La dimensione non è importante 4.43/5 (7)

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“Come stai oggi, Patrizia?”
L’infermiera entrò nella stanza con il suo solito falso sorriso, quello che si disegnava in volto e che riservava a tutti gli ospiti del manicomio. E nonostante tutto Patrizia riuscì a leggere la paura nei suoi occhi e sapeva anche che la stava giudicando.
“Sto bene.” Rispose.
Non si preoccupò per nulla di ricambiare il sorriso, tanto non sarebbe stato autentico, così tornò ad occuparsi di ciò che stava facendo prima che entrasse.
La donna sistemò il letto e poi prese le medicine dal carrello che si era portata in stanza. Le porse a Patrizia sul palmo della mano, assieme a un bicchiere con dell’acqua. Patrizia guardò quelle mani e meccanicamente prese le pillole, se le mise in bocca, poi prese il bicchiere e sorseggiò l’acqua ingurgitando le medicine. Tornò, poi, alla sua occupazione quotidiana, mentre l’infermiera apriva la porta, lasciava scorrere il carrello fuori e si chiudeva l’anta alle spalle.
“Che liberazione…” pensò Patrizia sputando le due capsule di medicinale su una mano. “E che poveretta quella donna… Stupida!”
Odiava le infermiere, soprattutto quelle dolci. Fintamente stucchevoli! E pensava spesso alle forbici che si portavano appresso e all’uso che avrebbe potuto farne. Probabilmente ne avrebbe accoltellata qualcuna. Non che avesse dovuto preoccuparsi di andare da qualche parte: era in quel posto ormai da qualche anno e non aveva intenzione di andare a ripopolare il mondo esterno nell’immediato futuro. Stava bene lì dentro, a occuparsi delle sue bambole.
Patrizia riceveva un pacco ogni settimana, qualcuno all’esterno conosceva la sua passione e così un uomo le mandava bambole di ogni forma e dimensione. Arrivavano in grandi scatole, tanto che occorrevano due inservienti per portarle nella stanza di Patrizia e ogni volta che le aveva lì lei rideva. Rideva per ore, chiusa nella sua stanza, e poi prendeva le bambole una a una e le posizionava sedute sul pavimento, ne raccoglieva qualcuna, proprio come quel giorno, e si dedicava a curarle. Una cura particolare, ma per lei sempre una cura era.
Ne aveva sul tavolo cinque o sei, in quel momento. Afferrò una piccola bambolina bionda e poi un pennello. Tamponò rapidamente di rosso gli occhi e poi le varie parti del corpo. Sorrise. La bambola, nuda, era perfetta ai suoi occhi e così come l’aveva pitturata era ancora più bella. L’ammirò ancora qualche secondo e poi afferrò la testa della bambola e la contorse. La testa venne via facilmente. Quel tipo di bambole erano semplici da trattare e scomporre, la vera lotta era con le bambole più grandi. Continuò a smontare la bambola e dopo pochi minuti aveva separato anche gli arti. Prese un gomitolo di spago e avvolse un capo, legandolo per bene, al collo della piccola bambola. Patrizia si guardò attorno in cerca di uno spazio a cui appenderla, ma non ne era rimasto molto, durante gli anni aveva ricevuto tante bambole e aveva appeso le teste alle pareti. Strappò un pezzo di cerotto e posizionò la bambola alla parete, a testa in giù. Sorrise alla sua collezione: era soddisfatta. Poi prese gli arti e, uno a uno, li ripose in alcune scatole che teneva sotto il letto: le braccia in un scatola, le gambe in un’altra e il busto in un’altra ancora. Le richiuse accuratamente.
Si sedete sul letto con le braccia distese verso la parete e rimase in quella posizione per quasi un’ora, muovendo solo le dita. In quella maniera, immaginava di poter guidare i movimenti degli occhi e delle labbra delle bambole e immaginava per loro e con loro storie incredibili, epiche. Dalla finestra, con le sbarre e senza tende, i raggi del sole si soffermavano sui volti delle bambole e regalavano a quella composizione bizzarra una sorta di calore e di luce. E lei, Patrizia, inseguiva il pulviscolo che si intravedeva nei raggi e creava percorsi immaginari che l’avrebbero portata in un paese fantastico.
Poi toccò a un’altra bambola, questa molto più grande. La ammirò, prese un pennello e colorò attorno agli occhi facendo grandi cerchi neri, oscurando infine l’azzurro brillante delle iridi che si muovevano impazzite. Afferrò un altro pennello e dipinse una smorfia sinistra sul sorriso felice della bambola, le avvolse una cordicella a cappio attorno al collo e la fece dondolare davanti a sé per svariati minuti. Doveva appenderla da qualche parte, ma non aveva chiodi e nemmeno puntine da disegno, non era permesso niente di tutto ciò ai pazienti del manicomio. Però aveva del nastro adesivo e così cercò un posto anche per quella bambola.
Trovò la collocazione giusta e cominciò a ridere battendo insieme le mani.
In quel momento entrò un medico con una cartella in mano. Lei si fermò a guardarlo, con le spalle ben distese e il mento alto.
“Ciao Patrizia”, il suo sorriso era gentile e genuino, lo era sempre stato. “L’infermiera mi ha detto che stai bene.”
“Sììì” trillò Patrizia saltellando, “ho ricevuto un altro pacco e sono soddisfatta del risultato.” Alzò un braccio e con l’indice indicò le pareti e si soffermò sull’ultima bambola che aveva appeso: “Lei è l’ultima nata…” Il medico si avvicinò alla parete, a ispezionare la bambola che la donna le aveva indicato, poi si voltò verso Patrizia, accigliato.
“Mi dispiace dover venire a portarti una cattiva notizia… non riceverai più scatole…” l’uomo continuò con una serie di scuse e altre frottole, ma Patrizia non afferrò nemmeno una parola. Il suo mondo, quello che si era costruita per non morire d’apatia, imbottita da medicinali che la facevano dormire, era crollato, all’improvviso!
Il click della porta che si chiudeva suonò alle sue orecchie come un suono sgraziato. Cominciò a gridare dalla rabbia, urla colme d’angoscia, poi si strappò manciate di capelli e sentì un dolore terribile allo stomaco: le viscere sembravano rivoltarsi tanto quanto la sua rabbia stava esplodendo. Afferrò le teste delle bambole e le strappò a manciate, abbattendo anni di divertimento. Il suo divertimento! Prese a pugni il muro, fino a far sanguinare le nocche.
Le bambole l’avevano aiutata a sopravvivere in quel luogo e adesso nella sua testa vorticava l’assenza che avrebbe dovuto sopportare.
Pensò alla ragione per cui era finita in quel manicomio.
La polizia aveva bussato alla sua porta, intimandole di aprire. Lei li aveva ignorati ed era tornata dai suoi ospiti. Erano seduti attorno a un tavolo, dove aveva servito torta e caffè. Maria, con gli occhi più azzurri di un lago di montagna in primavera, era accanto a Vittorio, che era perfetto nel suo completo scuro. I due si tenevano la mano. Accanto a loro c’era Massimo, anche lui molto elegante. Le finestre erano spalancate e la brezza pomeridiana entrava assieme alla luce del sole che riscaldava tutto l’ambiente in maniera molto dolce. Era un sole tiepido, la mattina aveva piovuto incessantemente portandosi via tutta la calura estiva.
Gli uomini fuori dalla sua porta avevano preso a gridare e cercavano in tutti i modi di buttar giù la porta. Patrizia li sentiva distintamente e sapeva che prima o poi ci sarebbero riusciti. Non era stupida, ma era determinata a godersi la presenza di quella compagnia che rimaneva impassibile al caos che c’era fuori dall’appartamento. Prese delicatamente la mano di Massimo e fissò i suoi splendidi occhi marroni. Si chinò a dargli un piccolo bacio sulla guancia.
Il fracasso della porta abbattuta non la toccò di un soffio. Alcuni uomini della polizia entrarono puntandole addosso le armi: “Ferma! Non ti muovere!” gridò uno di loro.
Patrizia li guardò serenamente, alzando le mani, poi gettò un ultimo sguardo al suo Massimo. Un poliziotto si avvicinò, le afferrò i polsi e la ammanettò dietro la schiena e infine la trascinò in un lato della stanza.
I suoi amici rimasero immobili, ignari della polizia che li circondava e di qualcuno che cercava di raddrizzarli dalla loro posizione seduta. Azione difficile da fare, visto che il rigor mortis si era impadronito dei loro corpi.
Lei gettò ancora uno sguardo alla sua compagnia: Maria, perfettamente truccata, aveva gli occhi sbarrati e sembrava fissarla con quel suo sorriso beffardo accentuato da un rossetto da puttana, ci aveva messo un po’ a incollarle le palpebre per farle rimanere aperti gli occhi dopo averla soffocata con un foulard al collo e aveva faticato tanto a metterla seduta su una delle sedie; Vittorio, anche lui con le palpebre incollate, faceva la sua bella figura di cavalier gentile: stringeva la mano della sua innamorata con garbo ed era stato il primo a soccombere, sorseggiando caffè corretto all’acqua Tofana, l’unico neo erano gli occhi vitrei –pensò Patrizia-; Massimo, invece, era arrivato quando aveva già posizionato i due amici sulle sedie e a lui aveva destinato la morte più veloce: appena era entrato in casa sua, Patrizia si era avvinghiata a lui e, baciandolo, gli aveva infilato un punteruolo nell’arteria del collo.
Patrizia sorrise ancora ai suoi amici con un ultimo sguardo quando la trascinarono fuori e ed era soddisfatta di ciò che aveva messo in scena: l’allegra compagnia aveva lo stesso sguardo lucido, e il sorriso sulle labbra, delle decine di bambole da cui erano circondati.
La donna prese a ridere. Rise fino a quando la rinchiusero nel manicomio criminale.
E dopo la notizia data dal medico e le urla, Patrizia ricominciò a ridere, facendo così tanta confusione che un’infermiera entrò nella stanza a controllare.
“Stai bene, Patr…” non fece in tempo a terminare la frase. Patrizia era dietro la porta e appena la donna entrò l’afferrò al collo e glielo spezzò. La trascinò fino al tavolo, la mise seduta su una sedia, legò il busto allo schienale con lo spago che usava per appendere le bambole e poi sistemò le gambe, accavallandole una sull’altra. Si allontanò di mezzo metro dalla donna, la guardò con la testa inclinata di lato e poi si mise a ridere. Una risata che richiamò l’inserviente che passava di lì.
Patrizia lo vide entrare e, ridendo, gli corse incontro impugnando le forbici che aveva preso dal taschino dell’infermiera.

Votalo!

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Scrivere è una delle mie passioni, senza la scrittura non sarei qui oggi. Ho pubblicato diversi romanzi con uno pseudonimo straniero e anche due silloge poetiche. Sono cambiate molte cose in questo ultimo periodo e ho deciso che era giunto il momento di mostrare che sotto a un nome di fantasia c'è una persona vera.Scrivo generalmente romanzi e racconti erotici, ma ultimamente mi piace sperimentare e sfornare piccole perle horror/fantasy. 

14 COMMENTI

  1. Horror e pazzia! Un matrimonio perfetto… un racconto angosciante davvero. Bravissima!

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  2. Molto bello, mi è piaciuto il modo in cui hai reso la spirale di follia di Patrizia. Complimenti!

    4.5/5

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    4/5

  3. Mi è piaciuta la precisione con cui hai descritto la follia della protagonista, forse il finale è un po’ brusco, mi aspettavo di più!

    • Grazie Angela. Dovevo fare una scelta per via delle “Battute”. Troppo poche per un racconto del genere. O spiegavo la follia, e quindi ci mettevo un finale come questo, oppure scrivevo un racconto che descriveva solo la scena, l’efferatezza degli omicidi e poi la degenza in manicomio in maniera molto breve. Scelta sbagliata o no, ormai è lì. 🙂

  4. Racconto abbastanza angosciante, scorrevole e godibile nella sua “folle” lettura : )

    5/5

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  5. La parte che mi è piaciuta di più è sicuramente il finale, bella pazzia! 😀

    4.5/5

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  6. Racconto molto raccontato. Accade poco, in effetti, a parte il finale.

    3/5

    4/5

    3/5

    2/5

    3/5

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