Cara… 5/5 (2)

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Lettera 1

Cara,

http://pregnantfashionista.com/nursing-bras-are-all-20-off-at-bare-necessities-this-weekend-only/feed/ che te ne vai per i sentieri della vita, dimenticando le anime disperse nei vicoli deserti delle campagne di provincia, che hai spento la candela quella sera, e al buio mi hai detto che te ne saresti andata, e io mi muovevo a fiuto, cercando il tuo odore in quell’oscurità, in quella stanza che non aveva materia, dove consumammo i nostri giorni, e che diventava improvvisamente foce di ricordi, presagio di solitudine.
Dove sei andata? Da dove sei uscita? Eppure non ricordavo altri varchi tra quelle mura, se non quella finestra dalla quale osservavamo i tramonti, e dalla quale la luna, silenziosa, si posava in salotto, e ci aspettava, impaziente di illuminare i tuoi occhi, di celare le mie rughe.
Dove sei ora, che queste mura non hanno più quadri, che i chiodi mi ricordano le immagini vuote, spente, lontane? Dove sei ora, che le persiane sono chiuse? Forse mi aspetti in riva al mare, osservi quelle onde che cullavano la nostra spensieratezza, e ti lamenti ancora del buio, proprio come allora?
Dove sei ora, che la marea interiore si leva in silenzio, ora che hai ripreso le tue energie, ora che non dovrai più odiarmi in silenzio, ora che i giorni hanno il sapore dolce della vita? Dove sei ora che hai gettato le armi, che hai abbandonato la battaglia, che il cane ha dimenticato il tuo odore e non ti annusa più?
Troppe domande, troppi dubbi. Lo so, lo stai pensando. Non rispondere, pensami ogni tanto.
Io ti penso alle volte, e forse sono servo dei nostri ricordi, dei miei ricordi.
Ora devo andare, in silenzio come allora, alla ricerca della luce in quella fredda camera buia.

Una volta tuo,
Donald.

Lettera 2

http://proformanceracingschool.com/events/category/12-day-skills-clinic/2015-03-26/ Cara,

Buy Phentermine India ho fatto fatica a scrivere questo incipit, come se una parte di me ora avesse timore nell’usare alcune parole, quelle nostre che non conoscono più cittadinanza in questi giorni che mi conducono in un altro continente, quelle che erano il preludio di un viaggio o la melodia fuori stagione del ritorno delle foglie stanche per terra, dove diventano il principio della nuova vita, proprio come noi, se ci penso. Ho fatto fatica a ritornare nel mio paese, sì lo so, era un viaggio come tanti altri, ma non per questo privo di imprevisti, ho attraversato la pioggia quando credevo di essere ormai al riparo, ho evitato di levare gli occhi al cielo, come se fosse sempre sera nuvolosa, senza stelle che potessero attirare la mia curiosità, ho perfino chiuso la tendina del mio studio, per timore che una luce improvvisa avesse potuto risvegliare quella parte che avevo chiuso in qualche scatolone. Mi è capitato anche, ma credo che succeda un po’ a tutti, di ritrovare qualche vecchia lettera, ma ho scelto di non leggerle per paura di cadere nella tentazione di cercarti e di essere trattato come un passeggero in un bus affollato a sera. Ho fatto fatica a pensare a te così lontana, una distanza non chilometrica, ma umana, di quelle che sperimentiamo quando muore una persona cara, alle quali, a pensarci, le distanze volontarie sono il preludio, un modo per saggiare la tenuta del proprio io? Non farci caso a queste mie masturbazioni cerebrali, valgono quanto il tempo che hai impiegato per capire che quel taccuino non ti piaceva più, e a comprarne uno nuovo, magari senza impressioni, che sono quelle che ci fregano. Che fine fanno i rapporti morti, si rigenerano? Sono come quelle foglie che, cadendo in una terra di torba e sabbia, si moltiplicano e generano nuova vita? Ma la foglia che non riceve più linfa vitale dal fusto, come trova il modo per non abbandonare quell’aria di morte? Dicevo, ho faticato nelle curve insidiose che mi hanno condotto a casa, nel silenzio della mia solitudine, che era opprimente, ma che agognavo quando mi ritrovavo tra la gente, che camminava troppo veloce, parlando senza voltarsi, senza comprendere che non c’ero, che ero altrove, momentaneamente lontano. Ho camminato con calma, dettando quei tempi, che la mia anima richiedeva, cambiando le abitudini, scomponendo quel mosaico che era la nostra storia, gettando le scorie nell’indifferenziata, perché, l’ho capito ritornando a godermi un tramonto, non erano buone per generare vita, non potevano finire nella compostiera della mia vita, perché era un ambiente insalubre perfino per i lombrichi. Ti piace la metafora? Ne ho cercate di migliori, credimi, forse perché speravo di ritornare a guardare le cose dall’esterno, da quel porto sicuro della distanza emotiva, ma i fumi velenosi delle tue parole, proprio quando la marea riempiva i timpani, si espandevano ovunque, in ogni dove, senza essere humus, materia organica utile alla mia esistenza. Sono tornato a osservare il tramonto, è successo mentre ero alla ricerca degli ossi di seppia in una spiaggia che aveva i colori più belli di sempre, e un albero diventava rosso, a richiamare i riflessi di quella palla infuocata che scompariva tra le vegetazione sempreverde, e le onde deboli rendevano sassi e conchiglie, e un odore denso di iodio. Mi sono riconciliato con la natura, quel tramonto mi ha restituito i giorni, le mia parole, quelle emozioni che avevo sotterrato in qualche luogo scuro, senza ossigeno. Quelle onde hanno reidratato la mia anima, l’hanno accarezzata lenta e non importava più che tu ci fossi, non contava più quello che avevo alle spalle, perché, in un modo, che mi risulta difficile spiegare, era germogliata nuova vita in me. Faccio ancora fatica a stringere una mano, a pronunciare alcune parole, a scrivere d’amore, ma ho riscoperto la bellezza di un cielo stellato, quando le nubi sono sciolte, e le luci della città silenziose. A proposito, abbiamo mai osservato il cielo stellato assieme?

Buy Phentermine For Cheap Per sempre mio.

Donald.

Lettera 3

Cara,

proprio ieri ho ritrovato una tua lettera, di quelle piegate, nascoste in valigia o nel taschino della camicia a quadri, quelle da leggere una volta partito, e che mi avrebbero donato un sorriso, uno spunto, forse aperto una via tra i miei pensieri cupi. Beh, dicevo, proprio ieri ne ho ritrovata una, non ti so dire se tra le ultime o le primissime, sembra che il tempo scorra troppo in fretta quando cerco di fermare i nostri (che dico? Miei!) ricordi, ma non sono riuscito a decifrarla, sarà che invecchio e alcune parole mi sfuggono, sarà che una parte di me non le ricollega più a te, sarà che anche le parole hanno la loro stagione, e poi cadono per terra, come ogni cosa? Non ti so dire, ma mi sembrava di leggere parole rubate al tempo, dal cassetto di altri e incomprensibili, come quando, a distanza di anni, ti ritrovi un tema delle elementari, e pensi “possibile che l’abbia scritto proprio io?”. Ne disconosci i pensieri, non ne ritrovi le intenzioni. L’altro giorno ho letto la storia di un mendicante che non chiedeva spiccioli, ma attenzioni, ho pensato che ti sarebbe piaciuta, che, ascoltandola, ne avresti fatto un valore, l’avresti tramandata, come se fosse la storia di un tuo caro, e questa parola mi ha mandato indietro nel tempo, a quella frase letta sul retro di un libro trovato in villa comunale, no, non cercare di ricordare, la mia mente fa salti insondabili, indecifrabili e tu non puoi starci dietro, fattene una ragione. Dicevo? Quella frase, eccola “Sai capire i libri, ma non sai leggere i sentimenti delle persone, neppure quando ti riguardano”. La ricordi? O meglio, vuoi ricordarla? Da qualche parte ho letto che la vita è un treno che attraversa steppe e montagne, ma in determinati momenti (quali, mi chiedi? E che ne so io!), viaggia nel passato, in cerca di risposte, e dissemina mine, che esplodono lente o velocemente, a seconda dei ricordi che risvegliano, a seconda dell’amore od odio che hai provato o generato. Credo sia un’immagine bellissima, colma di te, non so se la cogli. Lo stesso autore, in quel libro di cui non ricordo il titolo, dice poi che tutti i treni, prima o poi, fermano da qualche parte, e ti condannano ai pensieri, e le scorciatoie per la felicità diventano abissi dell’anima, pungenti, rete imbrigliata colma di nodi, labirinto selvaggio. Credo che il senso della vita sia farsi compagnia, dividere energie e pane, e non fuggire, andare via. Ti lascio, come sempre con un quesito, qual è il senso dell’Iliade?

Buon viaggio,

Donald.

Lettera 4

Cara,

stavo pensando al silenzio in questi giorni, al vento che leva, e che si prende ogni cosa, lasciandoci orfani nel tempo, di parole vuote, abbandonate, di giorni immobili, di voci fredde. Tornavo a casa da una delle mie gitarelle senza destinazione, e d’un tratto, ma davvero al’improvviso, non esagero, ho visto dietro a quei pioppi che tu sai, il Sole velato da nuvole pigre, senza energie, perse chissà dietro a quale malinconia, e sembrava una finestra, perché i contorni della sfera di fuoco erano precisi, e l’occhio incandescente, come la luce che filtra da un varco, e che s’insinua e segna le sfumature delle tue dita sulla polvere lasciata dal tuo improvviso addio. E quell’immagine mi ha ricordato quella finestrella che nel centro di Bologna srotola all’improvviso una città di mare, e da cui è possibile sentirsi altrove pur essendo lì. Ricordi? Perso in questi pensieri ho realizzato di avere ancora scatoloni di ricordi in soffitta, che aspettano di essere ripresi, mi avevi detto che saresti passata, almeno a bruciarne qualcuno, ma non ti ho più rivista, eppure sono stato giorni alla finestra, con l’orecchio a ogni più piccolo rumore, ho pranzato con il telefono vicino, per paura che chiamassi da un momento all’altro. Ho sempre la sensazione che verrai a riprenderti tutto di notte, per non farti vedere, in silenzio (eccolo l’imput del pensiero) come te ne sei andata, per paura di dover spiegare questi mesi d’assenza. Fai con calma, ritorna a salutarmi, se vuoi e se per te è più facile, non c’è bisogno che suoni il campanello, da un bel po’ gli scatoloni sono per strada, e ogni mattina mi tocca uscire, quando sento il camion dei netturbini, per non farli portare via. Quelli mi guardano e sorridono, tanto che qualche giorno fa, ero uscito con gli occhi ancora socchiusi e uno mi fa “Sì, lo sappiamo, quelli no!”. Ormai mi conoscono anche loro, e forse hanno capito che sono scatoloni ingombranti, quindi in qualche modo, è meglio che rimangano lì. E’ stato facile convincerli la prima volta, sai? Ho detto che avevo chiamato il numero verde per i rifiuti speciali, e quelli mi hanno risposto “Ha fatto bene”. Sono lì, vieni quando vuoi, anche perché mi sono stancato di svegliarmi presto per avvertire i netturbini di non prenderli. Ho una certa età ormai, del resto, come ti ricorderai, a furia di attacchi di panico, sono invecchiato davvero, ricordi? Stavo pensando al silenzio dicevo, che non è risposta, ma è un grazioso modo per chiudere una persiana senza far rumore, del resto a cosa affidiamo i nostri giorni a sera?
No non è questa la domanda che al solito ti pongo, sarebbe troppo semplice la risposta. Ti chiedo, in silenzio, a gesti: sei felice?

Sempre in silenzio,

Donald.

Votalo!

4 COMMENTI

  1. Hai uno stile bellissimo, intenso e una narrazione vibrante, poetica, che lascia tracce dentro. Complimenti! Unica notazione: alla fine delle frasi introdotte dal dove io ci avrei messo un punto interrogativo.

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    • Grazie mille Angela per il commento, i complimenti e il consiglio, in effetti non hai tutti i torti, forse il punto interrogativo ci sta 😀

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