Baciami, cretino! capitolo 1° 4.25/5 (2)

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Storia d’amore, di passione, di sesso selvaggio e di atti d’eroismo senza senso durante la battaglia di Magenta.

1) IL TRAGICO CONTE
“Tutte queste verze, e neanche un maiale da ammazzare per poterci fare la cassuola!”.
A questo pensa il Conte Sbarlucchi Giovanni in una notte buia e tempestosa nell’inverno del 1858 a Bareggio, piccola cittadina alle porte di Milano. Lì, nella sua villa, questo uomo ricco ma infelice passa il tempo a bere superalcolici e a coltivare verze e rape, sua grande passione. Insonne, passa le ore osservando la pioggia scendere sulle contrade. Le poche anime del paesello, umili contadini, riposano stremati da una giornata di duro lavoro nei campi e dalle continue angherie del dominante regime austriaco, senza neanche lo svago del campionato di calcio, che inizierà solo nel 1898.
Il Conte all’improvviso, dal buio della via, vede emergere una tenera renna, che intirizzita bruca l’erbetta del giardino. Egli sorpreso, schiude con delicatezza la finestra e dopo avere attirato verso di sè la bestiola lanciandogli un tozzo di pane, spara all’animale col suo moschetto, freddandolo sul colpo.
“Alla faccia loro!”. Esclama l’uomo, ebbro d’alcool. Il Conte, infatti, ha riconosciuto l’animale come la mascotte di una guarnigione di austriaci, oppressori del popolo lombardo, accampati nel suo giardino da giorni, che mangiano e bevono a scrocco e che quando usano il bagno non tirano giù neanche la tavoletta del water.
Richiusa la finestra, egli si versa e si scola un abbondante bicchiere di barbera, quindi si accascia su una sedia e si addormenta di colpo, sognando rape bellissime dai colori cangianti.
Bussano alla porta. Il Conte si desta di colpo e imbraccia il moschetto, pronto a dare battaglia. La porta si apre con un cigolio sinistro. Illuminato da una candela tremolante compare sull’uscio un uomo vestito di nero, alto, dalla testa ossuta, la pelle bianca, gli occhi grossi come una carpa.
“La morte! è giunta alla fine a ghermirmi!”. Urla il Conte, terrorizzato. Il moschetto gli sfugge dalle mani piombando fragorosamente a terra.
L’uomo in nero chiude la porta dietro di se, quindi avanza lentamente con passo marziale verso il Conte, agitando le lunghe braccia verso di lui, con la luce flebile della candela a illuminare il suo volto spettrale. Giunto a pochi passi dal nobile, l’uomo si ferma e guardandolo dritto in faccia dice:
“Conte, ogni notte la stessa storia. Sono Osvaldo, il suo fido maggiordomo, assunto da lei ventisette anni fa”.
“Per tutti i diavoli, Osvaldo, mi hai fatto una paura del diavolo, stavo per farti un buco in fronte!” Esclama il conte, portandosi una mano al cuore. Il maggiordomo scuote la testa, rassegnato.
“Signore, sono ventisette anni che ogni sera a quest’ora entro nella sua camera per rimboccarle le coperte, e sono ventisette anni che lei ogni sera mi accoglie puntandomi un fucile addosso…”
“Osvaldo, ogni sera mi sgomenti, non so che farci. D’altronde devi ammettere di essere brutto in un modo inquietante.”
“Lei ha ragione, Conte, non posso dire di no…” Ammette il fido maggiordomo, per poi aggiungere: “Ma questo non significa che lei debba impiombarmi col fucile!”.
“Non l’ho mai fatto!”
“Mi ha sparato addosso dodici volte, Conte. Sono vivo solo grazie al fatto che lei da ubriaco ha una mira pessima”.
“Ma che dici! Ho appena fatto secco una renna, con un colpo solo, e sono pieno di vino come un otre. Guarda fuori dalla finestra, se non ci credi!”
Il fido Osvaldo allarmato si affaccia dalla finestra e scorge l’animale a zampe in aria, secco come un baccalà.
“Visto?”. Si pavoneggia il conte. “Quella è la renna degli austriaci, pronta per finire dentro la polenta. Un colpo solo, altro che storie. E non mi dire che è stata solo fortuna!”
Il fido Osvaldo si porta le mani tra i capelli.
“Mi perdoni Conte se glielo dico, ma lei è matto da legare. Se gli austriaci si accorgono del misfatto, qua finiamo tutti a concimare la terra. Si deve moderare, per la miseria!”
“Osvaldo, Come si dice a Londra, me ne fotto! Quando il mio amico, Camillo Benso, avrà convinto Napoleone III di Francia ad allearsi con il Piemonte, caccerà via questi ballerini di valzer a calci e noi saremo liberi finalmente! L’Italia unita, la Lombardia libera! Evviva la cassola! Gli ossibuchi! la cotoletta!”.
Il fido Osvaldo, un uomo che su consiglio dei genitori ha frequentato la scuola alberghiera ma che avrebbe volentieri intrapreso la carriera militare, chiede il permesso di parlare:
“Conte, speriamo che gli austriaci abbiano il sonno pesante e che non si siano accorti di nulla. Ora faccio sparire il corpo della povera vittima, ma lei deve smetterla di correre rischi inutili.”
“non mi importa, io agogno la battaglia!”. Dice il Conte, palesemente ubriaco, quindi recuperato il moschetto, si avvia a passo spedito verso la porta. Il fido Osvaldo, con un abile mossa di karatè disarma il suo principale e lo manda a gambe all’aria. Quindi dopo averlo preso per il bavero della camicia gli dice a muso duro:
“Conte, mi consenta! Dobbiamo mantenerci calmi, tutto è ancora incerto, ora dobbiamo subire in silenzio, anche se il mio cuore è in tumulto e preferirei attaccare e occupare paesi limitrofi. Si rammenti, il nemico ascolta!”
Osvaldo aiuta l’uomo ad alzarsi da terra, quindi gli versa un bicchierone di barbera. Il Conte tracanna il vino a grandi sorsi, rovesciando il capo sino a svuotare il bicchiere completamente, per poi lanciarlo con forza contro il muro. Il bicchiere rimbalza all’indietro colpendo il setto nasale del fido Osvaldo, che urla di dolore.
“Conte, ma che cazzo!”. Geme il maggiordomo.
Il conte e’ un uomo turbato, e forse per questo motivo si soffia il naso rumorosamente, scordandosi il fazzoletto. Rendendosi conto del danno, egli si avvicina al maggiordomo, dandogli delle leggere pacche sulla schiena, come a volerlo confortare, mentre in realtà si sta pulendo il palmo della mano.
“Hai ragione Osvaldo”. Dice il Conte. “In questo momento drammatico dobbiamo mantenere la calma. Tu comunque, a scanso d’equivoci, vai ad oliarmi la sciabola e da oggi in poi voglio tutto il personale in completo mimetico.”
“Eseguo i suoi ordini Conte, saggia decisione e se posso permettermi, io la ammiro sia come uomo sia come datore di lavoro. Se mi concede però vorrei ritirarmi per un giorno intero nello sgabuzzino a meditare sul futuro che ci attende, e anche ad infilarmi dei pezzi di carta igienica su per il naso, così da poter fermare l’emorragia.”
Il Conte acconsente, quindi si versa un altro bicchiere di vino rimembrando quando anni prima, imbracciando un forcone, era partito di lunedì per partecipare alle cinque giornate di Milano, ma arrivato in Piazza Castello aveva scoperto che i suoi amici rivoluzionari erano stati sgominati il giorno precedente e che tutto era finito, compreso il vino e le brioches. Fortunatamente l’adorata moglie Mariuccia aveva portato un cestino di vettovaglie per la bisogna. Stavano giusto per addentare un panino alle rape quando furono investiti da una tromba d’aria d’enorme potenza. Il conte riuscì a salvarsi grazie al suo portachiavi, un’antica ancora di 75 kg che conficcò saldamente al suolo ma la moglie non fu così fortunata e un nero vortice la risucchiò verso il cielo.
L’ultima immagine che l’uomo ha di lei è una figura indistinta, volteggiante tra rami e foglie secche, che con una mano saluta e con l’altra tiene stretto al petto il suo parrucchino, costringendolo d’allora a disegnarsi sulla testa i capelli con un carboncino.
Il conte si asciuga una lacrima e si fa un bicchierino di grappa, tanto per riprendersi.
Giunge l’alba, dalla finestra egli nota sua figlia Andreina che saltella felice tra le rape con un retino in mano, cercando di acchiappare delle farfalle. Essa è una giovane ed esuberante ragazza, amante della vita, che non ha ancora incontrato l’amore, anche se nell’attesa pratica il sesso sicuro con le maestranze.
“Saltella, saltella ora che puoi, figlia mia”. Medita il padre amareggiato: “Forse tra pochi giorni non ci saranno più farfalle da acchiappare, né rape da innaffiare, né balli da danzare, né torte da mangiare…”
Su questa falsariga il Conte prosegue per un’ora e mezza, quindi, completamente ubriaco, si addormenta in piedi con la testa appoggiata al muro.

fine primo capitolo

Votalo!

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rosco115 è uno splendido uomo di 95 anni, portati benissimo. Ama scrivere racconti, bere, mangiare, ballare il tip tap , fumare sostanze stupefacenti, tirare sberle a sconosciuti e, occasionalmente, emettere rumori molesti durante cerimonie religiose.

2 COMMENTI

  1. Fantastico! E questa coppia conte/osvaldo crea ritmi piacevolissimi.

    5/5

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