Fluffers (Finale) -

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L’arbitrò si piazzò al centro del ring. Aprì le braccia e mostrò al pubblico il sorriso smagliante sotto i baffetti neri e sottili. Mi spiò con la coda dell’occhio. Per un attimo il sorriso s’incrinò, trasformandosi in una smorfia. Deglutì, si passò la mano sulla pelata sudata e strisciò di un passo in direzione di Jerôme. Si portò il microfono alla bocca e si schiarì la voce.
«Bello cruento, eh?», alzò le sopracciglia con fare malizioso e fece il gesto di allargarsi nervosamente il colletto, «ce lo avete lo stomaco per un altro incontro?»
L’arena esplose in un boato.
«E i soldi?»
Esplose un altro boato.
Vincenzo indietreggiò di un passo, mescolandosi nella folla. Teneva lo sguardo basso, sconfitto. Si tirò giù le maniche della camicia fino ai polsi e si passò una mano sull’addome, accarezzando con cura qualcosa che sporgeva da sotto il maglione.
«Alla mia sinistra, una nuovo guerriero dal canile Tanzi: Fluffers! Avanti, fatevi sentire, signori! Coraggio!»
Il pubblico tuonò urla selvagge d’incitamento, lanciando insulti, cartacce e lattine sul ring.
«Alla mia destra, dallo stesso canile, il campione imbattuto: Jerôme!»
Partì un coro da stadio: « Je-rôme! Je-rôme! Je- rôme!»
Jerôme rimase impassibile, rigido come la statua di un guerriero. La violenza dei cori animaleschi, delle catene e del sangue che sporcavano il ring sembravano non sfiorarlo nemmeno. Tutto pareva una semplice routine per lui.
«Fate le vostre puntate, signori» disse l’arbitro, «e ricordate le regole: niente filmati, niente foto, niente risse. Siete grandi e vaccinati. Non fatevi richiamare.»
Si allontanò e arrivò una soubrette: alta, rossa e strizzata in un costume da bagno blu elettrico che reggeva un cartello con su scritto ”ROUND 1”.
La campanella lanciò tre rintocchi e l’incontro partì.

Passai parte del tempo ad abbaiare e a ringhiargli addosso, ignorando il dolore portato dal collare che mi scavava nella carne. Jerôme rimase a guardarmi, annoiato e incuriosito.
«Senti,» disse con tono paziente, «non dobbiamo farlo per forza. C’è la possibilità di tirarsi indietro, basta che ce ne restiamo fermi ai nostri posti. Ce la farebbero pagare, certo, ma è sempre meglio di stare qui a sgozzarsi, no?»
Lo ignorai e continuai ad abbaiare, senza nemmeno prendere fiato. Ricordai quello che mi aveva detto il mio padrone nel furgoncino: nessuno in quel ring mi voleva bene. Solo lui me ne voleva.
Jerôme voleva farmi del male e non potevo permetterlo. Stava a me non farlo succedere.
Una sirena strillò. Le catene si sciolsero automaticamente, cadendo in una nuvola di sabbia. Mi avventai immediatamente verso Jerôme, con la bava calda che mi colava dagli angoli della bocca.
Lui fece un passo indietro, gonfiò il petto e soffiò nell’armonica. Tre macchioline scure schizzarono via dallo strumento e mi si conficcarono nel musetto. Caddi a terra e cominciai ad agitarmi, agitando le zampette nel tentativo di levarmi le freccette di dosso.
Poi Jerôme spiccò un balzo verso di me. Quando notai lo scintillio delle lame da rasoio che aveva incastrate tre le dita di ciascuna zampetta, era già troppo tardi. Tre squarci sottili mi si aprirono sul musetto e, in un attimo,un velo di sangue tiepido mi coprì la vista.
L’arena cominciò a fluttuare e a inclinarsi, mentre da lontano arrivavano cori d’incitamento: « Je-rôme! Je-rôme! Je-rôme»
Presi la rincorsa e provai a caricarlo un’ultima volta, alla cieca. Finì contro qualcosa che mi pareva essere un muro di mattoni che mi respinse indietro e mi fece finire di nuovo a terra.
I cori si allontanarono pian piano, riducendosi a poco più di un eco cavernoso e lontano. Jerôme mi calò una zampa sul petto e un’altra vicino alla testa.
«Resta a terra» disse Jerôme, «non muovere un dannato un muscolo. Resta a terra e basta. Lo dico per te.»
Jerôme iniziò a suonare un nuovo giro d’armonica: qualcosa di più lento e tetro, simile a una veglia funebre. Il pubblico esplose per l’eccitazione. Conoscevano quella melodia. Il match si stava avvicinando alla sua conclusione.
Poi si sentirono tre spari: due lontani e uno più ravvicinato che esplose poco lontano da ne. Senti piccole goccioline di liquido caldo e appiccicoso cadermi sul muso. La pressione della zampetta di Jerôme si allentò pian piano e un grosso tonfo scatenò una ventata di sabbia che mi ricoprì completamente.
Quando aprì gli occhi ritrovai il mio padrone in piedi in mezzo al ring, con i pantaloni strappati e le braccia graffiate dal filo spinato. Stringeva la Desert Eagle calda e fumante nella mano destra, puntata in alto verso il soffitto, mentre nella sinistra stringeva un cilindro giallo e sottile.
Continuava ad urlare, puntando la pistola alla cieca, verso il pubblico: «State alla larga. Statemi alla larga, cazzo, o faccio esplodere tutto.»
Alzò il maglione, mostrando una specie di giubbotto antiproiettile con appiccicato al centro un paio di scatolette marroncine.
«Tu!» urlò, puntando la pistola al ragazzo col cappellino che mi aveva portato sul ring, «Prendi il carrello! Adesso. Muoviti!»
Vincenzo continuava ad agitarsi, girando su se stesso e facendo scattare il braccio che impugnava la pistola come se azionato da una molla.
«Ti porto via da qui, Fluffers» sussurrò, tenendo gli occhi vigili sul pubblico, «questo non è il posto per te. Ti porto via.»
Il ragazzo arrivò col carrello. Mi prese da sotto le zampette e iniziò a trascinarmi via.
«Tu. Dagli una mano», disse Vincenzo, puntando la pistola all’altro ragazzo.
«Vincenzo, smettila di fare cazzate» disse la voce che lo sfotteva prima dell’incontro, arrivando da lontano.
«Non te ne esci facile da questo. Fidati.»
«Faccio quel cazzo che mi pare» rispose Vincenzo, «Fluffers non è roba vostra. Ce ne andiamo.»
«Buona fortuna con il mutuo, allora. E con tutto il resto…»
I due ragazzi mi caricarono sul carrello e mi assicurarono alla piattaforma con i soliti ganci di cuoio.
La mia vista cominciò pian piano a liberarsi del sangue. Attraverso la vista sfocata, vidi una massa nera e pulsante, sdraiata su una pozza di sangue scuro ai piedi del mio padrone. Una pozza di sangue andò allargandosi pian piano sotto la testa di Jerôme. Alzò la zampa posteriore, di scatto. La tenne immobile, a mezz’aria e poi la lasciò cadere lentamente a terra.
Mi portarono fuori dal ring e prendemmo un corridoio lungo e luminoso. Vincenzo mi seguì, puntando la pistola a destra e a manca e mostrando la mano che stringeva il detonatore. A metà del corridoio, cominciò a correre, lasciandosi alle spalle il ring e i brontolii sconvolti, confusi e adirati del pubblico.

Mi caricarono sul furgone. Chiuse le porte, sentì due spari e il tonfo dei due corpi che cadevano sulla ghiaia che copriva il parcheggio.
Vincenzo salì. Si levò il giubbotto e lo gettò sul sedile del passeggero, insieme alla pistola.
Accese il motore, fece tutto il parcheggio in retro a velocità folle, e si immise nella strada.
«Avrei dovuto promettertelo» disse Vincenzo con la voce carica di panico, piegato sul volante, «Avrei dovuto promettere a te e a me stesso che non ti avrei mai fatto questo.»
Si girò, guardandomi con occhi imploranti attraverso la grata che ci separava. «Te lo avevo detto, Fluffers. Solo il tuo padrone ti vuole bene.»
Si piegò di nuovo sul volante e le sue spalle iniziarono a sussultare.
«Dio, mi dispiace così…»
Qualcosa esplose a sinistra del camioncino in un boato, facendo rientrare la parete del rimorchio verso l’interno. Il furgoncino cominciò a rotolare su se stesso. Le lamiere che esplodevano e tremavano in mezzo allo strombazzare dei clacson, allo stridio dei freni e le urla di sorpresa e di panico. Alla fine ci fermammo, cadendo su un lato. Vincenzo si svegliò, massaggiandosi la tempia e mugolando per il dolore. Si arrampicò sui sedili, aprì la portiera e saltò fuori dall’abitacolo.
Il vociare all’esterno aumentò:
«Oh mio Dio»
«Chiamate un’ambulanza»
«Sta bene? Non si muova. Adesso arrivano i soccorsi. Non si muova.»
Nell’incidente, i ganci che mi tenevano al carrello si allentarono. Mi bastò divincolarmi un attimo per liberarmi. Poi mi misi a grattare contro il portellone, abbaiando e mugolando aiuto.
«C’è una cane là dentro! Aprite il portellone, presto!», urlò qualcuno all’esterno. Quando aprirono il portellone, fui investito da un’ondata di luce bianca e accecante.
L’aria odorava di asfalto e gomme bruciate. Man mano che la luce si dissipava, le ombre che si stagliavano nel bianco cominciarono a farsi più definite. Comparvero i vestiti, poi i volti deformati dall’angoscia e dal disgusto. I sussurri che invocavano al buon Signore si fecero più chiari e così i pianti isterici dei bambini e delle donne che circondavano il furgoncino.
Uscì lentamente, ciondolando in cerca dell’equilibrio. La folla indietreggiò impaurita, facendomi strada.
Ci trovavamo in mezzo a un incrocio. A sinistra vidi un altro camioncino con il parabrezza deformato, con i fanali e gli airbag che pendevano molli come intestini.
Riconobbi quel pezzo di strada. Se dal camioncino foste tornati indietro di un paio di chilometri, sareste arrivati diretti all’agenzia dove lavoravo. Mi trovavo sulla solita strada, immersa in una normalissima giornata.
La gente restava in piedi, immobile. Qualcuno vomitò. Un paio di signore svennero. Altri, prevedibilmente, filmavano tutto con i telefoni. Tenevano gli occhi lucidi di lacrime fissi su di me. Avevano lo sguardo comprensibilmente disperato di chi aveva appena scoperto che i mostri esistevano e che probabilmente erano sempre esistiti.
Mi girai e vidi Vincenzo steso di fianco il furgoncino, circondato da una piccola folla che faceva del suo meglio per soccorrerlo. Sentito il trambusto che avevo scatenato, alzò la testa verso di me, mentre la piccola folla si apriva intorno a lui.
La montatura degli occhiali si era spezzata e una delle lenti si erano infranta. Il viso era impiastricciato di piccole schegge di vetro, sudore e sangue. Fece per girarsi su un lato, ma si stese sulla schiena in preda ai dolori. Rialzò gli occhi e allungò un braccio verso di me. La mano si fermò a mezz’aria. Le dita tremavano in cerca di un appiglio, facendo gocciolare altro sangue sull’asfalto.
Il suo collo si gonfiò di vene e aprì la bocca. Dopo qualche balbettio, cercò di dire:
«F… Flu…»
Qualcosa di duro e appuntito mi colpi alla testa. Mi girai. Trovai un camionista con un berretto verde, vestito con una canottiera bianca e lurida. Teneva il braccio ancora teso in avanti e lo sguardo impietrito di chi sapeva di averla fatta grossa. Poi vidi il sasso insanguinato di fianco a me. La folla prese coraggio e iniziò a lanciarmi addosso bottiglie di plastica, sassolini, giornali e qualunque altra cosa a portata di mano. Qualcuno implorava in lacrime di ammazzarmi, di mandarmi via.
Mi sentivo troppo intontito per rispondere agli attacchi, troppo confuso per avere paura. Mi girai di nuovo verso il mio padrone. Le sue sopracciglia si aggrottarono in un moto di pietà e disperazione. Alla fine, il lasciò cadere il braccio sull’asfalto. Abbassò la testa e la piegò su un lato. La folla si radunò di nuovo intorno a lui. Qualcuno cercò disperatamente di rianimarlo, senza risultato.
Il mio padrone se n’era andato. Ero libero. Libero e solo. In quel momento, il mondo cominciò sembrarmi troppo vasto e troppo spoglio per potermi nascondere e sentirmi al sicuro.
Un altro sasso mi arrivò addosso, dritto contro lo zigomo. Mi girai. Il riflesso del sole contro i vetri degli edifici e dei negozi mi accecò, come se in qualche modo volesse fare la sua parte nella mia lapidazione. Il dolore cominciò a sfrigolare dietro gli occhi. Abbaiai e ringhiai disperato contro la folla, con gli occhi stretti e chiusi per il dolore, intrappolato nel buio come la prima volta. Nel mio linguaggio canino, cercai di chiedergli di lasciarmi andare, che sapevo di essere il mostro che ero e che sarei sparito, per sempre.
La folla finalmente indietreggiò. Appena trovai una piccola fessura tra la folla dove scappare, corsi via, in direzione della tangenziale.

Corsi per chilometri senza fermarmi, accompagnato dalle strombazzate dei clacson e dalle occhiate sconvolte degli autisti. Presi la stradina prima della tangenziale. La feci tutta correndo in mezzo ai campi ai lati della strada, cercando di mimetizzarmi nell’erba meglio che potevo.
Dovevo rifugiarmi nell’unico posto sicuro in cui sarei potuto restare, lontano dal dolore, lontano da chi non mi voleva bene. Arrivai davanti al cancello della casa di Vincenzo e iniziai a scavare sotto la rete che circondava il cortile. Strisciai nella terra ruvida, graffiandomi la pancia e la schiena. Arrivai davanti le scale e mi fermai. Alzai lo sguardo verso la casa. I battiti del mio cuore cominciarono a rallentare e i muscoli a rilassarsi. Ero a casa. Mi girai verso la stradina deserta. Le zampette cedettero e mi accasciai sulla ghiaia ai piedi delle scale.

Mi svegliai di soprassalto, voltando immediatamente la testa verso la stradina ancora deserta. Presi una bella rincorsa e mi lanciai contro la porta. Bastarono un paio di testate riuscì per sfondarla. Salì le scale, attraversai il salone, pregno dell’odore di libri vecchi e di quello del mio padrone. Sfondai la porta della cantina seguendo lo stesso metodo e scesi giù.
Le altre celle erano ancora coperte dai rispettivi veli, eccetto la mia e quella di Jerôme; vuote, aperte, con la porticina che cigolava stanca nel vuoto.
Mi girai verso la prima cella alla mia sinistra. Azzannai un angolo del velo e lo tirai via. All’interno trovai il chihuahua. Stava raggomitolando in un angolo a tremare con le ginocchia al mento. Era un uomo pallido, alto e deperito, con la faccia lunga e gli occhi grandi e umidi dietro gli occhiali dalla montatura sottile. Indossava un pannolone lurido e largo. Le uniche parti canine formatesi erano le zampe posteriori, un orecchio e il naso, oltre a qualche ciuffetto bianco sparso lungo il corpo scheletrico.
«È il mio turno? Non sono pronto, cazzo. Guardami. Non lo sono» disse delirante.
Guardai il piccolo lucchetto che teneva chiusa la gabbia e abbaiai. Il chihuahua si calmò e i suoi occhi si aprirono sbalorditi. Rifletté un attimo e chiese:
«Dov’è il nostro padrone, Fluffers?»
Mi rabbuiai un attimo. Gli occhi cominciarono a bruciarmi di pianto. Scossi la testa e cominciai a prendere a testate la serratura.
«Va bene, va bene. Aspetta» disse il chihuahua. «Le chiavi. Devi cercare le chiavi. Devono essere da qualche parte di sopra. Forse nella clinica.»
Cercai dappertutto nella clinica, nel salone, nella camera dei costumi. Tirai fuori ogni cassetto possibile e lo svuotai sul pavimento. Niente. Niente di niente.
«Neanche una forcina?» chiese il chihuahua quando tornai.
«Che cazzo» sbottò un altro cane.
Ripresi a prendere a testate la cella, sperando di piegare una delle sbarre.
«Basta. Smettila. Basta, ho detto!» urlò il chihuahua.
Il chihuahua strisciò di nuovo nel suo angolo. Rimise il mento tra le ginocchia e guardò davanti a sé con aria sconsolata.
«Non sono pronto. Non sono ancora pronto.»
Levai gli altri veli. Scoprì un labrador dal pelo scuro. La sua trasformazione era pressoché perfetta. Poteva essere benissimo confuso con un normalissimo labrador, sia in altezza che in stazza, a parte per il viso umano, rimasto perfettamente intatto durante la trasformazione.
Le labbra del labrador si torsero come deluse e si rifugiò a sua volta in un angolo. Le altre due celle contenevano i cadaveri di due pitbull La loro trasformazione sembrava essersi arrestata a metà del processo. Stavano stesi sulla schiena, con le zampe tese verso l’alto in posa contorta. Le dita erano rimaste umane, rigide e piegate per il dolore. Dalla testa mezza umana e mezza canina usciva la lingua lunga e piatta, stesa sul pavimento.
«Lascia stare, Fluffers. Almeno tu sei libero. Vattene.»
Guardai le mie zampette tra le spaccature nel cemento, poi la finestrella in alto, poco sotto il soffitto. La luce entrava nella cantina, filtrata attraverso il vetro sporco. Il cinguettio degli uccellini e il rombo lontano di un auto mi fecero salire un brivido lungo la schiena, facendomi abbassare di nuovo lo sguardo sulle zampette. La sola idea che là fuori ci fosse un mondo intero a mia completa disposizione mi strinse la gola. Feci per abbaiare. La mia gola vibrò e dalla mia bocca uscì un:
«No.»
Sussultai, spaventato dal suono della mia stessa voce. Riprovai.
«No. Non voglio.»
Camminai verso la mia cella, ripetendo: «No.»
Presi le sbarre della porta tra le fauci, la chiusi e mi misi a terra. Ripensai al mio padrone e ai suoi occhiali spezzati. Alle mani di Giovanna che mi accarezzavano nel sogno fino a farmi male. Pensai al sasso e agli occhi del camionista sbarrati per la rabbia e il terrore. I cori dell’incontro e il cigolio delle catene mi riempivano ancora le orecchie e qualche granello di sabbia era ancora intrappolato sotto alla lingua.
Feci per scacciare quei suoni e quelle immagini dalla mia testa e mi concentrai su quelli della cantina. Si sentiva solo lo scricchiolio del cemento, il cigolio delle gabbiette. Rumori di casa.
Il chihuahua tirò su col naso, si asciugò le lacrime e guardò verso la finestrella.
«Sembra una giornata splendida là fuori. Il sole d’inverno sembra, non lo so, sembra dolce, vero? Mi manca. Dev’esserci un bel tiepido là fuori. Tu lo sai, Fluffers. Com’era il sole oggi?»
Mi ritornarono in mente le finestre e le vetrine dei negozi che riflettevano quella luce cattiva, dolorosa.
«Mi ha fatto male. Come tutte le altre. Qui no. Qui non vuole farmi male.»

Votalo!

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