grandi del colore del mare in tempesta e labbra rosse come il fuoco. La sua voce era incantevole e i suoi modi erano aggraziati e regali. La bella principessina, il cui nome era Marilia, riceveva molte attenzioni e la si sarebbe potuta ritenere davvero felice, se non fosse stato per un unico, piccolo, quasi insignificante particolare. Il giorno della sua nascita tutto il regno aveva fatto visita alla famiglia reale portando un dono prezioso alla piccola principessa. Ricevette molti gioielli, gemme preziose provenienti da tutto il mondo e deliziosi corredi nuziali ricamati dalle mani più esperte del regno intero. A quei tempi si riteneva non fosse mai abbastanza presto per procurarsi dei corredi nuziali e di certo non potevano mancare proprio alla nuova principessa! Solo due doni furono deleteri come non mai. Il primo lo ricevette da una vecchia fata ingrata alla vita, la quale si divertiva a far dispetti alle persone e non facevano per lei eccezione neppure i suoi cari, anzi, con loro la vecchia megera sembrava accanirsi maggiormente. Ebbene, codesta donna era la madre del re, il quale l’aveva allontanata dal regno disapprovando il suo comportamento. La vecchia donna neppure era stata informata della nascita della sua unica nipote, ma si sa, le notizie viaggiano veloci e per una fata poi non è difficile scoprire una novità. Per cui la donna si era intrufolata a corte, passando inosservata tra la folla, avvolta com’era da un lungo scialle scuro che la copriva dalla testa ai piedi. Solo quando fu vicinissima alla culla, proprio di fronte al re, suo figlio la riconobbe e le ordinò di lasciare subito il castello. A quel punto la vecchia, visibilmente turbata da un tale affronto ricevuto in pubblico da un membro del suo stesso sangue, sguainò un pugnale e lo puntò sulla bocca della piccina che fino a quel momento dormiva beata, ma aveva iniziato a piangere a contatto con la lama tagliente. Non ci fu più alcun vociare tra gli ospiti e tutti erano terrorizzati e incuriositi da quanto stesse accadendo.
«Non ti permetterai vecchia! O la tua vita finirà immediatamente!» urlò il re senza alcuna pietà per quella misera donna che era sua madre.
«Oh non temere, mio caro re! Sono solo venuta anche io ad omaggiare la principessa con un dono unico che può ricevere solo da me medesima! Una previsione del suo futuro potrei definirla … La fanciulla crescerà amata e rispettata da tutti coloro che la circonderanno, ma prima del suo ventunesimo compleanno ella cadrà morta a causa di una mora avvelenata e nessuno nel regno potrà salvarla da questo crudele destino … » disse la vecchia fata trattenendo una perfida risata che il re colse al volo, perché la conosceva troppo bene.
«Questa non è una previsione vecchia, la tua è una maledizione e per questo verrai giustiziata! Guardie, prendetela!» ordinò il re, ma prima che qualcuno potesse raggiungere la donna, questa gettò a terra una pozione magica che in un attimo rese l’aria circostante nebbiosa e densa, tanto che nessuno vide più nulla. In questo frastuono generale la fata ebbe tutto il tempo di fuggire anche con la sua andatura lenta e zoppicante. Sebbene dopo quel giorno il re ordinò di cercare sua madre in ogni luogo, nessuno la vide mai più.
Ma torniamo alla nostra Marilia. La piccola quel giorno ricevette il dono più brutto che avesse potuto mai ricevere una bambina: la maledizione di una fata, sua nonna tra l’altro! Le rimase un segno perenne di quella giornata sul candido volto, proprio al centro del labbro inferiore, una piccola spaccatura profonda, di cui lei non poteva ricordare la causa ma che intristiva il re e la regina ogni qual volta vi posavano lo sguardo. Quella cicatrice ricordava loro ogni giorno della maledizione che incombeva sulla loro figlioletta. Il re ordinò di distruggere tutte le coltivazioni di more, e mandò i suoi migliori eserciti a sradicare quelle selvatiche che nascevano nei boschi e nelle siepi. Ovviamente questa era una lotta inutile perché ogni anno ne nascevano di nuove e il re ricominciava la sua estenuante guerra ai piccoli frutti. Naturalmente questa non fu l’unica accortezza dei due attenti genitori. La madre di Marilia si assicurò che sua figlia non uscisse mai dal castello e che per sicurezza non mangiasse mai macedonie, perché non si sa mai. Ma vi ricordate quanto dicevamo all’inizio della storia? Marilia ricevette un secondo dono pericoloso, questa volta dalla natura, o forse dalla sua condizione di segregazione nel castello. Aveva un’indole curiosa. Sebbene le fosse stato raccontato quanto accaduto alla sua nascita, Marilia chiedeva ogni giorno di poter visitare il paese o di fare una passeggiata tra i laghi e i boschi di cui leggeva sui libri, suoi unici compagni di gioco. Il giardino del castello era immenso ed era dotato di un laghetto con tanto di ranocchie saltellanti e cigni bianchi e neri, per cui le veniva sempre risposto che tutto quanto ci fosse da vedere nel mondo, questo lo poteva già vedere lì nel castello. Altre volte, quando la principessa sembrava disperata, le veniva ricordato che un giorno lei avrebbe compiuto ventun anni e a quel punto avrebbe potuto uscire dal castello. Marilia si consolava un po’ con questa promessa, ma un giorno avvenne l’imprevisto. Il re e la regina erano andati a fare una passeggiata in carrozza e tornando l’usciere aveva dimenticato il cancello aperto, o forse fu il vento a non far sì che la spinta dell’uomo fosse sufficiente al chiudersi del cancello. Fatto sta che Marilia, la quale stava lanciando briciole ai cigni del lago mentre intonava un’allegra canzoncina, alzando lo sguardo vide quella piccola fessura che la invitava a dare una sbirciatina al di là del cancello. Si guardò intorno, le guardie erano tutte di turno alle entrate principali. Quel piccolo cancello veniva un po’ ignorato perché in fondo dava direttamente sul bosco e nessun ospite passava da quella entrata, la quale veniva usata giusto raramente dal re e dalla regina, quando, come quel giorno, si recavano assieme a passeggiare oppure quando il re andava a caccia, spesso più di more da estirpare che di selvaggina. Marilia si avvicinò al cancello e pensò al da farsi. Voleva davvero far preoccupare i suoi genitori? No, certo che no! Ma avrebbe dato un’occhiata nei dintorni, avrebbe inoltre buttato briciole di pane lungo la via per ritrovare poi subito la strada (come aveva visto fare da un personaggio di un suo libro di fiabe) e non si sarebbe assolutamente fatta tentare da alcun frutto per tutto il corso della sua breve escursione. In un baleno quindi decise e fu fuori. Per un attimo rimase lì fuori ferma, immobile, a contemplare quegli alti alberi di quel bosco fitto che era appena fuori dalla sua proprietà, ma che già appariva così diverso, estraneo, incolto e imprevedibile. Camminò a lungo, o così le parve, ricordandosi di tanto in tanto di lasciare briciole a terra. Gli alberi erano troppo alti per mostrarle il cielo, però filtravano spiragli di luce che si stavano affievolendo lentamente. Marilia capì che si stava facendo sera e presto al castello l’avrebbero cercata. Sembrò quasi delusa da quella uscita, chissà cosa credeva di trovare lei! In fondo era vero quando le dicevano che il suo giardino era assai più colorato e ricco di qualsiasi bosco. Neppure aveva incontrato un laghetto o un ruscello lungo la via, né le si erano mostrati animali particolari che non avesse avuto già modo di vedere al castello. Se non fosse stato per quella sensazione di libertà, di ignoto e di leggerezza avrebbe potuto davvero dire che uscire le era stato inutile! Ma queste sensazioni c’erano e la fecero sorridere mentre ripercorreva la via di casa. Ad un certo punto però il vento aveva spazzato via le briciole che lei aveva seminato lungo il tragitto. Meno male che le sembrava di ricordare bene la strada, non mancava tanto, doveva giusto svoltare due volte a destra, poi dritto e poi una a sinistra, o a destra … oblio. Iniziò a girare a vuoto mentre il buio si infittiva. Si augurò che la venissero a cercare, ora aveva tanta paura e non le sarebbe importato nulla neppure se poi l’avessero obbligata a restare in camera fino a quel fatidico ventunesimo compleanno. O almeno son cose che pensò in quel momento, persa nel buio bosco, mentre iniziava a sentire fame, freddo e tutti i suoni degli uccellini le sembravano ormai urla minacciose. Solo una luna tonda tonda si intravedeva tra gli alberi e le illuminava appena il cammino. Ad un certo punto sentì il suono di una voce bellissima, un canto di donna così dolce che decise di recarsi laddove il suono la conduceva. Ben presto gli alberi che incontrò furono meno fitti e si trovò di fronte a un piccolo gazebo in ferro battuto, illuminato dall’interno da una torcia tenuta in mano dalla creatura più bella che Marilia avesse mai visto. Il cielo ora era scoperto e la principessa poté osservare al chiaro di luna quella meravigliosa cantante rinchiusa in un gazebo in mezzo al bosco. La fanciulla non si era accorta della presenza di Marilia, la quale esitava ad uscire sotto la luce per poter continuare ad osservare quella ragazza. Doveva trattarsi di una nobile a giudicare dall’abito sgualcito ma elegante che la giovane indossava. Ma perché era rinchiusa lì? Da quanto tempo? Ascoltò le parole di quella canzone, che cambiava continuamente ma aveva un ritornello. Sembrava dire “Quando uno dei più bei principi verrà da me, io libera sarò!”
Era una canzone triste e speranzosa, ma la voce era un incanto e Marilia aveva il cuore che le batteva forte di fronte a quella fanciulla che forse ancor più di lei ambiva a una libertà che le veniva negata. Quel che provava verso quella creatura sconosciuta era indescrivibile, Marilia non aveva mai provato nulla del genere. Sentiva empatia verso di lei, ma anche curiosità, attrazione e soprattutto incanto. Le si avvicinò lentamente senza interrompere il suo canto. Ad un certo punto però una vipera di cui nessuna delle due ragazze si era accorta fino a quel momento balzò sul viso della bella sconosciuta mordendola sulle labbra per poi fuggire via. La povera fanciulla cadde a terra e Marilia allora si dissolse dai suoi sogni ad occhi aperti e si accorse di una porta con tanto di maniglia sulla parte esterna del gazebo. Le bastò tirarla con forza a se perché la porta si aprisse. Subito corse dalla giovane distesa a terra e sanguinante. Si ricordò le regole per estrarre il veleno di un serpente tempestivamente, come aveva letto in uno dei suoi tanti libri. Succhiò il veleno dalle labbra della ragazza e lo sputò via più volte, finché non vide la giovane riaprire gli occhi. Le due ragazze si sorrisero ma presto Marilia sentì la piccola spaccatura che aveva sul labbro inferiore che le doleva e la bocca amara come il fiele. Le sue forze vennero meno. La giovane sconosciuta allora le afferrò il viso e cercò di tenerla sveglia, non capendo cosa le stesse accadendo. Allora Marilia aprì gli occhi quel tanto che bastò ad osservare attentamente la bellissima ragazza dagli occhi scuri come quel fitto bosco il cui viso ora le era vicinissimo. La sua pelle era ambrata, quasi nera e i suoi lunghi capelli ricci erano del color dell’ebano. La sua pelle e le sue labbra emanavano un dolce profumo, quasi di frutti di bosco. «… Cadrà morta a causa di una mora avvelenata … e io che ho evitato macedonie per tutti questi anni! Nonna, chi lo avrebbe mai detto che tu fossi così originale!» sussurrò Marilia con un filo di voce un istante prima di espirare un’ultima volta.
La giovane era sconvolta dalla morte della sua nuova amica, di colei che l’aveva salvata un attimo prima. Non sapeva cosa fare e pianse tutte le sue lacrime finché non si addormentò esausta abbracciata alla principessa morta. Ben presto venne svegliata dal rumore lontano di zoccoli di cavalli e da alcuni spari. D’istinto urlò «Sono qui! Sono qui!» ma qualcuno le intimò il silenzio. «Chi c’è?» chiese la ragazza spaventata, che quella notte non ne poteva più di disavventure. Si guardò intorno e non vide nulla finché notò il suo unico libro issare a fatica le pagine ed aprirsi proprio sull’unica figura di tutto il manoscritto. Il folletto dei boschi che vi era raffigurato adesso prendeva forma ed usciva dal disegno del foglio per avvicinarsi a lei. Si trattava di un folletto marrone e rugoso alto come il palmo di una mano, sembrava un piccolo tronco e aveva qualche fogliolina verde qua e la sulla testa, oltre ad un unico fiore dai grandi petali rosa. Quel fiore era più grande di tutta la sua testa. La fanciulla si pizzicò le guance per assicurarsi di esser sveglia.
«Mia cara Runa, è tanto tempo che provo a parlare con te! Ma sei sempre distratta, passi tutto il tuo tempo a cantare del principe che verrà e non apri mai il tuo libro! Ora però devi ascoltarmi. Questi spari che senti sono le guardie reali che stanno cercando la principessa, se ti fai scoprire penseranno che tu l’abbia uccisa … in parte è proprio così che è andata e anche se non è stata colpa tua il re affranto dal dolore non ti risparmierà.» le disse il mini albero senza troppi convenevoli.
Runa, questo era il nome della bella fanciulla, chiese al folletto come facesse a sapere tante cose, ma lui le rispose solo che i folletti ne sanno ancor più dei libri stessi nei quali si nascondono.
«Da chi mai dovreste nascondervi voi folletti?» chiese Runa.
«Dalle streghe o dalle fate arrabbiate, che poi son la stessa cosa … ma ancor di più da tutti coloro che vogliono distruggere la magia. Ce ne sono tantissimi! La magia spaventa tutti perché obbliga a credere che ci sia sempre qualcosa ancora in cui sperare … e la gente è stufa della speranza, la speranza è faticosa, il coraggio poi ancor di più … ma torniamo a noi, devi subito lasciare questo posto, prima che ti scoprano!» rispose il folletto.
«Ma io non posso andar via di qui! Deve arrivare il mio principe a salvarmi. Vedi cosa c’è scritto su questo libro, unico dono della mia madrina prima di abbandonarmi qui assieme alle provviste necessarie per la sopravvivenza: “Sarai libera da questo posto solo quando accoglierai uno dei principi più importanti e belli del mondo”. Ecco, devo aspettare lui, non posso andar via da sola!» ribatté Runa con aria lamentosa.
Il folletto sospirò e poi disse: «principessa Runa, mi duole dirti che sei tanto bella quanto sciocca e la principessa Marilia, morta tra le tue braccia per averti salvato la vita, ora tornerebbe in vita solo per darti un pugno su quel bel viso se solo ti sentisse parlare in questo momento! Si vergognerebbe di te e preferirebbe esser morta per uno di quei piccoli frutti neri che ha tanto temuto per un’intera vita. Sei stata segregata in questo posto per poter diventare una regina degna di questo nome, invece che una sciocca viziata ed egoista che non ha mai dovuto guadagnarsi nulla nella vita. Sei stata segregata qui perché così sola in mezzo al bosco, senza le distrazioni della vita di corte, tu potessi imparare a leggere tra le righe, a capire che anche un piccolo accento può modificare il senso di una frase e soprattutto che non ruota tutto intorno a te, vanesia ragazza!».
La principessa Runa fu stizzita dalle parole del folletto e tentò di colpirlo ma lui tornò nella pagina del libro. Allora la ragazza si mise a piangere, finché non le venne in mente un’idea, forse per la prima volta nella sua leggera vita colma di tutto quel che si potesse desiderare, fino al momento in cui la sua madrina le avesse impartito quella severa punizione, s’intende. Ma l’ingegno non sempre si desta subito quando è troppo assopito nella ricerca di prodi salvatori. Per cui in circa due settimane di segregazione, la giovane non aveva fatto altro che piangere e cantare, senza neppure sfogliare quel libro, quell’unico dono della sua madrina. Apriva solo la prima pagina, leggeva la frase che le sembrava prometterle la venuta di un principe avvenente e sognava ad occhi aperti cantando tutto il giorno e tutta la notte. La madrina era una donna di mezza età molto saggia e importante, si era occupata di Runa negli ultimi quindici anni, dopo che sua sorella, una regina africana forte e potente, le aveva chiesto di portare sua figlia lontano dal regno, in cui dirompeva la guerra, per prepararla a tornare una volta che tutto sarebbe finito, quando sarebbe venuto il momento più delicato, quello in cui si ricostruisce tutto e servono valori nuovi che donino speranza e coraggio ai sopravvissuti. Questo sarebbe stato il destino della bella Runa, ma la fanciulla, dopo un periodo iniziale in cui aveva sofferto per la mancanza di sua madre, si era presto abituata all’idea che la sua madrina, sua zia, l’avesse salvata da una brutta fine e questo era tutto quello che le interessava. Il dolore non le aveva minimamente temprato il carattere, sembrava anzi averlo affievolito, piegato. Le interessavano solo le cose belle, i fiori, le canzoni e i bei principi, appunto!
Come dicevamo ad un certo punto Runa ebbe una specie d’idea, le si era formata una domanda in testa e subito aprì il libro alla pagina in cui era nascosto il folletto.
«Volevi comunicare con me da molto tempo dici, eppure già hai finito il tuo discorso mi sembra. E poi parli di magia, di speranza e di coraggio, se dunque dici il vero sai anche dirmi se esiste un modo per ridare la vita alla mia principessa Marilia, oppure le tue sono solo chiacchiere insensate?» chiese Runa seria e provocatoria come non mai.
«Ecco quale luce ha spinto la bella principessa a rischiare la sua vita per te! Pensavo si fosse persa per sempre! Ridare la vita dici … è molto complicato. Un modo ci sarebbe e se avessi letto questo libro lo conosceresti ma ormai non ne hai più il tempo,ti spiego io cosa devi fare se davvero vuoi salvarle la vita. Devi trovare la fata Giedre e portarla qui nel bosco durante la prossima luna piena. Lei saprà indicarti la medicina necessaria per spezzare l’incantesimo della vecchia fata. Ma se qualcuno prende la principessa o la sotterra, questo non sarà possibile ed è molto difficile tener nascosta Marilia per un intero mese.» il folletto fece una lunga pausa, poi riprese: «a meno che io non decida di rendere questo gazebo impenetrabile fino al tuo ritorno con una magia. Inoltre, per calmare l’animo del re e della povera regina trasformerò questo libro in un’altra storia, in cui racconterò di un incantesimo malefico che potrà spezzarsi solo con il bacio di un principe. Il libro sarebbe visibile a tutti appena fuori dal gazebo circondato di un vetro indistruttibile.» aggiunse il folletto che ora sorrideva un po’ malefico.
«Ma così tutti i principi che sarebbero dovuti venire per me troveranno lei e … se ne innamoreranno perdutamente ammirandola dal vetro! Guarda folletto caro quanto è bella la mia principessa! Come potrebbero non amare lei ancor più di quanto non si sarebbero innamorati di me? » la sua voce non mostrava preoccupazione per quanto realmente pensava, ma solo un’infinita tenerezza per quella fanciulla dai capelli d’oro, così aggiunse: «E così deve essere! L’animo di questa cara sconosciuta dev’essere anche più abbagliante della sua straordinaria bellezza. Non solo tutti i principi accorreranno da lei e non me ne pentirò, ma riuscirò ad uscire da qui e rischierò la mia stessa vita pur di ritornare per la prossima luna piena con la fata Giedre. La mia vita per la sua vita innocente, comprendo che questo mio nuovo coraggio per me è uno dei principi più importanti del mondo!» e così dicendo, senza far caso alle sue stesse parole, tante volte lette con un accento scorretto su quella prima pagina di un libro mai letto, si accorse che la porta del gazebo naturalmente era aperta, visto che Marilia l’aveva forzata per entrare. Solo adesso ci aveva fatto caso. Così, mentre albeggiava e le truppe del re si avvicinavano sempre di più, Runa prese le sue provviste e uscì dal gazebo, si voltò e disse al suo nuovo amico: «Sai quel che devi fare! A presto!» e così dicendo il folletto vide una futura regina voltargli le spalle e recarsi verso la sua strada.
Nella stessa notte un altro fatto era accaduto in una piccola casetta di quel fitto bosco, così ricco di sorprese, sebbene poco colorato se visto dagli occhi di una principessa abituata a un grande giardino reale! Poco distante dal gazebo della principessa, c’era una piccola casetta nella quale viveva una fanciulla di nome Rocio assieme a sua madre. Quel pomeriggio Rocio si era recata in paese per comprare tutto il necessario per un dolce al cioccolato, uno dei preferiti di sua madre. Non aveva previsto di eccedere un po’ con le spese e si era caricata di borse. Proprio fuori dal fornaio un gentiluomo che l’aveva spesso vista in paese, si offrì di aiutarla. Rocio non voleva approfittare e inoltre sapeva bene di non doversi fidare degli sconosciuti. Tuttavia quel pomeriggio aveva perso tempo e andava incontro al buio, inoltre gli occhi verde azzurro dell’uomo le ricordavano lo sguardo di suo padre, morto quando era piccina in modo misterioso. Anche il modo di fare confidenziale ed affabile glielo ricordava. “Chissà se mamma noterebbe questa somiglianza”. Vedendola un po’ esitante e carica di troppo peso il buon uomo la sollevò dalle borse più cariche e chiese a Rocio di fargli strada. La fanciulla ringraziò un po’ timida l’uomo e s’incamminarono verso il bosco. Ben presto furono a casa e la mamma di Rocio fu sorpresa di veder tornare la figlia in compagnia di quell’uomo. Era stata una decisione sconveniente, ma non essere ospitali dopo una tale gentilezza lo sarebbe stato ancor di più. Per cui la mamma di Rocio versò del brodo caldo allo sconosciuto, pregandolo di favorire. L’uomo sembrò esitare appena, solo quel tanto che occorre a non apparire troppo invadenti. I tre cenarono parlando del più e del meno e ben presto Rocio notò che a sua madre non dispiaceva la compagnia di quel signore, in cuor suo ne era compiaciuta. Notando che l’acqua nelle brocche era finita, si allontanò per andare nella cantina, dove tenevano tutte le bevande, che si trovava appena dietro la piccola casa. Canticchiando non si affrettò a tornare tanto era serena e allegra quella sera. Rocio era una fanciulla particolare, aveva capelli castani sempre raccolti dietro alla testa, grandi occhi da cerbiatta con lievi sfumature color rame e una pelle candida appena rosata sulle gote. Era di piccola statura e adorava indossare lunghi mantelli colorati con tanto di cappuccio per proteggersi dal vento o dal sole. Per essere una contadina il suo abbigliamento appariva al quanto insolito e vagamente elegante. Un altro oggetto la contraddistingueva, ed era un piccolo ciondolo d’argento sul quale era raffigurata l’immagine di suo padre. Rocio credeva nell’amore romantico, ma in un modo tutto suo. Rifiutava di uscire con i ragazzi del paese che erano interessati a lei, perché l’amore per travolgerla avrebbe dovuto essere in grado di colpirla come un uragano. Non voleva un corteggiatore che le promettesse una vita tranquilla, né agiata. Sognava piuttosto un amore contrastato, difficile, piuttosto intransigente e quasi amorale. Tutto questo era rinchiuso nelle fantasie della piccola Rosio e difficilmente un corteggiatore avrebbe potuto intuire i suoi sogni, anche perché quella ragazza appariva come la più innocente delle fanciulle che fosse mai esistita, così timida, un po’ timorosa e tanto dedita a sua madre da non sembrare neppure capace di ambire ad altro che a una vita all’insegna dell’abitudine e della serenità familiare. Il suo aspetto poi era così fanciullesco da farla apparire ancor più candita e incapace di alcuna ambivalenza. Rocio ne era intimamente consapevole, ma sapeva di essere sinceramente se stessa quando girovagava per i boschi come una bimba dai mille cappucci colorati, così come lo era quando sognava ad occhi aperti un amore appassionato e totalizzante. Perché questi due aspetti dovevano per forza essere in antitesi? Sì, forse lei ne mostrava uno piuttosto che l’altro, ma non siamo forse esseri complessi e incoerenti? Non siamo forse tutti fatti di luci ed ombre? Persa in queste riflessioni, Rocio si rese conto che forse era passato un po’ troppo tempo da quando aveva lasciato la cucina, era ora di rientrare con le brocche piene. Mentre usciva dalla cantina sentì un urlo soffocato e instintivamente lasciò cadere a terra le brocche d’acqua e corse verso casa. Sua madre era fuori l’uscio della porta, visibile grazie alla luce interna della casa e a quella lunare. La donna aveva dei graffi sul volto e la gola le sanguinava, sembrava morta o forse aveva solo perso i sensi. La cosa che la tratteneva per le spalle era una specie di bestia a giudicare dai denti aguzzi e dagli occhi iniettati di sangue. Rocio urlò spaventata e la bestia lasciò cadere a terra sua madre per avventarsi su di lei, ma quando le fu vicinissimo alla gola l’animale ululò e sia allontanò come accecato dallo scintillio argentato del ciondolo. Sembrò colpito dall’immagine raffigurata e in quel momento Rocio riconobbe negli occhi della bestia quelli verde azzurro del suo ospite, il gentiluomo che l’aveva aiutata. «Tu?» esclamò con un filo di voce e l’uomo- bestia fuggì via. Rocio corse da sua madre in fin di vita. «Cerca la fata Giendre e non separarti mai …» ma la donna non riuscì a finire la frase. Rocio pianse per tutta la notte. Era tutta colpa sua se sua madre aveva perso la vita. Se solo non fosse stata così sciocca e ingenua quell’uomo, o qualsiasi cosa egli fosse, non avrebbe potuto farle del male. Avrebbe cercato la fata Giendre, sebbene non l’avesse mai sentita nominare. Ripose il corpo di sua madre in un grande lenzuolo. Presto avrebbe deciso il da farsi e sarebbe stata effettuata una degna sepoltura. Ora doveva pensare alla sua ricerca, ma dove mai si può trovare una fata? Rocio non ne aveva idea. Ben presto lungo il cammino verso il paese Rocio si imbattè in un’altra viandante dalla pelle scura. Anche la ragazza le sembrava aver passato una notte insonne, ma fu quest’ultima a notare la disperazione negli occhi da cerbiatto della piccola Rocio. In poco tempo le due giovani donne si raccontarono le loro disavventure e scoprirono di avere uno scopo in comune: trovare la fata misteriosa. Ma dove si sarebbero dirette? Nessuna delle due sembrava avere informazioni utili al riguardo. Dove potrà mai essere una fata? «La si troverà vicino a un laghetto … o forse nascosta tra i fiori!» tentò la bruna ragazza, la quale altri non era che la bella Runa. «Oppure sapranno di lei nel villaggio, magari ha una grande casa nascosta agli occhi dei comuni mortali, ma a cui potremmo accedere con una parola magica..» rispose la fantasiosa Rocio. Così le due brave fanciulle si divisero i compiti: Runa avrebbe perlustrato ogni angolo del bosco, ogni suo fiore, lago o ruscello, mentre Rocio sarebbe andata in paese e avrebbe chiesto ad ogni mercante, così come a ogni anziana donna, perché si sa che loro sono quelle che ne sanno più di tutti sulle fate! Si sarebbero incontrate di nuovo quella sera prima del tramonto al confine tra il bosco e il villaggio.

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