CdM (parte 1 di 2) 5/5 (1)

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Il primo pugno era per il gas aperto. Il secondo per la polvere di caffè lasciata su fornelli.
Il terzo per aver lasciato i vestiti sullo stendino e un altro per non aver strizzato bene la spugnetta per lavare i piatti.
Mi prende per i capelli: vuole che lo guardi negli occhi prima dell’ultimo pugno, come se la sassaiola di prima fosse solo un lungo preambolo prima di arrivare al vero nocciolo della questione. Ha le pupille dilatate e digrigna i denti. Un rivolo di saliva gli scivola dall’angolo della bocca, cola sul mento ispido e mi cade sul labbro spaccato, mescolandosi al sangue. Ero quasi convinto che il prossimo sarebbe stato per non aver girato la chiavi di tre mandate o per aver lasciato le mutande in bagno. Mi dà un pugno sullo zigomo, senza mollare la presa dai capelli. Sento l’orbita scricchiolare e qualcosa stracciarsi poco sopra la fronte e, in quel momento, qualcosa mi dice che devo aver lasciato una sgommata sul cesso.
«Dimmi perché lo faccio.»
La sua voce si spegne in un rantolo stanco mentre cerca di levarsi la rabbia di dosso.
Mi ordino di non piangere. Rischierei di farlo sentire in colpa e spezzargli il cuore e di solito, quando il cuore gli si spezza, mi picchia ancora più forte.
«Perché lo faccio, Dario?» mi chiede. Adesso la rabbia è del tutto sparita dalla sua voce. Resta un tono più calmo e comprensivo, quasi di supplica.
La mia gola si chiude di colpo. Un altro attacco. L’aria non entra più nei polmoni e cerco di risucchiare con la bocca più aria che posso. Lancio grugniti rochi e afferro il polso di Mario con entrambe le mani, disperato.
«Hai un attacco?» Tira fuori il ventolin dalla tasca dei pantaloncini. Mi mette l’indice sotto il mento, m’infila dolcemente la bocchetta tra le labbra e preme. La gola si spalanca e mi sembra che tutta l’aria della stanza mi entri nei polmoni.
«Meglio? Ora mi dici perché lo faccio?»
Rantolo qualcosa. La bocca è gonfia e piena di sangue. Lo sforzo di pronunciare bene le vocali mi provoca scosse di dolore che partono dai denti fino allo sterno.
«Come?»
«Per… per educarmi,» rispondo.
«Esatto. Per educarti. Un coinquilino migliore. Questo stiamo creando, io e te.»
Riflette un attimo prima di mollarmi l’ultimo pugno. Questa volta molla la presa dai miei capelli. La mia testa precipita veloce verso il basso, come se ci fosse un’enorme calamita sotto il pavimento. Prima di perdere i sensi, riesco a vedere un dente volare, seguito da una sottile coda di sangue svolazzante.

Aspetto una decina di minuti steso sul pavimento, finché non sento i suoi passi allontanarsi e chiudersi in camera. Raccolgo il dente e mi trascino fino in bagno. Controllo il water. Pulito. Forse mi sono sbagliato, o forse Mario l’ha dovuto pulire per me. Guardo lo spazio vuoto tra il canino e l’incisivo inferiore. Ci passo sopra con la punta della lingua e assorbo il sapore metallico del sangue. Forse me lo merito.
Mario bussa alla porta. Vedo la sua ombra frastagliata dietro il vetro smerigliato piegarsi indecisa verso il buco della serratura.
«Dario? Che succede? Non esistono le porte chiuse qui…»
Non è vero. Esiste la sua porta, quella di camera sua. Quella dove non mi conviene entrare se non voglio trovarmi con altri lividi in faccia. Quella è sempre chiusa a chiave.
Noto la forbicina sulla mensola vicino al lavandino. Accarezzo la punta affilata con il polpastrello del pollice e guardo la sua ombra, ancora in attesa. Pianifico una maniera per accoltellarlo, magari alla gola, dritto nella giugulare. Forse non è una buona idea: è grande, grosso e veloce. Anche se ci riuscissi, mi ammazzerebbe di pugni prima di morire dissanguato.
«Quasi finito,» rispondo.
Mario se ne frega e apre comunque. Resta sull’uscio e guarda attonito il mio riflesso tumefatto sullo specchio. Sembra sconvolto per lo stato in cui mi ha ridotto. Mi guarda e sembra chiedersi “Sono stato davvero io a farti questo?”. Fa sempre così. Si guarda intorno, sospira e fa indugiare un’altra volta lo sguardo sullo specchio.
«Ti ho fatto del male, lo so,» incrocia le braccia e guarda in basso, imbarazzato. «Ma non mi pento di niente, Dario. Non mi farai sentire una merda. Lo faccio per tutti e due, per la casa, il condominio. Lo capisci?»
Si avvicina, allunga un braccio verso di me e mi strappa il dente dalle mani. Io faccio per indietreggiare, impaurito. Lui mi afferra per le spalle e guardandomi dallo specchio mi fa segno di aprire la bocca. Prende il dente tra le dita e lo avvicina al buco. Prende le misure, cerca di farcelo stare, ma niente.
Guancia contro guancia davanti allo specchio, non posso non sorprendermi di quanto ci assomigliamo. Stessa carnagione abbronzata, stessi capelli lunghi e castani pettinati all’indietro, stesse sopracciglia sottili e curate, la stessa fronte sporgente e lo stesso sguardo ottuso e stupido, come quello di un cavernicolo. Cambia la stazza. Nonostante sia molto più basso di me, è un fascio nervoso di muscoli scattanti; tutto merito della sua passione per l’arrampicata e per la violenza domestica. Io invece sono pelle e ossa, e la mia espressione moscia e frustrata è decisamente diversa dalla sua, sempre rigida e carica di rabbia e sospetto. Una volta mi aveva detto che la nostra somiglianza e l’assonanza dei nostri nomi era uno dei motivi che l’ha convinto a scegliermi come coinquilino, da quello che mi ricordo. Sembriamo fratelli.
«Mario & Dario. Dario & Mario: i migliori coinquilini.»
«Dovrebbe ricrescere,» mi dice. «Ci metterà un po’ ma dovrebbe ritornare.»
Lascia cadere il dente nel lavandino. Fa un paio di giri prima di cadere nello scarico.
Se ne va via, tranquillo. La sua voce si perde nel corridoio.
«Tornerà, tornerà. Dormi sereno.»

Mi sembra di aver sempre vissuto in questa casa. Non ricordo nient’altro prima di lei. Niente mamma, niente papà, niente amici né altri paesi o vie al di fuori di quella in cui abito adesso. Mario dice che è colpa della mia memoria a breve termine. Mi ha detto che il mio cervello è come un computer difettoso che continua a resettarsi da solo; colpa di quell’incidente stradale dove ho perso i miei e mio fratello.
Mi fido. Mi fido se mi dice che gliel’ho detto io.
Mi ha comprato un quaderno dove tiene appuntate tutte le informazioni necessarie. Dopo ogni risveglio o blackout, trovo questo quaderno a spirale con le informazioni fondamentali: nome, cognome, età, nome del mio coinquilino (con foto allegata di me e lui che sorridiamo in un parco durante una giornata primaverile), gruppo sanguigno e a volte qualche altra informazione utile. Ad esempio, nel caso di questa mattina, mi ha scritto che ho perso il dente cadendo dal letto; pare che mi agiti parecchio nel sonno e la mia stanza è parecchio stretta. Guardo le pagine precedenti. Stessi dati, ma incidenti diversi: mi sono procurato un occhio nero picchiando contro il mestolo di legno che sporgeva dal porta-posate (colpa mia). Mi sono rotto un braccio scivolando dalla doccia (sempre colpa mia, così imparo a non mettere il tappetino sotto la doccia.) La gamba me la sono rotta scivolando dalle scale, le palle mi hanno fatto male dopo una partita a calcetto con gente che non ricordo.
Le mie giornate le passo seguendo i principali istinti di sopravvivenza: mangio, bevo, faccio attività fisica e mi masturbo. Non lavoro, non studio, non guardo film e non leggo libri; non potrei mai con il mio handicap.
Leggo le informazioni di questa mattina. Come per riflesso accarezzo la pagina e attraverso i polpastrelli sento i rilievi di qualcosa di scritto su un’altra pagina che è già stata strappata. Tiro fuori una matita dal cassetto e coloro le pagine per far risaltare le scritte.
Mario ti ha fatto fatto l’occhio nero, dice la prima. Motivazione: sconosciuta (l’ipotesi più probabile è che la sua amica non sia rimasta a dormire stanotte.)
Mario ti ha dato una ginocchiata nei coglioni. Motivazione: mastichi a bocca aperta.
Mario ti ha rotto le gambe.
Mario ti ha rotto il braccio.
Pagine e pagine di frasi in rilievo, scritte di fretta e con rabbia, premendo con forza la mina contro la carta. Ci sono minuscoli pezzettini di carta ancora attaccati alla spirale del quaderno. Riesco a immaginarmi: sporco di sangue e pieno di lividi, scrivere la verità su quel quaderno, facendo ben attenzione a premere la mina contro la carta, così che un giorno qualcuno, in qualche modo, possa leggere la verità riguardo ogni colpo, ogni livido, ogni goccia di sangue colato dalle ferite. Poi strapperei la pagina, ne farei una pallottola e la ingoierei e così ogni paura, ogni umiliazione, sparirebbe nel sonno fino alla mattina successiva, quando tutto sarebbe stato dimenticato.
Mi sono mai risvegliato con la gola in fiamme o un dolore allo stomaco?

«Alla fine siamo solo numeri che guardano numeri, capisci?»
No, non capisco e non l’ho mai capita. Avrò mezzo cervello che si spegne e s’accende, ma mi basta per sapere che quella frase non vuol dire un cazzo. Quella frase è la formula finale dei suoi aneddoti di vita lavorativa in banca. È solo falsa profondità. L’angolo della sua bocca si alza in un sorriso sbruffone, come a volermi dire “è farina del mio sacco questa” e sono costretto a bermela due ore al giorno da quando ho memoria.
A volte provo pietà per lui. È solo al mondo, è evidente. Quasi quarant’anni e ancora insiste per il vivere con dei coinquilini. Mai un amico che sia passato qui per un caffè o per una cena, mai una donna che fosse entrata o uscita da camera sua. Il suo telefono non squilla mai e sono abbastanza sicuro che la sua casella mail sia piena di pubblicità. Sono l’unica cosa che ha al mondo. A volte mi sembra di vedere una luce nei suoi occhi. Appare ogni volta che aspetta una risata a ogni sua battuta o un sorriso per ogni sua uscita sagace. Sembra temere che possa sparire dal nulla, da un momento all’altro, lasciando una cucina vuota, silenziosa e probabilmente sporca. Quell’espressione sembra guardare a quel momento e una paura disperata semra fargli vibrare le pupille. Come ho detto, mi fa pena, sì, e me ne farebbe di più se non dovessi quotidianamente temere per la mia incolumità.
Ispirandomi a Mario, ho cominciato a spargere qualche informazione utile per camera mia. Bigliettini nascosti nei calzini appallottolati, strisce appiccicose di post-it piegato e incollati all’etichetta delle mutande, dietro i poster, dietro il termosifone. I messaggi di solito erano due:
Non hai fatto niente per meritarti questo.
Altre volte erano:
Uccidi Mario, prima che lui uccida te.
Anche le scritte in rilievo continuavano a cambiare. Nuovi lividi, nuove motivazioni.
Ucciderlo era l’unica soluzione possibile, il problema era il come. Non posso uscire di casa. Non ho mai avuto le chiavi e non posso correre il rischio di restare chiuso fuori di casa; un po’ per il mio handicap, un po’ perché, ovviamente, Mario mi avrebbe riempito di botte se l’avesse scoperto.
Ovviamente la prima idea era di avvelenarlo, ma come?
Non esisteva un piano attuabile senza uscire di casa o senza farsi scoprire. Poi, un giorno, scoprì come funzionasse effettivamente il mio ”sangue”.

Votalo!

2 COMMENTI

  1. allucinante. voglio il seguito! (credo ci sia un errore: Fabio?!)

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

    5/5

    • grazie! sì, avevo cambiato i nomi dei personaggi all’ultimo e un “Fabio” mi è sfuggito! 🙂 Questa settimana metto l’ultima parte (anche “Fluffers” dovrebbe finire la prossima settimana)

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