I due uomini più brutti al mondo 5/5 (1)

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Prese fuori la fiaschetta dalla sacca e se ne somministrò un buon sorso. Poi guardò

la valle da millecinquecento metri di quota e si rimise in cammino. Arrivò alla sua

parte di bosco e aspettò che arrivasse il trattore per cominciare a tagliare gli alberi

e a portarli via con il mezzo. Prima di vedere spuntare i pennacchi dal motore

e sentire avvicinarsi il ronzio in movimento stappò ancora la fiaschetta e se ne

versò in gola ancora un po’ di quella buona. Era grappa artigianale all’asperula,

e la sentì impreziosirgli le pareti della gola fino a scivolare, bollente, sino allo

stomaco. Leo Girardi era un uomo bruttissimo, e peggiorato, se era possibile,

dal continuo assaggio di liquori della sua Valle. Un occhio, il sinistro, gli si

stava chiudendo, le guance gli penzolavano, rosse e cascanti fino al mento,

il suo corpo era sformato da una pancia smisurata davanti a una complessione,

tutto sommato normale. Aveva braccia più magre dell’usuale e gambe sottili

come un giunco, sedere stretto e fronte normale, impreziosita dall’essere

coronata ancora da tutti i suoi capelli, benché ingrigiti. Era un pensionato

delle Ferrovie e curava quel pezzo di bosco, senza passione ma con

caparbietà, visto che gli era stata tramandata per generazioni. Era sposato

da trentacinque anni con Elsa e aveva una figlia, Deborah, che,dopo avere

studiato all’università di Venezia, si era laureato in architettura e aveva, ora,

un suo proprio studio a Borgo. Il trattore si stava avvicinando con la sua

abituale lentezza e avrebbe lasciato il tempo a Leo per un altro sorso

corroborante. A quelle altezze non faceva male. Era d’estate che lo uccideva,

quando il calore si faceva insopportabile e in città si boccheggiava per il caldo.

Aveva lasciato l’automobile due chilometri più in basso ed era salito da solo

fino a quel posto, per libera scelta e liberare le tossine in eccesso, smaltendo

la sbronza del giorno precedente. Si rammentò con amarezza di quando era

un giovane, pur sempre brutto ma sano. Era stato proprio allora che le radici

del suo alcolismo avevano cominciato a ramificarsi, senza accorgersene,

senza realizzarlo pienamente. All’epoca si prendeva la sbornia e dopo una

notte agitata era già pronto a saltare sul carrello e svolgere il suo lavoro

come niente fosse. In quell’età aveva installato la sua posizione nel dormitorio

delle FFSS. Aveva trovato degni compagni di emerite ciucche (al tempo

tutti i Ferrovieri bevevano, era una sorta di tara genetica) e si lasciava andare

senza però mai provocare un richiamo o un incidente. Reggeva bene il vino

e, comunque, si chiudeva da parte dei superiori più di un occhio. Rammentò

vividamente, Leo Girardi, e non si accorse che il trattore si era arrestato a

due metri dai suoi piedi gonfi.

Ne scese, con un balzo, complicato e pesante, un giovane uomo. Almeno questo

parve all’ex ferroviere, che riusciva a malapena a decifrarne i tratti sotto la zazzera

nera e unta che ne mascherava buona parte delle fattezze. A occhio e croce

doveva avere intorno ai trentacinque anni e, a vederlo d’improvviso, Leo si

spaventò non poco e fece, istintivamente, un passo indietro. Era forse più brutto

e più imbolsito di Lui stesso, con i chiari segni dell’alcolismo avanzato che ne

devastavano il corpo e un herpes al lato della bocca che pareva pronto a

divorarlo tutto. Tremava visibilmente, e non era per il freddo. “Molto piacere,

Enrico Bertelli” Disse smozzicando le parole e pulendosi le mani sulle ginocchia

prima di allungarle al Girardi. Questi la strinse e non poté fare a meno di notare

le macchie nere sopra la pelle bianchissima e le dita rovinate dal troppo lavoro

manuale. Ma soprattutto inquadrò metà del volto precocemente invecchiato:

le rughe dell’abuso di grappa e gli occhi, pesantemente bistrati di nero. “Mi hanno

mandato per portarle a valle la legna. Tanto vale sbrigarsi, allora. Qui fa buio

presto.” Il Girardi non replicò nulla e tolse la motosega dallo zaino con cui l’aveva

portata in quota. Poi, si sbrigarono alla svelta, e quel Bertelli, malgrado i suoi

difetti, era un discreto lavoratore. In tre ore avevano già finito tutto e stipato

il trattore di legna, ma prima di lasciarlo andare, l’ex ferroviere cavò la fiaschetta

dalla tasca e la porse ad Enrico strizzandogli l’occhio, come solo tra etilisti si

riesce a fare. Il giovane uomo prese la fiaschetta e la scagliò lontano, oltre

il salto di una rupe a cinquanta metri di distanza. Leo era stupefatto. “Non

l’ha già rovinata abbastanza quella roba? Non riesce a vedere come mi ha

ridotto e ancora me ne propone? Ah, Leo, Leo, ne hai fatte di cose che non

ricordi quando eri sotto l’effetto di quella roba. E ancora non ci pensi abbastanza.”

Poi tolse una Beretta 7.65 dalla cintura e sparò in un piede al Girardi. Questi

cadde al suolo e cominciò a divincolarsi come un serpente colpito a morte.

Poi Enrico rimise la pistola al suo posto e si chinò sull’altra persona facendosi

vedere chiaramente sollevando la zazzera nera e unta che gli copriva l’occhio

sinistro semichiuso. Qualcosa scattò, allora, nella testa dell’ex ferroviere. Ricordi

di un ragazzo approcciato nei corridoi di una casa immensa, ricordi di mani

che andavano dappertutto e di baci schifiltosi e rubati. Aveva quarant’anni,

allor. Ed era ubriaco, come sempre. L’altro si sollevò nuovamente e gli

sparò in un braccio. Un colpo secco come il latrare di un cane. E Leo

Girardi non poté fare a meno di pensare quanto era bello allora il piccolo

Enrico nel grande palazzo asburgico presso la ferrovia, e quanto si era sentito

bene nel corteggiarlo. Aprì di nuovo gli occhi e l’altro stava puntando alla sua

gamba destra. Poi ci fu di nuovo schiocco che rimbombò brevemente per le valli.

Era periodo di caccia. “Come hai fatto a ridurti in questa maniera?” Prima

di andarsene voleva ferirlo, perché lo seccava che lo stesse smontando

pezzo a pezzo: con voluttà. “Ho seguito le tue impronte: sono anni che ti

pedino, che conosco i tuoi bar e le tue mescite, i tuoi liquori e le tue puttane.

Sono anni che studio duramente per diventare come te. Alla fine, quando

ho realizzato d’avere completato il tirocinio, sono venuto a cercarti, Leo,

per saldare definitivamente il conto. Fortuna ha voluto che chiedessi proprio

alla mia ditta di aiutarti nel trasporto del materiale. E mi sono fatto in quattro

per essere scelto a darti a una mano.” Il Girardi si guardò la mano piena di

sangue e la passò sullo scarpone di Bertelli. “Cos’è? Mi vuoi segnare?

Guarda che all’Inferno ci riconosceremo comunque.” Poi si andò avanti.

Almeno fino alle tre del pomeriggio, e a ogni colpo l’ex ferroviere non

poteva trattenersi dal pensare com’era bello il ragazzino e di quanto

sarebbe stata bella la vita con Lui. Poi, quando tutto fu finito, il cadavere

fu caricato sul trattore, sopra la catasta di legna e portato a valle. Ogni

tanto sballottava a destra e a sinistra, ma, agli autisti che superavano

il mezzo, Leo Girardi pareva solo uno che si fosse addormentato

profondamente, lì, sul pianale.

Votalo!

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41enne, trentino, bibliotecario eccentrico, scrittore monstre di racconti tascabili, anima tormentata ma solare, gran viaggiatore in spirito se non in corpo, formazione Classica.

2 COMMENTI

    • Grazie, Maurizio. è duro, durissimo. Violento ma con una lacrima di rimpianto per quello che poteva essere. Ciao

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