Fermatelo! 4.75/5 (9)

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I raggi del sole filtrano dalla persiana riversandosi a terra sul pavimento.
Strano, non lascio mai la tenda scostata, mi piace svegliarmi nel buio.
Ho mal di testa, forse ieri sera…non ricordo cosa ho fatto ma di sicuro non ho assunto droghe innaffiate nell’alcool, non è mia abitudine. La testa però, fa male proprio come un dopo sbronza. Mi massaggio le tempie con le grosse e lardose dita che mi ritrovo, maledicendo la vita ordinaria e oziosa che ho scelto anni fa. Essere un solitario ha fatto si che il giorno che persi l’unica donna che abbia mai ritenuto all’altezza di amarmi, mi sono ritrovato completamente solo. I pochi amici che avevo, pian piano, hanno cominciato a coinvolgermi meno nelle loro uscite, poi si facevano sentire solo per gli auguri di Natale e alla fine hanno smesso di fare anche quello.
La testa pulsa.
Prima lentamente come un avvertimento, poi accelera il ritmo facendomi concentrare sul fastidio e alla fine è un martello pneumatico che lavora incessante. A quel punto, non esiste altro che quel dannato dolore!
Dovrei prendere un analgesico ma forse è meglio che mangi qualcosa. Vado in cucina e la caffettiera non è dove deve essere. Ogni sera la preparo e la lascio sul piccolo fornello così la mattina devo solo accenderlo e aspettare che l’aroma salga. Ieri sera non l’ho fatto, questo è indubbio, è ancora nel lavandino da svuotare. Strano. Mentre aspetto che salga il caffè imburro una fetta biscottata continuando a pensare alla serata di ieri senza esito positivo. Il caffè nero è quello che ci vuole, lo verso nella tazzina e in un sorso lo butto giù. Qualcosa di solido mi finisce di traverso in gola, di fretta corro in bagno e con un colpo di tosse butto fuori qualcosa.
«Cristo!», impreco.
Il lavabo è imbrattato del mio sputo ma sotto la saliva lo vedo. Il corpo solido che mi stava soffocando è li, a confondersi con il bianco della ceramica.
Il mio molare.
Lo prendo sconvolto e d’istinto ispeziono la bocca con la lingua sentendo un vuoto sull’arcata superiore, la spalanco davanti allo specchio ed ecco il buco. Niente sangue. Pulito come dopo l’effetto anestetico di un estrazione. Ho perso un dente. Eppure non ho mai avuto problemi, mai un’otturazione, mai una carie.
La testa pulsa sempre più forte.
Mi porto le mani alle tempie come a voler fermare il dolore, passo le mani a rastrello fra i capelli ricci e in mezzo alle dita rimangono impigliate ciocche. Spalanco gli occhi incredulo, mi avvicino allo specchio per osservare meglio e alcune zone della testa sono rasate, vedo nitidamente il cuoio capelluto.
«Oh mio Dio! Cosa mi sta succedendo?», dico ad alta voce.
Mi guardo intorno sconvolto ed esco dal bagno in stato confusionale, non ho più un molare e in parte sono calvo. Devo ricordarmi dove sono stato ieri notte, stanno accadendo cose strane e non è possibile aver perso la memoria e continuare ad avere questo mal di testa terribile. Appesa dietro la porta d’ingresso trovo la giacca.
Non la metto mai li.
La caffettiera non era pronta. La giacca non è al suo posto.
In casa c’è qualcuno!
Mi guardo intorno con sospetto continuando a dare le spalle al muro, ora anche la casa mi sembra strana, nonostante il solito disordine, c’è qualcosa che non va. Mi avvio verso la camera in cerca di un analgesico ma sento le gambe molli e il respiro si fa pesante. Mi appoggio contro il muro con una mano per sorreggermi ma le gambe sembra proprio non sopportino più il mio peso.
«Fermatelo!».
Mi immobilizzo trattenendo il respiro, gli occhi roteano a destra e sinistra in cerca di qualcuno. Non c’è nessuno.
«Fermatelo!».
Mi appiattisco alla parete terrorizzato da quella voce metallica, quasi gracchiante, che parla.
«C’è…q..u..a…», riesco a dire ma il resto delle parole mi rimane in gola. C’è qualcuno? Vorrei chiedere ma dalla bocca escono solo suoni gutturali e non più parole di senso logico. La lingua è pesante, non riesco a muoverla e un grido si strozza in gola. Cerco di proseguire il cammino verso la camera ma nel fare un passo provo una fatica esagerata, faccio forza sulle braccia appoggiate alla parete con le mani aperte ma anche loro mi abbandonano e crollo a terra inerme. Riesco a tenere sollevata la testa contro il muro ma gli arti sono afflosciati sul pavimento senza forza, senza vita.
Chi ha parlato? Continuo a muovere gli occhi in cerca di indizi. Non vedo nulla di strano. Sarà stato tutto nelle mia testa?
«Fermatelo!», continua a dire la voce gracchiante.
Cristo! L’ho sentito bene, non è nella mia testa, c’è qualcuno. Perchè non viene fuori? Perchè non si fa vedere? Chi è? Come ha fatto ad entrare? Forse ieri sera sono stato drogato, avrebbe senso il mal di testa e le cose fuori posto. Forse qualcuno è entrato in casa con me e mi ha derubato. Sospiro forte e vorrei scrollare la testa ma è un movimento che non riesco più a fare. Perchè allora è ancora in casa? E perché l’effetto della droga non mi è ancora passato? Cristo non riesco più a muovermi! Fisso il soffitto nell’attesa di qualcosa e nell’angolo laggiù in fondo una luce rossa mi guarda. Non c’è mai stata alcuna luce rossa prima. Strano. Strizzo gli occhi per distinguere meglio l’oggetto ma…si è mosso! È una telecamera! Qualcuno mi sta spiando! Cosa sta succedendo?
Sento il rumore delle chiavi che girano nella serratura di casa e qualcuno entra. Non riesco a spostare la testa in direzione della porta per vedere chi c’è.
«Cccc…h…i…», è tutto quello che esce dalle mie labbra seguito da versi incomprensibili. Chi sei? Come hai fatto ad entrare? Dove hai preso la chiave? Cosa vuoi da me? Non riesco a comunicare, non riesco a capire.
Passi pesanti si avvicinano e mi arrivano davanti. Sono due uomini, indossano delle tute bianche di plastica resistente, hanno un cappuccio calato sulla testa, portano una mascherina per riparare naso e bocca e indossano degli occhialoni con un elastico intorno alla nuca. Mi guardano e scuotono la testa.
«Ccc…h…», riprovo a dire ma inutilmente.
Uno dei due posa a terra una borsa bianca dalla quale tira fuori un sacco nero arrotolato che appoggia a terra. L’altro si avvicina e si china su di me. Mi tasta il polso e controlla il battito con l’orologio che porta sopra i guanti che gli coprono anche gli avambracci.
Forse sono dei dottori, mi vorranno aiutare. Sento il cuore che rallenta il battito, forse mi porteranno in ospedale e guarirò. L’uomo sopra di me lascia il mio braccio che inerme si accascia a terra come una bambola di pezza, «Battito lento», dice al collega e lo raggiunge.
Come battito lento? Ho il cuore che martella all’impazzata.
Dalla borsa bianca tira fuori una valigetta rigida e un plico di cartelle cliniche, apre la valigia e fiale di laboratorio sono sistemate tutte in sequenza con una numerazione progressiva. Appena si alza riesco a scorgere le etichette.
Dicono: Virus tipo 1, Virus tipo 2 e Virus tipo 3.
Virus?
Spalanco gli occhi terrorizzato ma loro sono intenti a verificare alcuni dati sulle cartelle cliniche.
«Avremmo dovuto somministrargli il virus tipo 3», dice uno dei due.
«Abbiamo eseguito le prescrizioni del Dott. Promio», ribatte l’altro guardando in direzione della telecamera che ora non ha più la luce rossa accesa.
«Lo so ma seguendo il suo schema stiamo perdendo troppe cavie», scrolla la testa, «Questo soggetto è durato meno degli altri nonostante la sua mole».
«La sua massa adiposa doveva aiutarlo a sostenere il massiccio dosaggio che gli abbiamo somministrato», sospira, «E invece è stato peggio», annota qualcosa su una cartella e la richiude.
Mi hanno somministrato un virus?!?!
I due uomini aprono il sacco nero, lo stendono a terra e tirano la zip.
È un sacco mortuario!
Oh mio Dio! Un sacco mortuario? Cosa vogliono fare? Sto morendo?
Mi guardano per attimi, mi scrutano o forse mi studiano? Ma non dicono più nulla, né fra di loro, né rivolti a me.
Chi siete? Vorrei disperatamente chiedere, ma ormai non provo più ad emettere alcun suono. Vorrei piangere ma non riesco a fare nemmeno quello.
Mi sollevano, uno per le braccia e l’altro per le gambe, mi posizionano dentro il sacco e uno mi apre la bocca e con una luce perlustra il suo interno mentre l’altro ispeziona con una lente d’ingrandimento la cute rasata. Sono così vicini che posso sentire i loro respiri attutiti dalle mascherine.
Aiutatemi! Aiutatemi!, grido dentro di me.
Sono dentro al sacco mortuario e sono vivo. Non sono morto! Non riesco a muovermi, non riesco a parlare ma respiro, vi vedo e vi sento. Cerco di muovermi, di sottrarmi al loro volere ma sono paralizzato completamente, il mio corpo non risponde più agli stimoli del cervello.
Uno dei due si alza, raccoglie la borsa bianca e si avvia alle mie spalle.
Non lo vedo più.
L’altro richiude la zip del sacco mortuario ma quando arriva all’altezza del mio viso si blocca. Ci fissiamo negli occhi, riesco ancora a muovere le palpebre. Lui non parla, io non riesco a parlare.
Non puoi farlo veramente, ti prego! Lo supplico dentro di me.
«Ti dobbiamo fermare, ti portiamo via!», mi dice, «Presto i polmoni si fermeranno e il cuore smetterà di battere e a quel punto morirai».
Mio Dio!! Morirò! Non mi aiuteranno, mi lasceranno morire come una cavia da laboratorio andata a male.
L’uomo alle mie spalle si avvia verso l’angolo dove la luce rossa mi guardava prima del loro arrivo e la fissa. L’osservo muoversi con disinvoltura in casa, entrare nel ripostiglio, afferrare la scala dietro lo scaffale, l’avvitatore dalla sua borsa bianca e salire i quattro gradini che gli servono per arrivare a toccare il soffitto. Fisso l’uomo che svita la telecamera nell’angolo del soffitto, ripone l’avvitatore nell’apposito spazio dentro la borsa, passa la telecamera al collega e con tutta calma ripone la mia scala dietro lo scaffale del mio ripostiglio. La telecamera viene riposta nella borsa, unica prova tangibile di quello che mi sta succedendo.
Nessuno saprà mai nulla, nessuno reclamerà la mia scomparsa, forse col tempo qualcuno si ricorderà di quel panzone lardoso solitario che abitava al secondo piano che da un po’ di tempo non vede più.
«Forza, andiamo!», ordina l’uomo tornato alle mie spalle, «Torniamo al cinema a prenderne un altro».
«Sperando che il prossimo possa darci risultati soddisfacenti», commenta l’uomo su di me guardandomi poi distoglie gli occhi dai miei e finisce di tirare la zip sopra di me.
Noooo!!! Grido nella mia testa.
Il cinema? Mi chiedo ripensando alle ultime parole sentite.
Ecco che cosa ho fatto ieri sera.

Votalo!

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Mi chiamo Valeria Zagaria, ho 35 anni,  vivo a Genova e mi piace pensare di poter sempre imparare qualcosa di nuovo, cercando di avere la pazienza di ascoltare e l'umiltà di apprendere per non rimanere nell'anonimato. Mi diletto nella scrittura, prettamente in romanzi anche se ultimamente sto scoprendo il mondo del racconto. Ho autopubblicato Arcobaleno Nero che è in vendita nei più famosi store e sono l'amministratrice del sito www.valeriazagariascrittrice.flazio.com 

11 COMMENTI

  1. Bellissimo questo racconto. Un crescendo ben diretto di angoscia ed orrore, una scrittura che avvince e coinvolge al massimo. Bravissima Valeria!

    5/5

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  2. Grande Vale!!! Mi hai trascinato dall’inizio alla fine!
    Storia avvincente, stile incalzante e “pulito” (ho notato qualche misera piccola imperfezione ma l’ho dimenticata!).
    Tutte le stelline per te!

    5/5

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  3. Angoscia, terrore, impotenza. Tutto questo é concentrato nel tuo racconto. Complimenti.

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  4. Bello e poi bello. Incalzante e travolgente. Ti prende e ti porta nel sacco mortuario senza lasciarti scampo. Brava! Mi è piaciuto molto (se non si fosse capito…)

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  5. Complimenti davvero!
    Mi hai catturata completamente, con lo stile, la trama e il finale.
    #tuttelestelline

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    5/5

  6. Bel racconto, trama ben congegnata,
    scrittura che scorre.
    Scrivi bene, ho visto pure il tuo precedente noir che mi era sfuggito,
    anche quello ben scritto, su cui ho letto pareri discordanti, alcune critiche fuori luogo,
    ma a mio parere, la stoffa c’è.
    Quì, invece, i pareri sono abbastanza unanimi, e con pieno merito.
    L’unico dubbio è sul titolo, ma è una scelta personale.
    Insomma, brava. 🙂

  7. Grazie a tutti per i commenti super positivi. Il genere horror mi ha sempre affascinata ma non mi ero mai cimentata nello scriverne uno e per essere il primo sono molto soddisfatta e constatare di essere riuscita a trasmettere quello che volevo è il complimento più bello ,:)
    Maurizio ti ringrazio anche per aver letto Ironia di una vendetta e di aver lasciato un commento l’avessi visto prima in mezzo a certe critiche, che anch’io ho trovato fuori luogo, il tuo commento sarebbe stato davvero molto gradito :p

    • Per la cronaca la strana punteggiatura del commento precedente volevano essere degli smile non riusciti ma non riesco a modificare!

  8. Un buon lavoro, la trama è accattivante e riesce a tenere stretto a se il lettore. Lo stile pulito rende la lettura piacevole.

  9. Faccio la voce fuori dal coro, solo perché non capisco bene la storia del cinema. Son “torda”, lo so.

    4/5

    5/5

    5/5

    3/5

    3/5

  10. Un bell’horror veramente agghiacciante scritto bene dall’inizio alla fine : )

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

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