Come se 5/5 (1)

2
62

Aspettava, chiusa in un cappotto verde. Aspettava. Chi? Cosa? Caterina non lo sapeva neanche più, seduta al tavolino del Bar Centrale, guardava la gente passare e disperdeva lo sguardo sperando di perderlo lì in mezzo. Come una biglia schiacciata dai piedi rozzi dei passanti.
Si alzò, voleva partecipare a quel rituale, quel camminare senza meta su un lembo di strada su cui si affacciavano negozi sempre vuoti. Voleva anche lei provare il gusto di lasciarsi trascinare nel passeggio, specchiarsi in una vetrina, rallentare e accelerare il passo, a seconda di chi le si fosse parato davanti.
Fece qualche metro e due ragazzine sui sedici anni, per un breve tratto, le camminarono accanto. Erano vestite malissimo. Leggins neri e sandali con le zeppe, trucco pesante, profumo in quantità industriale. Un misto tra fiori e vaniglia. Ebbe voglia di vomitare.
Camminavamo spavalde e sicure parlando in maniera sguaiata di un tale che forse, si era permesso di bidonare una delle due. Parlavano ad alta voce, parlavano male. Parlavano troppo.
Caterina ripensò ai suoi sedici anni, ebbe voglia di scappare. Cosa ci faceva lì? Imbottigliata in quel pezzetto di strada che doveva essere il centro cittadino? Cosa ci faceva in quello spazio stretto, che le dava un senso di claustrofobia…
Accelerò il passo per seminare le due sedicenni, cercò di superare un gruppo di ragazzetti che trascinavano i piedi come fossero zavorre da un quintale, ci riuscì a fatica, quasi si scontrò con un bel ragazzo biondo, alto, dal viso gentile.
Le sorrise, si sfiorarono con lo sguardo, poi ognuno andò per la sua strada.
Caterina si portava dietro la sua bellezza come ci si porta dietro una borsa vecchia. Sapeva di averla da sempre ma non le importava di cambiarla, di curarla, di mostrarla. Caterina si portava dietro la sua bellezza come ci si porta dietro gli anni che passano, una cosa ovvia, scontata a cui è meglio non dar peso.
Si fermò, quell’ incubo di strada doveva essere finito, trovò pace su una panchina, accanto ad un signore sugli ottanta che guardava un punto fisso nel vuoto.
Tutto le sembrava così tremendamente assurdo, così piccolo e banale, così estraneo, così lontano, così cupo.
Gioele non l’ avrebbe mai aspettata. Non sarebbe mai sceso in quell’ inferno a tenderle una mano per farla risalire.
Lui aveva una famiglia tutta sua da cui tornare. Lui non aveva tempo, né voglia per prenderla e farla volteggiare, come lei voleva, ballare…ballare…ballare.
Ballare su quell’ asfalto vecchio e pieno di buche, su quel degrado sociale del Sud che lentamente muore, ma si racconta la bugia che sta ancora bene perché c’ è spesso il sole.
Ballare su quei marciapiedi stanchi di sentire raccontare sempre le solite storie, vecchi chiusi in circolo a dirsi le stesse boiate da anni, stanchi di veder passare donne dai visi assenti, cupi, insignificanti. Donne tristi, abituate a lamentarsi e a cucinare. Abituate alla nenia della loro voce cantilenante e sorda di melodie.
Caterina voleva ballare, voleva che Gioele la prendesse per un fianco, che le frenasse il giro su sé stessa con un bacio. Come se lei fosse stata l’ unica. Come se l’ avesse amata. Come se…Ma non c’erano braccia forti a sollevarla, né labbra morbide su cui fermarsi… non c’ era sapore di danze gitane e sesso rubato in un angolo buio, in quel freddo pomeriggio di novembre. Non c’era il riscatto per avere atteso, sperato in qualcosa che non sarebbe accaduto mai.
Si sentì ingoiare dal buio, dall’ odore delle castagne arrostite, dalla panchina di marmo che le ghiacciava il sedere. Come se tutto potesse risucchiarla nel delirio di una grande bugia che da sola, si era raccontata.
Stava per alzarsi quando il vecchio si voltò verso di lei, la fissò un istante prima di dirle :
“ Signorì … stavo pensando… mi pare di sapere chi siete ma non m’ aricuord’ ‘u nom.Ci conosciam’?”
Caterina sorrise, forse quel vecchio avrebbe voluto averlo conosciuto davvero, per salutarlo, stringergli la mano.
-Sono Maria.- disse divertita
-Ahhhh Maria. La figlia di Umbertina? Salutatemi a vostra mamma quando la vedrete.-
Caterina si alzò e sorrise al vecchio.
-Presenterò.-
Si chiuse nel suo cappotto verde, cercando di stringersi le braccia al petto più forte che poteva, si incamminò verso la stazione senza guardarsi indietro.
Lasciò “Maria” su quella panchina, a parlare con quel vecchio. Lasciò Gioele alla sua vita. Si lasciò alle spalle quel piccolo paese e il suo struscio pomeridiano.
Caterina smise di aspettare.

Votalo!

CONDIVIDI
Articolo precedenteDicono
Articolo successivoHarold
Sono cresciuta tra Roma, Versilia e Firenze. Ho fatto studi classici al liceo e corso di laurea in giurisprudenza all'università. Sono un'avida lettrice e scrivo da sempre per diletto, per esprimere le mie emozioni e dare sfogo alla fantasia. Amo viaggiare, con la mia famiglia prima e per lavoro poi, ho vissuto in molti posti e questo mi ha portata a sentire i cambiamenti come parte di me, non solo riguardo i luoghi in cui vivere ma anche riguardo alle evoluzioni personali.Sono curiosa rispetto alla vita, alla gente, penso che chiunque abbia molto da insegnare agli altri attraverso il proprio bagaglio personale. Mi attira l'inusuale, mi annoia la staticità, la routine e le cose date per scontate. Oltre allo scrivere ho due grandi passioni: pianoforte e danza orientale.

2 COMMENTI

  1. Bello assai! Bravissima, Ale *_*
    Questo periodo è a dir poco meraviglioso e incisivo: “Caterina si portava dietro la sua bellezza come ci si porta dietro una borsa vecchia. Sapeva di averla da sempre ma non le importava di cambiarla, di curarla, di mostrarla. Caterina si portava dietro la sua bellezza come ci si porta dietro gli anni che passano, una cosa ovvia, scontata a cui è meglio non dar peso.”

LASCIA UN COMMENTO