La casa a Colle Calvo 4/5 (12)

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Sono uno scrittore fallito, non scrivo qualcosa di decente da anni oramai, eppure mi hanno dato una possibilità, o meglio, Silvia me l’ha data, per amicizia, per l’affetto che prova per me, o forse per pietà, già, probabilmente è per questo. «Prenditi un po’ di tempo per te, stacca da tutto e tutti, rifugiati in un luogo isolato e cerca di scrivere quei racconti che ti ho chiesto, vedrai, la casa editrice per cui lavoro ne sarà entusiasta, so quanto bene tu sappia scrivere. Anzi, lo sai che puoi fare? Puoi stare nella mia vecchia casa a Colle Calvo, lì nessuno ti disturberà‏‏.»

Oggi è il secondo giorno che sono qui, e la noia mi sta assalendo, quello che ieri ho scritto e sembrava buono, oggi è diventato carta straccia. Non credo di farcela, il passato, ma sopratutto il tempo, mi hanno consumato il talento, la fantasia, la voglia. Fa caldo, stacco il portatile e me ne vado sul portico, l’aria è più fresca, le zanzare più numerose ed insistenti. Sopravviverò. Non bastasse l’afa, il vicino da 2 ore sta tagliando il prato con un rasaerba a motore. Finalmente smette, è vicino la recinzione, gli faccio un cenno di saluto alzando la mano, ma non contraccambia, anzi, si gira di scatto e giurerei di averlo sentito bestemmiare. Probabilmente non mi ha visto. Entra nel garage, ed io continuo a buttare giù qualche idea, sperando diventi qualcosa di più. Mi distraggo di nuovo, l’uomo sta battendo con il martello la lama di una grossa falce, la visione mi inquieta, non avevo mai visto una falce simile, né pensavo si utilizzassero più, le vedi solo nelle raffigurazioni stereotipate della Morte. Finito di batterla, prende una cote dalla tasca e la affila, con movimenti circolari verso l’esterno. Ha lo sguardo puntato verso di me, questa volta alzo anche il braccio e grido ad alta voce «Salve!» ma non ottengo risposta, continua a fissarmi. Lo osservo per un po’, è alle prese con mille piccoli lavoretti, avrà sulla cinquantina d’anni, o forse sui quaranta mal portati, indossa un cappellino di tela sporco, dei pantaloni stile cargo, scarpe antinfortunistiche ed una maglietta a maniche lunghe, incurante del sole che picchia come Cassius Clay ai vecchi tempi. Non ho scritto nulla, torno in casa, mi preparo dei ceci precotti con un po’ di pancetta e me ne vado a dormire, probabilmente prima delle galline del mio simpaticissimo vicino.

Dopo aver dormito più di 10 ore, ci si sente stanchissimi, non ho mai capito il perché, mi trascino in cucina e bevo un latte e menta freddo, mangiando dei biscotti pessimi comprati prima di venire qui. Per tutta la notte l’abbaiare dei cani di tutto il vicinato mi hanno tenuto in dormiveglia, troppo sonno per alzarsi e chiudere le finestre, troppo caldo per convincersi che fosse la cosa giusta. Chiamo Silvia.

«Ciao Silvia, come va? Sono arrivato l’altro ieri, e tra una cosa e l’altra mi sono dimenticato di chiamarti, scusa.»
«Ehi, buongiorno! Voi uomini siete tutti uguali, aspettavo una tua chiamata, ma volutamente non ti ho cercato. Allora, ti piace la mia casetta? E’ un po’ vecchia, ci vado giusto un paio di giorni l’anno oramai, ma rappresenta la mia infanzia, non mi va di venderla, come va?»
«Tutto a posto grazie, ma, senti, ti volevo dire… il tuo vicino di casa è un po’ strano non trovi? Sembro non piacergli, ma chi è?»
«Ma chi Mario? Ma smettila, è una brava persona, abita li da anni, è originario della Calabria, o della Sicilia, ora non ricordo, poveretto, la moglie gli è morta poco dopo che si sono sposati, vive lì da solo, circondato dai suoi animali da cortile. Come vanno i racconti?»
«Non bene, mi devo ancora ambientare, il giorno è caldissimo, e la notte l’abbaiare dei cani quasi insostenibile. Non ho pensato a portarmi una chiavetta per internet, senza mi sento un po’ fuori dal mondo, navigare mi aiuta a prendere spunto. Ce la farò, sempre che Mario non mi uccida prima.»
Lo dico ridendo, ma un brivido mi sale dietro la schiena.
«Ce la farai, non preoccuparti, vedi di fare un buon lavoro e mandami tramite cellulare una mail entro fine mese con un po’ di materiale da passare al revisore di bozza, va bene? Ora ti devo salutare, sto entrando in galleria, e poi tra 15 minuti ho un incontro per dei lavori da fare. Ci sentiamo!»
«Va bene, ti aggiorno allora appena posso, ci sentiamo. Buon lavoro.»

Mi decido a rileggere le poche cose scritte ieri, ma come mi aspetto, valgono poco, girovago per il giardino, cercando ispirazione. Saranno le 09:30 e mi accorgo che Mario ha già alzato una ventina di metri di palizzata con dei paletti di legno lungo il confine, dietro la recinzione. Si è alzato presto per difendere Fort Alamo, Jim “Mario” Bowie. Perché mai? Proprio in questi giorni che ci sono io poi. Mi siedo sotto un albero di cachi, e contemplo il buffo Mario all’opera. Ha la pelle scura, per via del sole, ed una rada barba grigiastra. Non è molto alto, ad occhio e croce sarà sui 75 chili, potrei stenderlo senza dubbio se volessi, almeno penso. Oramai è quasi tutto nascosto dalla fortificazione che sta costruendo, torno verso casa, sul portico, che è leggermente più alto, mi siedo e cerco di scoprire cosa diavolo ha in mente. Finalmente la finisce di battere sui legni con la mazza, la posa e prende al suo posto una roncola, di quelle con il manico in dischi di cuoio ed entra nel pollaio. Ne esce quasi subito con in mano un volatile bianco che si dimena sbattendo le ali, un oca o un anatra, a giudicare dai piedi palmati, la sistema su un ceppo, fende un colpo e le mozza la testa. «Cristo Santo.» Il pennuto senza testa, inizia a correre per tutto il terreno, gettando continui fiotti di sangue fino a che esausto stramazza al suolo. Basito non è la parola adatta, sono impietrito, alla vista di quanto successo, non ne capisco il motivo. Guardo l’uomo, ha lo sguardo fisso, dritto verso di me, ed ho l’idea che che questo altri non è che un avvertimento, una lezione. Mentre l’uomo va a raccogliere l’animale, chiudo il pc e scendo in cantina.

Non ho dubbi, quest’uomo ce l’ha con me, mi sta sfidando, e chi sono io per tirarmi indietro? Scendo i 3 gradini del seminterrato e premo l’interruttore. Buttate per terra ci sono un po’ di cianfrusaglie, trovo un vecchio manico di una zappa ma lo poso subito in favore di un martello da carpentiere. Continuo a rovistare e trovo una scure da spacco, brandendola mi rendo conto di quanto sia un arma lenta, c’è un vecchio baule chiuso, alzo la scure e rompo i chiavistelli, trovo dei vecchi ricordi, foto in bianco e nero di qualcuno che ha fatto la guerra, alcune lettere, ed eccolo lì, un oggetto interessante. E’ una vecchia baionetta, un po’ arrugginita con il manico in legno, risalgo in casa, il cuore mi batte forte.

Prendo un pezzo di carta con una penna e faccio uno schizzo della casa del nemico, disegno le finestre, la porta, e cerco di fare un ipotetico schema delle varie stanze interne. Se stanotte non verrà lui da me, sarò io ad andare da lui. Mentre penso al da farsi, ogni tanto mi affaccio a controllarlo, è chiuso in garage, dal rumore sta usando una smerigliatrice, starà costruendo delle protezioni o delle trappole, quel che è certo è che le sta preparando per me.

Prendo il telefono.
«Ciao Silvia, ascolta, tu non ci crederai, ma credo proprio che l’uomo che abita vicino casa tua, sia un pazzo, sta tramando contro di me, mi lancia sguardi di sfida, sai cosa ha fatto oggi? Ha sgozzato un animale e l’ha lasciato correre per tutto il giardino mentre mi guardava e rideva. Vuole uccidermi, lo capisci?» Attendo una risposta che non arriverà mai, la chiamata non è partita, segnale GSM troppo basso. Al diavolo tutto, lancio il telefono ed inizio a chiudere finestre e persiane, sulle soglie appoggio dei piatti con la funzione di sveglia nel caso mi addormentassi. Stacco il vecchio frigorifero e lo trascino davanti al portone, poi mi metto sul letto, vestito, con il coltello in mano. Sono le 17:12, con le finestre chiuse ed i vecchi solai non coibentati, sembra di stare in un rettilario. Lo aspetto.

Mi sveglio di soprassalto, sono bagnato fradicio, come ho potuto addormentarmi? Fortunatamente non è ancora arrivato, guardo l’orologio, le 02:37, sono impaziente, andrò io. Mi do una sciacquata al viso e mi guardo allo specchio, il mio colorito è piuttosto pallido. Sposto di nuovo il frigorifero ed esco, l’aria di fuori è finalmente respirabile, la luna calante offre un minimo bagliore per vedere dove cammino. Scavalco la recinzione dalla parte opposta alla sua camera da letto, aggirerò casa e lo prenderò nel sonno, non avrà scampo. Dorme con il portone aperto, con su solo la zanzariera, sarà un attimo forzarla. Appena mi avvicino al portone, le oche iniziano a schiamazzare fortissimo, non lo avevo previsto, vedo dentro casa una luce che si accende. Grida «Chi è!?» Con un calcio apro la zanzariera e corro verso di lui, attraversando il corridoio evito di inciampare nei mobili, nessuna trappola. Arrivo in camera, è in piedi, in mutande, senza maglietta, non capisce cosa sta succedendo, non è ancora lucido. Di slancio mi getto su di lui e lo pugnalo al petto, cadiamo insieme sul letto, il coltello invece vola via, ho preso le costole, mi stava dicendo qualcosa prima di urlare per il dolore. Sono sopra di lui e lo colpisco più volte a pugni, fino a che mi blocca le mani con una morsa fortissima. Ho sottovalutato la forza degli uomini di campagna. Cerca di tirarsi su e capovolgermi, mi difendo bene ma è più forte di me, mi sta stritolando i polsi. Mi scaraventa giù dal letto e cado in ginocchio, lì vicino c’è il mio coltello, in fretta lo afferro e lo colpisco più volte, cade esanime ed infierisco ancora, fino a che l’adrenalina cessa di circolare. E’ finita. Prendo il telefono.

«Ciao Silvia, scusa l’orario, devo chiederti una cosa urgente.»
«Ehi, ma sei pazzo, dormivo come un sasso, domani devo alzarmi presto.»
«Chi sa del mio soggiorno qui a Colle Calvo?»
«Nessuno, perché? Che importanza ha? A quest’ora poi.»
«Niente, non preoccuparti, rimettiti a dormire, tra un paio d’ore sono lì da te.»

Votalo!

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Mi definisco un fine conoscitore del superfluo, mi interesso di moltissime cose di utilità nulla ed ho persino la convinzione di scrivere qualcosa di decente. Inclassificabile.

14 COMMENTI

  1. Non mi ha messo paura, cosa che un horror dovrebbe fare, però la storia mi piace ed è scritto molto bene.
    Scorrevole e le descrizioni non sono pesanti, non annoia di sicuro.
    Bravo 🙂

    4.25/5

    4/5

    5/5

    3/5

    5/5

  2. Molto scorrevole, piacevole, devo dire che quando ho finito di leggerlo mi è dispiaciuto che fosse finito così in fretta, mi ha preso subito, anche se non lo trovo molto horror

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

  3. Purtroppo in 10000 caratteri è difficile raccontare una storia di senso compiuto, descrivere i personaggi e creare quell’angoscia che avrebbe bisogno di più tempo. E’ tutto più sbrigativo

  4. Leggendolo mi ha ricordato una storiella raccontata dallo psicanalista Watzlawick, (La storia del martello contenuta nel breve saggio “Istruzioni per rendersi infelici”) ho trovato dei refusi, degli accenti mancanti, una punteggiatura non sempre corretta, ma l’ho letto fino alla fine. Chissà se le intenzioni del vicino erano così negative!

    4/5

    5/5

    4/5

    3/5

    4/5

  5. Scorrevole ma non banale, fluido e brillante! Anche se un pò troppo breve per creare quella suspance dell’horror io l’ho comuqnue trovato molto bello…di quelli che vorresti continuassero per sapere cosa accade poi!!! Complimenti

  6. Scrivi molto bene, complimenti.
    Ma questo non è un horror, ciao.

    3.5/5

    3/5

    5/5

    3/5

    3/5

  7. Un racconto abbastanza piacevole, forse non molto horror ma fondamentalmente fatto molto bene. 😉

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

  8. Anche a me ha ricordato il raccontino di Watzlawick. Storia che si legge bene, anche se troppo ragionata. Ci sono pensieri ingiustificati: “Non ho dubbi, quest’uomo ce l’ha con me, mi sta sfidando, e chi sono io per tirarmi indietro?”, da cui discendono azioni eccessive. Mancano degli apostrofi.

    2.75/5

    3/5

    4/5

    3/5

    1/5

  9. La trama mi è piaciuta, esco dal coro e dico che può rientrare tranquillamente nel genere horror ( a mio avviso l’inquietudine rende più di scene splatter) però avresti dovuto creare maggior suspance e senso di angoscia (è solo un mio parere). Nel complesso mi è piaciuto.

    4.25/5

    3/5

    4/5

    5/5

    5/5

  10. Un racconto con un’atmosfera un po’Dylan Dog…sicuramente pieno di ritmo, tanto che ad un certo punto mi sono accorto che stavo saltando delle parole perchè ero curioso di vedere come andava a finire. Anche il linguaggio scelto mi è piaciuto, ci sono un paio di passaggi dal narrativo al dialogo diretto veramente belli (tipo quello di Fort Alamo)… peccato che fosse un po’ troppo corto! 🙂

  11. Poca tensione per riuscire a definirsi horror. Un po’ di apostrofi persi e la punteggiatura non sempre corretta mi fanno apprezzare meno anche lo stile. Speravo in un colpo di scena finale che spiegasse diversamente il comportamento del vicino e invece era solo paranoia… mah. Il volatile decapitato che corre per il cortile è vita quotidiana per chi vive o ha vissuto in campagna.

    3/5

    4/5

    4/5

    2/5

    2/5

  12. Mi unisco al coro. La trama non è propriamente horror, lo stile si perde un po’ a causa della punteggiatura “alla come ti pare” e manca di ritmo. Sicuramente puoi fare di meglio.

    P.S.: Non comprendo perché nei racconti o nei romanzi si scelga sempre di più un/una protagonista che faccia di mestiere lo scrittore, quando poi ti trovi a leggere testi che non sono così perfetti come vorremo che fossero (parere da lettrice, non da scrittrice… che non lo sono)

    2.75/5

    4/5

    3/5

    2/5

    2/5

  13. Vi ringrazio per i commenti, sono qui per migliorare. Ok, non è proprio horror, ok per la punteggiatura (si ma dove? Uso volutamente molte virgole, probabilmente sbaglio ma fa parte del mio scrivere), non c’è ritmo? Boh, a me sembra di sì, può non piacere, ma la maggior parte dei racconti letti qui, è di una noia mortale rispetto a questo.
    Spiego alcune cose, chiaramente non c’era spazio a sufficienza per tratteggiare meglio il personaggio, far capire che erano solo paranoie, ecc, colpa mia, dovevo sintetizzare meglio. Spesso nei romanzi/racconti, l’alter ego è uno scrittore, perchè è quello che rappresenta chi li scrive, anche se non sa scrivere, così come nei romanzi d’amore i protagonisti sono sempre belli ed affascinanti anche se chi scrive è una vecchia grassona

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