Il Senza Nome- Capitolo Primo -

0
52

Saelas. E’ così che lo chiamavano per strada, bisbigliando, mentre camminava col cappello a tesa larga calato sugli occhi, ombra tra le lunghe pallide ombre proiettate dalla luna. A lui non importava oramai, potevano chiamarlo Saelas, demone o anima dannata. Non uno di questi appellativi poteva cambiare il suo essere, tantomeno dargli un vago contorno.
La luce della taverna interruppe i suoi pensieri. Legò il suo stallone nero al palo ed entrò dentro, facendo cigolare la vecchia porta, si avvicinò al banco in quella stanza illuminata solamente da un paio di candele di sego e battè un paio di volte il pugno per far notare la sua presenza. Riluttante il grasso proprietario uscì dal suo stanzino solamente per fermarsi al varco. Gli si dipinse sul volto un’espressione indecifrabile, un misto di indignazione, paura e rabbia. Mentre si torturava il grembiule sporco, era come se la sua faccia stesse per implodere da un momento all’altro.
Con un fiotto di fiele malcelato esordì:
“Mi dispiace, non c’è più posto, neanche nella stalla, temo dovrete andarvene”
e così dicendo si girò, sperando che non giungesse più un fiato da quel dannato. Speranza vana.
“Ascoltate, non sono qui per creare guai, rimarrò per poco tempo, quanto basta per darmi una rinfrescata. All’alba me ne andrò”
Il tutto con la voce roca di chi non parla da molto tempo.
“Mi dispiace, ho detto di no. Ho già abbastanza grane anche senza un maledetto Saelas che mi ronza attorno. Ci tengo alla mia locanda!”
Per tutta risposta scostò leggermente il suo mantello nero e lasciò intravedere oltre alla sua corazza, ideata da lui stesso, parte di tutto l’arsenale che si portava addosso.
Alla quella vista la faccia del teverniere sembrò come fatta di cera fusa, tutti i sentimenti che provava prima si erano ora mescolati nel puro terrore.
Lui, il “Saelas”, si rese conto di averlo in pugno
“Ascolta, non c’è bisogno di arrivare a tanto. Tu mi dai la stanza, io ti pago e poi sarà come se non fossi mai stato qui”
Arresosi all’evidenza ammise a se stesso che non avrebbe potuto far nient’altro che dargli alloggio e sperare in meglio. Fuggire era ovviamente fuori questione.
” Se vuoi posso darti la stalla, mi è rimasta solo quella”
“Andrà benissimo” disse lanciando una moneta d’oro sul banco “tieni pure il resto”
Affrettandosi a prendere il piccolo tesoro, come se potesse svanire da un momento all’altro, lo guidò nella stalla uscendo dalla locanda verso l’edificio adiacente.
Dopo aver slegato Melas, il suo magnifico cavallo, si avviò quindi verso il giaciglio improvvisato di paglia. Ma già sapeva che quella notte non avrebbe dormito.

Si tolse il mantello e la corazza rimanendo solo con i pantaloni di pelle, gli stivali ed un pugnale di fianco. Si sedette ed aspettò, aveva notato gli occhi gialli in un cespuglio poco prima, proprio quelli che stava disperatamente cacciando da giorni. Ormai aveva capito che quella cosa non si sarebbe avvicinata a meno che non fosse certa di vincere ed uccidere. Era proprio per questo che l’anziano lo aveva chiamato, dopo che aveva ucciso 7 persone inermi aveva più paura di quell’affare che di lui, il che era tutto dire. Lasciò la porta aperta sperando che la sua trappola scattasse.
L’essere entrò dentro con circospezione e ci volle molto tempo prima che fosse in posizione per la trappola. Finalmente poteva capire con cosa aveva a che fare.
Corporatura antropomorfa, cappuccio calato su quella che doveva essere la testa, guanti, corazza e stivali. Non c’era un centimetro di corpo che non fosse coperto da qualcosa. Aveva un che di ferale, procedendo a quattro zampe, la testa che scattava a destra e sinistra ad ogni suono.
Quando fu finalmente nel punto migliore, raccolse il pugnale da terra, schizzò in piedi ed urlò al suo cavallo “Và, Melas!”, il quale torse il collo a cui era assicurata una fune che gli permise di chiudere la porta.
Contrariamente a quanto credeva, il mostro non scattò all’attacco, né tentò di fuggire. Si limitò a fissarlo con i suoi occhi gialli penetranti. Improvvisamente iniziò a contorcersi al suolo con gemiti raccapriccianti, che si trasformarono con sorpresa in una voce familiare. Ormai aveva capito cos’era, un Replicante. “Saelas” disse con voce tonante mentre si alzava in piedi.
Si era trasformanto in Gundhir un gigante sanguinario che aveva sconfitto tempo addietro, sapeva come sconfiggerlo. Scattò verso di lui ed evitò l’enorme ascia che lentamente roteavasopra la sua testa, fino a portarsi ll’altezza delle gambe dietro di lui, gli tagliò i tendini con due rapidi fendenti al di sopra del tallone e con una spinta lo mise in ginocchio. Non fece in tempo a sovrastarlo che si contorse nuovamente, divincolandosi dalla sua presa. Prima che riuscisse a trasformarsi in qualcos’altro tentò un affondo quando rieccheggiò: “Adam!”. La lama si fermò ad un centimetro dal collo della figura incappucciata. Quella voce così dolce ed al contempo così terribile gli trafisse il cuore con mille aghi. Il suo viso si trasformò in una maschera di dolore quando il cappuccio scivolò dalla testa e rivelò un collo candido ed una cascata di capelli d’oro. Il trucco aveva funzionato, il Replicante si alzò in piedi e lo scaraventò contro la parete di legno per poi scattare su una delle travi della stalla. Col cuore in frantumi e il sangue che ribolliva si rialzò da terra e scagliò il pugnale con furia al mostro, centrandolo al collo. Mentre cadeva dalla trave portandosi le mani alla ferita, riprese la sua forma originale. Una figura pelle ed ossa verdastra, con zampe e mani palmate, ormai rantolante nella polvere.
Gli si avvicinò, estrasse i coltello e gli diede il colpo di grazia senza tanti complimenti.
Avrebbe dovuto disfarsi del corpo ma era troppo stanco e troppo devastato nell’animo per poterlo fare. Decise di rimandare all’alba seguente. Si coricò sfinito e si addormentò. Il passato era tornato a trovarlo, e quella notte dopo molto tempo si manifestava anche nei sogni.

Votalo!

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO