Il cozzificato – disturbo etnico 4.33/5 (3)

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Benché non stessi andando da nessuna parte ero cosciente del mio stato di viaggiatore; non è questione di volontà. In questa storia, come nella mia vita, l’immagine è ordine, la passività è il rito, il segno di appartenenza, e la volontà non trova posto.
E’ solo una questione di fluidità che mi identifica con lo scorrere del tempo; accompagnata da questo piccolo pensiero stupendo la mia vita avanza percorrendo pareti ruvide, sostando in angoli bui per trovare un po’ di pace, nutrendosi dello sporco che ogni giorno si fissa sulla pelle.
I miei occhi restano aperti a osservare gli spettacoli che si succedono. Il siero della felicità è l’immaginazione, la flebo nel mio braccio è l’immagine senza significato. Non passa giorno senza incanti vissuti con pose oziose, gesti di abbandono, rese di comodo.

Il prodigio si compie e si respira nell’aria: l’odore della muffa sale con l’aumentare dell’umidità. Sto relativamente bene anche se le ginocchia iniziano a patire lo sforzo che sto facendo per tenere incrociate le gambe. Cambio posizione e le porto al petto.
Tutti i miei movimenti hanno radice nel ritmo. Col passare del tempo divento nervoso. Improvvisamente la fluidità che mi ha cullato maternamente per ore e ore si sgretola, e il mio primo pensiero è “cos’è questo posto?”. Non ci sono giudizi; la cosa è accaduta, e nonostante l’iniziale interrogativo, a essa sono sopravvissuto. Ancora pochi minuti e poi mi sentirò molto meglio, avrò la certezza di stare bene e sarò tranquillo; e se ciò non dovesse avvenire non farò nulla perché accada (in fin dei conti sto bene qui, il caldo non mi soffoca, la luce che arriva è sufficiente, la cadenza dei silenzi mi protegge da ospiti indesiderati). Così qui dentro cresco.

La gente dice che la speranza è l’ultima a morire. Io sto facendo passare le mie uniche ore appoggiato a una vecchia cucina, costretto dallo spazio ridotto a sacrificare i movimenti, a tremare per il precario equilibrio. Il mio corpo si abbandona all’indietro e trova il muro. Sono consapevole di una sola cosa: d’esser stanco della gente.

Vengo riportato a me stesso da un urlo improvviso; sento nella schiena la fredda anima del muro, ma il tremore è passato e questo mi distende. Sotto il mio peso il fianco della vecchia cucina comincia a deformarsi, si adatta alle mie irregolarità producendo un suono ovattato che accompagna l’attribuzione dei ruoli e delle regole del gioco: io sono quello che non è più e quello che ancora c’è, il mio stato è il non stato; posso solo stare a guardare un paesaggio che non cambia mai aspettando il momento giusto per la rivalsa.

La mia totale mancanza di concentrazione mi tiene sveglio. Fisso i particolari delle cose per diversi secondi fino a che non scompaiono, svaniscono, cessano di esistere; senza scompormi continuo a fare quello che sto facendo, mantengo il ritmo e mi dico che sto bene. Anche se adesso ho la certezza che non posso più muovermi, io sto bene; nonostante l’odore della muffa saturi l’ambiente e renda l’aria irrespirabile, io sto bene; qualunque cosa accada io sto bene. Ma qui d’ora in poi non accadrà più nulla e saperlo mi fa stare bene.

Ho cercato le certezze della mia vita spendendoci così poco tempo che anche se riuscissi a definirmi appagato dubiterei fortemente d’esser sincero.
Mi sono accontentato di guardare la mia vita come si guarda un film. Sono rimasto muto a guardare le scene. Ho aspettato la pubblicità per parlare. Ero contento se mi facevano ridere, annoiato se non capivo, assente se stavo male; ma mi sono comportato sempre bene, sono stato sempre disponibile e cortese, non mi sono mai arrabbiato con nessuno, ho sempre fatto quello che hanno voluto, ogni volta che chiamavano ho risposto prontamente.

Adesso comincio a sentire un po’ freddo, lo stesso freddo che sentivo quando guardavo la mia vita e vedevo solo rimpianti.

Desidero rivedere il mare, perdermi alla vista del suo moto e stordirmi nelle tonalità delle sue voci ma il silenzio di questa stanza non lascia spazio ai desideri. Accarezzo la mia spalla con lo zigomo e mi dondolo solitario. Potrebbe arrivare qualcuno ma sarebbe insolito, non previsto, fuori dall’ordinario, e anche se arrivasse il piacere non sarebbe il mio. Non voglio più dare confidenza a nessuno, non voglio più che nessuno mi guardi, non voglio più sentir pronunciare il mio nome; lasciatemi stare, vi prego, io non so stare tra voi.
Certi sfoghi fanno parte della mia natura e sono immancabili come l’immagine riflessa di me davanti lo specchio.
Sono narcisista fino al punto di compiangermi, e ciò innesca una pericolosa propensione verso le costruzioni, come quando ero bambino; lascio fare e osservo le mie mani che pacatamente depongono pietre ai miei piedi.
Quel che ho lasciato indietro non trova posto, viene cacciato via, portato ai margini e lì respinto per sempre. Il mio muro di pietre sale fino a lasciarmi scoperta la testa. Le zone d’ombra sembrano essere spazi destinati a scomparire ed io penso alla morte come a una coperta; mi accorgo che non ho più freddo, la temperatura è salita e con essa la puzza che sale dalla spazzatura.

Improvvisamente vorrei non essere più qui, di colpo desidero tornare indietro, pronto anche a lottare per i miei diritti pur di avere qualcuno con cui parlare. Ma il muro di pietre è già salito fino alle labbra.
Impreco, e inizio a scagliare tutto il mio odio verso quel che è esterno a me, ma solo a parole; i muscoli del collo sono ipertesi, la bocca si stira, si allarga, non vuole dare baci e non risponde ad addii lacrimosi imbibendosi di lacrime, ma si contrae per il dolore e si indurisce in esso per inscenare maestose smorfie, crudeli sberleffi e comici pianti.

La parola non ha più importanza e forse anch’io. Ecco perché sono qui, solo, in una stanza sporca e vuota. Non c’è nessuno a parte me, e anche se nessuno è mai entrato a vedere come sto, cosa mi cambia? Forse adesso non sto male come prima? Adesso sono insensibile come prima ma ho in più la manifestazione di questa insensibilità che è l’unto muro di pietre che sto costruendo. Adesso che sono solo come prima me ne frega un cazzo di voi che siete li fuori!
La parola non ha più importanza. Sto zitto.

Do una rapida occhiata al soffitto prima che l’ultima pietra mi lasci nel buio soffocante del mio guscio. Sorrido soddisfatto di me. Così sono quello che voglio e tutto quello che è accaduto è stato voluto; ora tutto quello che accadrà dipenderà solo dalla mia volontà. Non tremerò più al freddo contatto di una parete bianca e non verrò disturbato dal rugginoso stridere della cucina, né sentirò più la puzza che sale dalla spazzatura: mi sono costruito. Una protezione ideale. Mi ci sono immerso. Profondamente.
Questo muro di pietre è il mio guscio primigenio, la mia rampa per la felicità. Posso bere anche il tè, volendo, e se ho voglia di fumarmi una sigaretta posso farlo senza temere il rimbrotto similsimpatico di qualche stupido non-fumatore o senza preoccuparmi se fa male al povero bambino della vicina che entra senza permesso a casa mia. Perché il bimbo non prova a farlo adesso? Anche stando qui dentro, lo sentirei entrare lo stesso; percorre piano il corridoio mentre si guarda attorno con spenta meraviglia; esita difronte alla semioscurità e la puzza della cucina, ma intuisco il suo coraggio e sorrido a saperlo incuriosito, lo sfacciato, alla vista del mio guscio.

Improvvisamente mi accorgo che i miei piedi sono bagnati. C’è acqua in terra. E’ fredda. Il suo contatto non è piacevole. Che cosa sta succedendo li fuori? Forse è davvero entrato qualcuno? E io non me ne sono accorto? Non è possibile! Non è possibile che ci sia dell’acqua! Non me ne spiego il perché. Forse sto sognando, sto dormendo e questo è solo un sogno. Ma no, l’acqua è qui, mi bagna già le caviglie e continua a salire ed io, io non so nuotare. Cozza del cazzo!

Votalo!

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Ho lavorato per vivere e far vivere i miei, tanto che io e i miei non abbiamo troppo sofferto, sono rimasto quello che voi chiamate onesto. Poi il lavoro è mancato e con la disoccupazione venne anche la fame! È allora che questa grande legge della natura, questa voce imperiosa che non ammette repliche, l’istinto della conservazione, mi spinse a commettere i crimini e i delitti di cui mi riconosco l’autore.

6 COMMENTI

  1. La corazza che ci è gabbia e nido…l’hai reso perfettamente l’apparente contraddizione, con immagini forti, nitide…amare e dolci.
    Se la cozza non va al mare, il mare va alla cozza; perché, anche se non sa nuotare, è lì che deve stare per poter respirare😉…. morale in rima😂

  2. grazie mille per i commenti… ero curioso di conoscere soprattutto i vostri giudizi; ho titubato un po’ prima di metterlo a questa dura prova, considerato che questo è stato il primo raccontino che ho scritto anni e anni fa, rimaneggiato e rieditato da poco 🙂

    Misia, è partito il nuovo concorso, cosa fai, non partecipi? 🙂 Giovanna ha anche vinto l’ultima tappa 🙂 e ora corre con la maglia rosa 😀 😀 😀

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