Commissario Merli 5/5 (2)

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Capitolo primo.
Una cosa è sicura, non è sparando a una suora che si fa carriera in polizia. Ma chi di noi non fa errori?
Pancia a terra strisciavo sul pavimento di un capannone mentre le pallottole mi fischiavano intorno, sibilando vicinissime sopra la mia testa. Schegge di vetri infranti volavano ovunque, tra calcinacci e odore di polvere da sparo. Mi toccai la fronte, dove un brutto taglio sanguinava copiosamente, strappai una manica della camicia avvolgendola intorno alla testa. Accompagnato da un incessante crepitio di colpi strisciai per un paio di metri, diedi una rapida occhiata in giro quindi mi alzai da terra, con le spalle incassate e a testa bassa corsi a ripararmi dietro una vecchia lavatrice.
Presi un po’ di respiro. Una sventagliata di mitra frantumò il cestello. Brutti vigliacchi, pensai, forse si poteva ancora riparare.
Tutta quella operazione era stata gestita a minchia, un vero disastro. Mi ripromisi di far notare a quell’idiota del commissario Iannuzzi che quando si sta compiendo una retata a dei trafficanti di droga non si suona al citofono intimando: “polizia!”
Una scarica di proiettili compromise definitivamente il funzionamento della lavatrice. Non avevo intenzione di fare la fine del topo, ricaricai la pistola e puntai. Di fronte a me una porta si aprì di botto e comparve un uomo. Tra le urla, gli spari, il fumo, mi sembrò di vederlo imbracciare un mitragliatore. Lo impiombai per bene conficcandogli in petto tre pallottole.
Si scoprì che non era un uomo, ma una donna, che quella donna era una suora e che il mitra non era un mitra bensì un crocefisso. Per sua e mia fortuna la suora non era morta, aveva soggiornato per tre mesi in coma in ospedale, gravando sulle spalle del contribuente e quando si era risvegliata aveva raccontato: “il paradiso è un posto meraviglioso, ma per arrivarci c’è un traffico bestiale”.
Quella santa donna mi aveva perdonato ma non i miei superiori che mi avevano sbattuto alla Polizia Rurale, dove avevo passato gli ultimi sei mesi a occuparmi di smarrimenti di maiali, morti sospette d’ oche e abusi sessuali ai danni di galline.
E tutto per uno stupido errore.
Odiavo quei maledetti burocrati, pronti a emettere sentenze, seduti col loro grasso culone sulle loro comode poltrone, fumando sigari e leggendo giornali, magari mentre si fanno fare la manicure, davanti a un aperitivo, rimpinzandosi di tranci di pizza. Signori che non sanno cosa significa avere a che fare col marciume della società, tutti i giorni, faccia a faccia con gente che non vede l’ora di infilzarti come uno spiedo, filmarti e mandare il video su youtube.
Al diavolo, che si fottessero tutti quanti!
Presi dal frigo una birra ghiacciata e me la bevvi in tre rapide sorsate. Aveva un gusto strano, dolciastro. Guardai la bottiglia: era ketchup. Non male comunque, ma forse era il caso di smettere e andare a dormire. Andai in bagno, scaricai le tubature, poi mi accorsi di non avere abbassato la zip dei pantaloni.
Maledetti produttori di jeans, che ne sanno loro di cosa significa cercare di urinare dopo sei bottiglie di birra e una di ketchup. Avevo voglia di prendere la pistola e sparare alla zip, ma ero ubriaco e correvo il rischio di sbagliare mira e fottermi l’altro testicolo. Non era il caso, dato che me ne era rimasto solamente uno, da quando, due mesi prima, era successa la stessa cosa con dei pantaloni con bottoni
Maledetti produttori di pantaloni con bottoni!
Mi sentivo la lingua come se qualcuno ci avesse spremuto sopra un tubetto di Bostik, presi lo spazzolino e mi lavai i denti. Mi guardai allo specchio e non potei fare a meno di notare quanto fossi affascinante.
Solo sei anni prima ero a Hollywood, ricco e famoso; perché non avevo continuato a fare l’attore invece di ritornare in Italia, entrare in Polizia e cercare di migliorare il mondo?
Già, volevo salvare il mondo, tutto da solo. E da che cosa poi? Da qualche ladro di gallina morto di fame? Che idiozia. Erano bastati pochi mesi in servizio alla Polizia per capire che per togliere il marcio dalle strade bisognava colpire i piani alti, molto alti.
Non parlo di quelli al settimo o all’ottavo piano, quelli sono alti, ma non così alti, io parlo di gente che sta dal dodicesimo piano in su, tanto per capirci. Persone che si affacciano dal terrazzo dei loro appartamenti alti e sputano in testa ai cittadini inermi. L’uomo della strada è indifeso e la Polizia ha le mani legate.
E così eccomi qui, sei anni dopo aver lasciato la mia lussuosa villa a Hollywood, in questo modesto appartamento, da solo e a tre giorni dalla fine dell’anno. Mi avvicinai alla finestra e osservai la città addobbata a festa, coperta da una romantica coltre di neve. Un’insegna luminosa, dall’altra parte della strada, ritraeva delle renne che trainavano una slitta colma di pacchetti dorati. Una delle renne muoveva la testa a intermittenza, su e giù, cambiando colore, dal giallo, al rosso, al verde. Giallo, rosso, verde. Giallo, rosso, verde. Su e giù, su e giù, su e giù.
Aprii la finestra, sfoderai la pistola ed esplosi un colpo dritto in mezzo alle corna della renna. Uno scoppio, un ronzio, uno sbuffo di vapore; l’insegna si accasciò su un lato, quindi si spense, immobile.
Richiusi la finestra e rinfoderai la pistola.
Al diavolo Natale e Capodanno. Odiavo quelle ricorrenze da quando mio padre, dodici anni prima, vestito da Babbo Natale, avvicinandosi troppo al camino aveva preso fuoco. Ricordo ancora la fiammata, la barba bianca annerirsi, lui che mi guarda con un’espressione allibita mentre mia madre cerca di spegnerlo a colpi di albero di Natale, io che corro verso di loro, inciampo sui fili delle luci intermittenti e a testa bassa rovino su mio padre spingendolo dentro il camino…
Quella vampata… l’odore acre del fumo… i pompieri con l’idrante…
Giunsero i soccorsi, ma fu tutto inutile. Gli infermieri non poterono fare altro che costatare il decesso di mio padre, ramazzare il mucchietto di cenere, versarlo dentro una vecchia scatola di scarpe e consegnarcelo.
Scrollai le spalle. Basta con i brutti pensieri. Non avevo più voglia di dormire, accesi lo stereo, alzai il volume e mi misi ad ascoltare Al Bano cantare Nostalgia Canaglia. Quel testo mi commuoveva sempre:
“Nostalgia, nostalgia canaglia
Che ti prende proprio quando non vuoi
Ti ritrovi con un cuore di paglia
È un incendio che non spegni mai.”
Quell’uomo sapeva come farmi sanguinare il cuore. Aprii una bottiglia di vino, un Brunello di Montalcino del 1984, senza lasciarlo decantare me ne versai un bicchiere e lo bevvi in una lunga sorsata. Sapeva di tappo ma non ci feci troppo caso, ne versai un altro, lo tracannai, spaccai il bicchiere e mi attaccai al collo della bottiglia. Dopo un po’ mi addormentai.
Stavo sognando di picchiare, con una racchetta da tennis, quell’imbecille di Iannuzzi quando squillò il telefono. Era l’agente Rapisarda:
“Capitano disturbo? Be’, si tolga le babbucce e si infili il cappotto pesante perché ci aspetta una nottataccia. Hanno fatto secco Nicola Spappolamilza, il cugino di Gianni Paperetta, il nipote di Antonio Quadriglia!”
Tremai come un frullatore che tenta di frullare delle noci di cocco. Diamine! Quadriglia era il più potente trafficante di salatini da bar di tutto il nord Italia. Erano i migliori e i più cari; avevo visto uomini di successo rovinarsi per cento grammi di arachidi. La follia umana non ha limiti.
Dovevamo prepararci al peggio, sforacchiare il nipote di Antonio Quadriglia rischiava di fare diventare quella città incandescente come un tizzone d’inferno.
“Capo, non gli hanno sparato” mi fece notare Rapisarda “trattasi di trauma cranico dovuto a un oggetto contundente, nel caso specifico un pezzo di stoccafisso.”
“Caspita! Non è certo un’arma comune…”
“Capo, lei è molto perspicace! In dieci anni di servizio ho visto usare tutte le armi possibili ma mai uno stoccafisso. Una volta ho trovato un tipo soffocato con un polipo e ora che ci penso ci fu quell’avvocato ucciso con una trota salmonata infilata su per il…”
“Rapisarda, non divagare! Quei casi sono stati tutti risolti. Piuttosto perché mi hai chiamato, lo sai che non mi occupo più di omicidi, se vuoi posso dirti a quanto ammonta la contravvenzione per pascolo abusivo in centro città.”
“In effetti me lo sono domandato spesso. Mi dica!”
“627 euro, più la confisca dell’animale. Sono tre mesi che mi porto una capra sul sedile posteriore dell’Alfetta. Quindi, per farla breve, perché mi hai chiamato, non lo sai che sono fuori da tutte le indagini importanti? Fatti aiutare da quella mezza sega del commissario Iannuzzi, lui e la sua cricca di raccomandati.”
“Niente da fare capo, le alte sfere vogliono lei, non mi chieda perché.”
“Perché?”
“Non me lo chieda, non so niente.”
“Non lo sai il perché? Io invece sospetto che tu lo sappia.”
“Cosa?”
“Il perché.”
“Non me lo chieda.”
“Non ti devo chiedere il perché? E perché?”
“Perché è meglio di no.”
“Eppure tu lo sai.”
“Lo so il perché, ma lei non lo faccia.”
“Cosa?”
“Chiedermelo. Il perché intendo.”
“D’accordo, ne riparleremo. Arrivo subito, mi raccomando, tenete pulita la scena del crimine.”
Era successo tutto a pochi chilometri da casa mia. Decisi di fare quattro passi, mi serviva un po’ di aria fresca per riordinare i pensieri. Incorporai un altro paio di bicchieri di vino tanto per riscaldarmi e uscii di casa.
Fuori l’aria era gelida come il sorriso di un direttore di banca. Neve carica di smog ricopriva il paesaggio con una coltre grigia, malsana. Mi avvicinai al parcheggio dove sostava la mia macchina. Bussai al finestrino. Dopo pochi secondi comparve il muso allungato e barbuto della capra.
“Come andiamo?” Chiesi ” Non hai freddo, lì dentro? Perché ti ostini a non voler venire su da me?”
La capra non rispose. Non lo faceva mai.
“Vuoi che ti vada a prendere altra biada?”
L’animale mi fece capire di essere a posto, poi con la zampetta mi accennò un saluto e tornò a dormire. Erano tre mesi che viveva dentro la mia macchina e non ne voleva sapere di abbandonarla. “Contenta lei, contenti tutti!” pensai, stringendomi nel cappotto e m’incamminai lungo il marciapiede, cercando di evitare i mucchi di neve sporca sui bordi. Mi diedi dello stupido per non essermi messo gli stivali, le babbucce di lana non erano certo l’ideale con quel tempo. Per fortuna indossavo degli spessi mutandoni.
Evitai di pensare ai miei piedi intirizziti e mi concentrai sul delitto. Sapevo perché i cervelloni mi avevano riammesso nel giro importante e affidato il caso: conoscevo bene la vittima.
Era una vecchia storia, Nicola Spappolamilza era stato l’amante di mia madre, se l’erano spassata insieme con le ceneri del mio vecchio ancora fumanti.
A quel tempo ero ancora un giovane attore emergente. Avevo recitato particine in alcune fiction di bassa lega, dove interpretavo quasi sempre un cadavere. Mi ero specializzato in quel ruolo, ero particolarmente apprezzato come morto ripescato nel lago, anche se il meglio lo avevo dato impersonando un uomo gettato in un dirupo da una macchina in corsa. Proprio grazie a quella parte ero stato notato da un produttore americano, che mi aveva proposto la parte del protagonista in una nuova sit com dal titolo provvisorio “Uno Zombi per amico”. Ero corso a casa per dare la buona notizia a mia madre e li avevo colti sul fatto: lei con un completino in lattice nero e una frusta nella mano, Spappolamilza nudo, con delle piume di struzzo, infilate su per il culo, a saltellare per tutta la stanza. Rimasi di stucco.
“Non è come sembra, posso spiegarti tutto” disse mia madre posando il frustino sul comodino.
“Come hai potuto?” replicai ” C’è papà ancora caldo, chiuso nella scarpiera!”
“Quante storie!” ribatté lei seccata “La vita va avanti e comunque forse è il caso che tu vada a vivere da solo, io ho bisogno del miei spazi. Tu entri ed esci quando vuoi, lasci tutto in giro, in disordine! Ricordati, questa casa non è un’ albergo!”
“Non ti preoccupare, qua dentro non metterò più piede” risposi, scandendo le parole e alzando leggermente la voce, come mi avevano insegnato a scuola di teatro, quindi aggiunsi: “Mi porto via papà e anche la collezione di dischi di Al Bano.”
Spappolamilza assisteva alla scena con aria annoiata, come fossimo in un film passato in televisione milioni di volte. Era un tipo belloccio: fisico da modello di abbigliamento intimo su Postal Market, capelli impomatati di brillantina viscidi come una trota. Raccolse i suoi pantaloni da terra, dalla tasca sfilò un accendino e un pacchetto di sigarette. Ne prese una e l’accese.
Schizzai in avanti mollandogli un pugno dritto sulla bocca, mandandolo a sbattere contro il muro. Spappolamilza grugnì, la sigaretta miracolosamente ancora appesa a un labbro, fece per caricarmi ma gli rifilai un altro pugno sulla mascella. La sigaretta volò via, insieme a un incisivo. Spappolamilza sbatté le ciglia un paio di volte poi, con una mezza giravolta, atterrò sul pavimento, con le piume di struzzo aperte a ventaglio che gli uscivano dal sedere.
“Non si fuma in questa casa.” mormorai. Mia madre mi lanciò un’occhiata disperata.
“Non sai che cosa hai fatto! Quello è un uomo pericoloso, te la farà pagare!”
“Da quando te la fai con questo pennuto?” le chiesi.
“Non sono fatti che ti riguardano” rispose. Si piegò su Spappolamilza, gli diede un paio di schiaffetti sulle guance per farlo riprendere, ma quello era nel mondo dei sogni e non si sarebbe risvegliato per un bel pezzo. Mamma si alzò in piedi, battendomi le mani in modo ironico.
“Complimenti. Sei sempre stato bravo con i pugni” disse “Ma questa volta hai esagerato. Ho diritto a vivere la mia vita senza doverti chiedere il permesso. Sono una donna adulta e se voglio uscire con un uomo non è a mio figlio che devo dare spiegazioni.”
“Ma almeno ti fa l’uovo la mattina?” Le chiesi. Non aspettai la risposta, andai nella mia stanza a raccattare quattro vestiti, li infilai in una busta di plastica della spesa, recuperai mio padre dalla scarpiera e uscii da quella casa per sempre, sbattendo la porta.
Ero schifato e frastornato. Camminai barcollando per ore, senza una destinazione, meditando su mia madre, mio padre, quel tipo con le piume, il tradimento, la vendetta, i coltelli a serramanico, l’America, le scarpe che mi facevano male, la finale di Champions, la ricetta perfetta per la torta di mele, i semafori sempre rossi, quella volta che feci sesso con la mia insegnante di karatè, il buco dell’ozono, la brunetta dei Ricchi e Poveri. Mi chiesi: “Il microonde è veramente utile? Chi ci sarà dietro i cerchi nel grano? Esistono gli ufo? Che fine ha fatto il biondino degli 883? Chi ha ucciso Laura Palmer? Perché le mezze stagioni che non ci sono più? Quanti minuti di cottura ci vogliono per avere un uovo perfettamente sodo e quanto tempo prima devo stappare una bottiglia di vino invecchiato cinque anni prima di servirlo a tavola? Pensai che nella mia vita non avevo mai visto delle fave di fuca e chi era il matto che produceva le caramelle al rabarbaro? Dove si trova Caronno Pertusella, alla lingua del cantante dei Kiss, al Lando Treppalle e gli amici del Giambellino e a Gabriel Pontello e il suo fluido erotico e a come non fossi mai riuscito a imparare tutte le mosse del gioca jouer…
Alzai gli occhi e mi ritrovai di fronte all’aeroporto: forse fu un segno del destino, ci entrai e presi il primo aereo in partenza per l’America, destinazione California.
Rimasi in America per anni. Quando ritornai in Italia la rabbia era stata sostituita dal disprezzo. Avevo incontrato casualmente Spappolamilza, in un paio di occasioni: la prima volta lo avevo spinto giù dalla scala mobile, aveva continuato a rotolare finché non l’avevano spenta 10 minuti dopo. La seconda fu quella sera in cui, seduto dietro di lui al cinema, gli diedi uno scappellotto così forte che si ritrovò tre file più avanti, in braccio a un camionista omosessuale che abusò di lui ripetutamente.
E ora era morto. Ma a ucciderlo non ero stato io, avevo un alibi, mi ero visto spesso allo specchio quella sera, quindi sapevo di non essere uscito dal mio appartamento. In ogni modo per sicurezza mi sarei interrogato più tardi.
Mi fermai sotto la neve. Ma cosa stavo pensando? Stavo forse impazzendo? Mah!
Un vecchio cane mi passò vicino ridendo di me, come solo i cani sanno fare.
Finsi di non badarci e a passi svelti raggiunsi il luogo del delitto. Come al solito era pieno di curiosi, avvoltoi bramanti un pezzo di carne. Mi feci largo tra la folla roteando lo sfollagente. Un fotografo mi si parò davanti flashandomi in pieno volto. Estrassi la pistola e gli sparai a un ginocchio. Il tipo crollò a terra come un muro di Pompei, urlando di dolore.
“Tu sei quello stronzo che ha pubblicato la mia foto con la moglie del sindaco. Questo è per ricordarti di farti gli affari tuoi!” gli urlai.
“Veramente mi hanno assunto ieri.”
“Ah! Vabbe’, scusa.”
Non avevo tempo per le pubbliche relazioni. Mi si fecero incontro i miei fidi agenti scelti: Rapisarda e Wong. Rapisarda era alto un metro e 97 per 45 chili. Quando c’era un po’ di vento oscillava come un pioppo, era l’unico uomo che conoscessi capace di sbattere la testa per terra rimanendo in piedi. Il suo aspetto dimesso traeva spesso in inganno i criminali che ne sottovalutavano la pericolosità. Era esperto d’armi e di karatè, nonché un abilissimo pilota d’ aerei e campione del mondo di pattinaggio artistico.
Wong era un omone, ex lottatore di sumo, così grosso che più di una volta aveva circondato una persona da solo. Anche in pieno inverno indossava pantaloncini corti e magliette attillate che contenevano a stento i suoi muscoli guizzanti. Era un tipo di poche parole e quelle che pronunciava erano spesso incomprensibili: un borbottio che terminava con una risata strozzata, come se si raccontasse una pessima barzelletta e poi fosse costretto a riderne. A parte ciò, era un ottimo poliziotto con un fiuto eccezionale, soprattutto per i tartufi.
Volevo bene a quei maschiacci virili.
“Wong, Rapisarda! Vi ho detto mille volte di tenere pulito il luogo del delitto. Mettetevi subito le pattine!”
“Ma capo…”
“Mettetevi le pattine ho detto!”
“Va bene capo!”
Mentre i due eseguivano l’ordine mi avvicinai al corpo di Spappolamilza. Aveva un’espressione da idiota stampata in volto, come chi non si aspetta di morire coi capelli tutti spettinati. La lingua gli penzolava dalla bocca, grigia come una scaloppina mal cucinata, sembrava che un istante prima di abbandonare questa valle di lacrime gli fosse venuta voglia di leccarsi un bel gelato.
“Niente gelati all’inferno amico!” pensai appioppandogli un pugno sul naso. La lingua rientrò alla base con un leggero risucchio. Meditai se rifilargli un altro cazzotto, tanto per vedere se la lingua rispuntava, ma decisi che poteva bastare.
Ora che avevo pareggiato i conti potevo anche cercare il suo assassino.
Certo che per essere morto da poche ore quel tipo puzzava come una discarica abusiva, eppure la temperatura era appena intorno allo zero. A onor del vero neanche da vivo era un piacere per l’olfatto stargli vicino, con quella brillantina che odorava di pantegana bagnata. Lo feci notare a Rapisarda.
“Non è lui, è lo stoccafisso” disse. “L’abbiamo messo ad ammollare. Un giorno a bagno e è pronto per cucinarlo con le patate, Wong ne va matto!”
“Avete rilevato prima le impronte digitali?” domandai.
“Certo, la scientifica ha fatto tutti i rilevamenti del caso.” Rapisarda si girò verso il cadavere “Però morire così non deve essere stato piacevole. Per estrargli il pesce dalla testa abbiamo dovuto usare un piede di porco.”
Wong fece una gran risata. Aveva un senso dell’umorismo tutto suo.
Sentii una voce chiamarmi, mi voltai. Era mia madre.
Non parlavo con lei dal giorno in cui me n’ero uscito di casa sbattendo la porta e, benché abitasse nell’appartamento di fianco al mio, se la incrociavo nell’atrio del palazzo m’infilavo nell’ascensore e iniziavo a leggere, riga per riga, le istruzioni per l’uso affisse alla parete. Sapevo tutto sugli ascensori oramai, quante persone ci potevano salire, che peso dovevano avere, cosa dovevo fare in caso di incendio, di terremoto, di mancanza di corrente, i tipi di animali che potevano salirci, ecc. Stavo lì, fisso a leggere, sino a quando non la sentivo aprire la porta di casa ed entrare. Poi uscivo. Era una cosa idiota da fare, soprattutto perché abitavo al pianterreno. Ma ero fatto così, testardo e cocciuto come un mulo. Avevo preso da lei.
Mia madre era una donna ancora piacente, nonostante i suoi sessantacinque anni sembrava una ragazzina di venti. Parecchie persone presenti, sia tra i curiosi che tra i poliziotti lanciarono fischi d’ammirazione al suo passaggio. Lei non se ne curò, ci era abituata. Si accese una sigaretta, fece un tiro, tossì.
Fece un altro tiro, tossì di nuovo, più a lungo.
Smise di tossire, tirò avidamente e ricominciò a tossire. Smise. Riprese a fumare. Tossì.
Tossì una, due, tre volte. Smise.
Fece una lunga tirata. Ricominciò la tosse. Smise. Buttò la sigaretta.
Non aveva mai imparato a fumare.
Mia madre fissò il cadavere un istante, poi mi lanciò uno sguardo che mi fece sentire in colpa per la fame nel mondo, per il crollo delle borse in America nel ’29, per la crescente disoccupazione in Italia, per essermi chiuso in bagno a dodici anni con un catalogo di Postal Market e anche per non alzare la tavoletta nel cesso del distretto, a volte.
Mi resi conto di stare arrossendo.
“Non fare quella faccia, io non c’entro niente” le dissi. “Se dovessi ammazzare tutta la marmaglia che frequenti non avrei neanche il tempo per farmi la barba e invece nota come sono ben rasato. Il tuo amichetto avrà pestato il callo a qualcuno di troppo e si è ritrovato estinto.”
Spappolamilza fissava la notte, incurante dei fiocchi di neve che si poggiavano sul suo volto grigio. Mi chinai su di lui e gli abbassai le palpebre. Amen.
“Che ci fai da queste parti?” Domandai a mia madre. Lei si scrollò, come se si fosse appena svegliata. Provò a parlare, ma dalle sue labbra uscì un suono simile al lamento di un tacchino la vigilia di Natale.
Si schiarì la voce con dei colpetti di tosse.
“Stavo rientrando a casa,” rispose “Ho notato il capannello di gente, mi sono fermata e ho visto Spappolamilza. Non ci frequentavamo più da un bel pezzo. E adesso guardalo lì, poveretto…”
“Poveretto?” sbottai “Perché non riservi la tua compassione per qualcuno di più meritevole, ogni tanto? Spappolamilza era un farabutto e anche in quella categoria non eccelleva. Voleva fare il boss, ma col cervello che si trovava poteva aspirare al massimo a scippare qualche vecchietta.”
Mia madre finse di non sentirmi: “In fondo non era una persona cattiva, con lui ho passato momenti belli e momenti brutti. Quelli brutti sono stati 743, quelli belli due, se contiamo anche quella volta che andammo in vacanza all’Isola d’Elba, dove però mi fratturai la clavicola cadendo dalla finestra del residence.”
“Ti ci spinse lui.” Le feci notare.
“Aveva le sue buone ragioni. Fu per via delle cotolette.”
“L’ho già sentita questa storia. Non si butta una donna dalla finestra perché non ha impanato a dovere delle cotolette.”
“Me lo aveva detto mille volte. Stai attenta all’impanatura, mi raccomando, all’impanatura, non ti distrarre. Ma io commisi un errore…”
“Tutti sbagliano.”
Lei fece un sorriso triste: “Sull’impanatura? Non credo. Ma quella maledetta non rimaneva attaccata, cadeva nell’olio e schizzava da tutte le parti e io mi sono fatta prendere dal panico e…”
“E lui ti ha buttato giù dalla finestra”
“Sì. Ma poi mi chiese scusa. Non era così cattivo”
“Già e magari per suggellare la pace si è fatto prendere a scudisciate da te, vestito da struzzo. Oppure a colpi di stoccafisso in testa.”
Avevo l’amaro in bocca, come se avessi leccato un metro d’asfalto. Sputai per terra.
“Dimmi, cos’ hai fatto questa sera?” le chiesi, fissandola negli occhi.
Mia madre mi guardò come fossi un lombrico. Si accese una sigaretta, fece un tiro, non tossì.
“Ho lavorato alla mensa aziendale della Rai sino alle 20,30, poi mi sono recata alla bocciofila dove ho disputato un’ottima partita e ho strappato applausi a scena aperta per una bocciata al volo, “cambiata” come si usa dire in gergo boccistico. Perché mi fai questa domanda, mi stai forse chiedendo se ho un alibi?”
“Esattamente. Avevi dei buoni motivi per volerlo morto. Il fatto che ti abbia mollato per una valletta di Gerry Scotti, per esempio”
“Sciocchezze. Era una storia già finita da molto e, se vuoi saperlo, io uscivo con un tronista di Maria De Filippi da più di sei mesi.”
“Ti ha sempre attirato lo sfavillante mondo dello spettacolo. E come mai adesso ti ritrovi a giocare in una bocciofila?”
“La prima volta mi ci ha portato Pippo Baudo. Lui ne va matto. Mi ha attaccato la febbre del boccino, così a volte ci passo un paio d’ore. Ma tu, non riesco a credere che sospetti di me, la tua mamma.”
“Non ho più una madre. Sono un orfano. E adesso, se mi vuoi scusare, ho un caso da risolvere.”
Mamma girò le spalle e andò via. Sentì dei colpi di tosse in lontananza, non me ne curai.

Commissario Merli. I morti non ridono
di Francesco Cavallaro
Edito da Ass. Culturale Il Foglio
se siete così disperati da volerlo leggere scrivere a:
info@fondazionerosewater.it

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rosco115 è uno splendido uomo di 95 anni, portati benissimo. Ama scrivere racconti, bere, mangiare, ballare il tip tap , fumare sostanze stupefacenti, tirare sberle a sconosciuti e, occasionalmente, emettere rumori molesti durante cerimonie religiose.

2 COMMENTI

  1. Lo stile, la trama e i dialoghi li trovo davvero esilaranti. Mi piace molto ciò che scrivi e come lo scrivi, hai rallegrato la mia domenica pomeriggio. Grazie!

    5/5

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  2. Molto, molto divertente come al solito e ben scritto.
    n.b. per l’uovo sodo perfetto: immergi l’uovo in un pentolino con dell’acqua e un pizzico di sale. Conta 9 minuti da quando l’acqua bolle, poi metti il pentolino con l’uovo sotto il getto dell’acqua fredda.

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